Esteri
Tramonto orbaniano •
Il declino del Mathias Corvinus Collegium non è solo una faccenda di soldi
Fondata nel 1996 con lo scopo di formare una élite culturale e una eccellenza professionale, l'istituzione negli ultimi anni si è avvicinata talmente tanto all’ex governo da finire per diventare un centro di irradiazione della cultura post liberale su suolo europeo
2 SET 26

Foto Ansa
Al languido tramonto che spande scintille purpuree sul Danubio si contrappone un più dolente crepuscolo amministrativo nel grigiore di Bruxelles. Non siamo tra le pagine di un romanzo di Stefan Zweig ma ai titoli di coda della filiale belga del Mathias Corvinus Collegium, istituzione di istruzione privata ungherese divenuta negli ultimi anni think tank di stretta osservanza orbaniana e post liberale. La sede di Bruxelles, fondata nel 2022 per monitorare le politiche euro-unitarie, già oggetto di interdizione da parte dell’Ue nel giugno 2026 per motivi di mancata trasparenza e diretta dal sociologo Frank Füredi, non paga gli stipendi ai propri dipendenti, paralizzando di fatto qualunque attività istituzionale e culturale. A renderlo noto lo stesso Füredi, anticipando le proprie dimissioni e parlando, secondo quanto riportato da Politico, di obblighi contrattuali irreversibilmente disattesi dal datore di lavoro. Il datore di lavoro è la casa madre con sede a Budapest.
Destino curioso quello del Mathias Corvinus, una istituzione fondata nell’ormai lontano 1996 da una serie di investitori privati con lo scopo di formare una élite culturale e una eccellenza professionale capaci di condurre l’Ungheria nel cuore della modernità. Nome simbolicamente potente, quello di uno dei più amati sovrani della storia ungherese, Mattia il Giusto, un re che sovente si camuffava da viandante per ascoltare non riconosciuto le opinioni e il sentimento del popolo. Dal 2020 però l’istituto, guidato da Balázs Orbán, nessuna parentela con l’ex premier Viktor, e diretto da Zoltán Szalai, si è avvicinato talmente tanto all’ex governo da finire per divenirne ambiziosa parte: un centro di irradiazione della cultura post liberale su suolo europeo, referente e hub di raccolta di intellettuali, pensatori, economisti, politologi di sensibilità nazional-conservatrice, sul modello delle correnti americane patrocinate da Yoram Hazony o da Patrick J. Deneen. Negli ultimi anni, l’istituto ha quindi contribuito, coi suoi settemila studenti, le sue strutture e soprattutto gli ingenti finanziamenti garantiti dal governo di Viktor Orbán, a divenire centro europeo di una internazionale post liberale, con solidi rapporti con il nuovo corso del conservatorismo radicale americano. Non a caso il debutto della principale convention americana dei conservatori, il Cpac, è avvenuto su suolo europeo proprio in Ungheria, nel 2022, con la collaborazione organizzativa del Collegio Mathias Corvinum. Ancora nel 2025, parlando dal palco del Cpac, condiviso con Peter Thiel che però non sembra stracciarsi le vesti per i rovesci dell’istituto, il premier uscente aveva detto di voler occupare anche Bruxelles, usando come leva proprio l’istituto. Le cose sono andate assai diversamente. Sconfitto alle elezioni da Péter Magyar, il quale ha anche dichiarato di voler vedere chiaro sui fondi elargiti dal suo predecessore al Collegio, Orbán non è più stato in grado di incidere quale ufficiale di collegamento della galassia post liberale.
E ora che i fondi vengono meno le ambizioni del Mathias Corvinum vanno riducendosi. Ma sarebbe ingiusto ritenere che la sua crisi sia solo questione di soldi. Infatti è indubbio che si stesse riproducendo su suolo europeo la grande battaglia tra anime della destra a cui si assiste anche negli Stati Uniti, in assenza di una qualche proposta di “fusionismo” organico e coerente, sul modello di quanto teorizzato decenni fa da Frank S. Meyer. L’attività preferita dei post liberali, infatti, sembra quella di prendersela con libertari di destra e mondo del tech. Succede quando il tuo orizzonte ideologico è quello del “bene comune” e quando, proprio per questo, inizi ad imbarcare a bordo ex marxisti di cui non si sa quanto quell’ex sia reale. Frank Füredi stesso arriva dal trotskismo professato negli anni Settanta e Ottanta, per poi approdare a un sovranismo comunitarista. Liquidato in tempi recenti come “rossobruno”, in realtà fino a non molti anni fa era ancora entusiasticamente frequentato dalla sinistra: Christian Raimo nel 2020 ha definito “testo molto interessante”, lodandone le analisi, il saggio di Füredi “Il nuovo conformismo”. La questione infatti è che le coordinate ideologiche dell’istituto lo hanno condannato all’autoreferenzialità, con un comunitarismo che spesso si macula di nazional-comunismo, risultando incapace di sintetizzarsi con le altre anime della destra e potendo quindi vivere solo artificialmente grazie a finanziamenti statali.