Cosa vuol dire oggi essere di sinistra in Francia. Il ritmo di Mélenchon

Il fronte progressista si trova di nuovo in cerca di un candidato per l'Eliseo, e il leader di La France Insoumise sembra il grande favorito. Riuscirà a raccogliere i consensi dell'ala più moderata?

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Foto ANSA

Per guardare alla sinistra francese bisogna tornare al 2023. Durante il primo semestre, la mobilitazione massiccia contro la riforma delle pensioni era apparsa come un momento identitario con due significati importanti: la percezione dell’esistenza di un “popolo delle sinistre” capace di saldarsi nelle lotte di piazza per difendere quello che considera una conquista sociale, prolungando poi la contesa del metodo “non democratico” di un governo che aveva chiesto l’adozione della fiducia sulla riforma, evitando il dibattito parlamentare. La spinta sindacale aveva per certi versi trascinato i partiti in una dinamica unitaria già espressa con l’alleanza NUPES poi trasformata in “nuovo fronte popolare” per le elezioni politiche del 2024. Al seguito di queste elezioni la coalizione di sinistra ottenne un numero di eletti superiore alle altre formazioni politiche, ma Emmanuel Macron proseguì con la costruzione di governi di minoranza (Barnier, Bayrou e poi Lecornu) senza affidare a un rappresentante della sinistra il mandato di primo ministro, nemmeno in modo esplorativo. Per certi versi questo rifiuto ha segnato il fallimento della strategia unitaria adoperata nel 2023-2024 che cercava di istituzionalizzare i rapporti fra le varie formazioni. Archiviato questo periodo, ritorna l’annosa questione della leadership a sinistra, una problematica assai delicata perché tira in ballo l’ingombrante personalità di Jean-Luc Mélenchon, il segretario del partito La France Insoumise (LFI). Con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali del 2027, l’abilissimo oratore Mélenchon è tornato in pista, accelerando la partenza della sua campagna con l’annuncio della sua candidatura già nel maggio scorso. Mentre la sinistra sembrava aver messo in secondo piano la sua personalità divisiva nel biennio 2023-2024, ha bruciato tutti gli altri contendenti posizionandosi subito come un candidato forte, il che manda in soffitta le varie iniziative di designazione consensuale di un campione. Se ecologisti e comunisti mantengono per il momento le candidature di bandiera di Marine Tondelier e Fabien Roussel, queste strategie appaiono come vicoli ciechi, tanto Mélenchon esercita già di fatto una posizione egemonica sull’ala più radicale, e quindi potenzialmente su tutta la sinistra.
D’altro canto, il partito socialista, per decenni la colonna vertebrale della sinistra francese, si è parecchio ingessato nel ventunesimo secolo, con un mix di governance fra élite parigine e pensionati della funzione pubblica sul territorio a dispetto di una militanza dinamica che invece si può osservare per quanto riguarda LFI. Anche in questo contesto osserviamo delle enormi difficoltà a esprimere un candidato alle presidenziali: il partito socialista è riuscito con fatica a mettersi d’accordo su un sistema di primarie “chiuse” per il mese di ottobre, ma questo calendario che vedeva un’impennata di candidature minori sembra già obsoleto mentre Raphael Gluksmann, il deputato europeo leader della formazione Place Publique sta per lanciare la sua campagna senza dimenticare un François Hollande che si dichiara pronto. Hanno poi capito, magari un po’ tardi, che Mélenchon non aveva aspettato ipotetiche primarie per arare il terreno elettorale, facendo affidamento sulla solidità della sua base militante, e lanciarsi in una campagna estiva dove insiste sul portare al voto a suo favore categorie che fino a oggi sceglievano di non votare. Jean-Luc Mélenchon è particolarmente bravo nel contesto delle campagne per le presidenziali, dove ben gestisce le proprie contraddizioni fra provocazioni e buon senso consensuale. Mélenchon ha militato a lungo nelle file del Partito socialista dove esprimeva posizioni laiciste vicine a quelle di Jean-Pierre Chevènement, e fa spesso riferimento al momento giacobino della Rivoluzione francese per rivendicare la pressione popolare che deve guidare l’azione politica. Oggi LFI scommette sulla “nuova Francia” per privilegiare un approccio della sociologia delle banlieue odierne, segnate dalla storia migratoria ma anche dalla ridefinizione dei ruoli sociali. LFI si presenta come campione di un certo comunitarismo alla francese che intende opporsi alle tesi complottiste di estrema destra sulla “grande sostituzione”. Questa visione ideologica ha anche una traduzione molto concreta: con la conquista del consiglio comunale di alcune città importanti durante le ultime amministrative (Saint-Denis, Roubaix, Sarcelles, La Courneuve, Vaulx en Velin, Vénissieux…), il movimento di Mélenchon sta anche sviluppando una sua propria rete di dirigenti amministrativi locali e quindi di quadri del partito. L’operazione culturale di LFI comprende una strategia di vicinanza ai musulmani. Questo uso spregiudicato dell’identità para religiosa musulmana segna una differenza nei confronti delle altre forze di sinistra che rimangono molto più laiche e classiste, e introduce delle problematiche di clientelismo nelle banlieues che possono apparire di difficile gestione. Le prese di posizione antisraeliane prolungano questo posizionamento e fanno del partito di Mélenchon il portatore esplicito di temi molto diffusi nell’opinione pubblica francese, con una rivendicazione di antisionismo che spesso flirta con l’antisemitismo. Se queste linee sono in qualche modo vincenti, appaiono anche come molto divisive con la sinistra moderata, il che illustra la difficoltà se non l’impossibilità di federare l’insieme della sinistra. D’altro canto, per allargare il suo consenso LFI punta a riprendersi alcuni dei vecchi bastioni comunisti conquistati dal Rassemblement National (Rn) nel Nord e nella regione di Marsiglia, per travasare la protesta a proprio beneficio, un’operazione che in realtà punta a recuperare un elettorato che rigetta le popolazioni di origine musulmane, ma non è detto che non riesca, in quanto durante la campagna elettorale il Rn sarà probabilmente spinto ad abbracciare una politica economica di destra, necessaria alla conquista del potere, che può creare malumore nella fetta di elettorato protestatario.
La strategia di Mélenchon è quella di essere il numero due del primo turno delle presidenziali francesi, dietro Marine Le Pen, con un risultato intorno ai 20 per cento, per poi poter presentarsi come un potenziale presidente di un campo largo, ben sapendo che il suo partito non riuscirà a conquistare la maggioranza nelle politiche successive, un’ipotesi di coalizione che potrebbe apparire meno pericolosa della conquista del potere da parte del Rn e che cercherebbe di fare giocare a pieno il meccanismo di diga all’accesso di una Le Pen al potere. Ma questa strategia deve fare i conti con la possibilità che l’elettorato borghese di sinistra confluisca in larga parte su un candidato moderato di centro-destra, per opporsi sia all’estrema destra che all’estrema sinistra con un voto utile già dal primo turno. Ed è probabilmente questo l’elemento che ha percepito Glucksmann che sta accelerando la sua campagna per non lasciare scoperto il proprio elettorato. Questa reazione potrebbe essere però troppo tardiva, sia perché la personalità elitaria di Glucksmann non sembra in grado di federare a sinistra, sia tenendo conto del fatto che il bacino elettorale complessivo della sinistra appare inferiore a quello della destra, e quindi il nodo presidenziale si sta meccanicamente spostando sullo spazio di centro-destra.