Esteri
“Non lo tolleriamo” •
Dopo l'accusa tedesca a Mosca per il drone di Lipsia, von der Leyen usa finalmente la parola attacco all'Europa
La presidente della Commissione riceve Rutte al Berlaymont e qualifica l’episodio di Lipsia come attacco con materiale militare condotto da un’operazione russa in territorio europeo: è un salto lessicale rispetto al linguaggio abituale sugli “incidenti ibridi”

C’è voluto quasi un mese perché il drone trovato il 4 agosto sulla pista sud dell’aeroporto di Lipsia-Halle, a pochi metri da un cargo ucraino, diventasse un fatto politico. Ieri il ministro dell’Interno tedesco Alexander Dobrindt ha spiegato che i mezzi impiegati erano già noti da altre operazioni ibride russe legate alla guerra in Ucraina, e che il governo federale ne attribuisce la responsabilità a Mosca. Berlino ha ordinato la chiusura del consolato russo di Bonn e della Russisches Haus, un centro culturale nel cuore della capitale tedesca considerato, di fatto, un covo di spie. Oggi Ursula von der Leyen ha ricevuto Mark Rutte al Berlaymont e ha usato la parola che a Bruxelles si tende a maneggiare con le pinze: “attacco”. “Voglio essere molto chiara, questo è stato un attacco con materiale militare portato avanti da un’operazione della Russia in territorio europeo”, ha detto la presidente della Commissione nel punto stampa con il segretario generale della Nato. “Non lo tolleriamo”. E aggiunge che “non solo manterremo alta la pressione sulla Russia, ma la alzeremo”. Rutte, accanto a lei, ha detto che la Russia ha aumentato la propria spregiudicatezza ma “non ci spaventa”, e che l’unità euroatlantica è “incrollabile”.
La novità è che finora Bruxelles non aveva mai messo in una frase sola la combinazione di: materiale militare, operazione riconducibile allo stato russo, territorio europeo. L'8 ottobre 2025, alla plenaria di Strasburgo sulle violazioni dello spazio aereo, von der Leyen aveva detto che era ora di chiamare le cose col loro nome: “Questa è guerra ibrida”, e prima ancora “una campagna deliberata e mirata nella zona grigia contro l'Europa”, con l'aggiunta che “ogni centimetro quadrato del nostro territorio deve essere protetto”. Al discorso sullo stato dell'Unione del 10 settembre 2025, poche ore dopo i droni sulla Polonia, aveva parlato di violazione “dello spazio aereo polacco e europeo”. Nel maggio 2026, sui Baltici: una minaccia contro uno stato membro è una minaccia contro l'Unione intera. Ma “guerra ibrida” e “zona grigia” sono categorie costruite apposta per stare sotto la soglia dell'attacco armato. Ora quella soglia viene nominata, subito dopo l'attribuzione formale di un governo nazionale.
La parte operativa, poi. Von der Leyen ha annunciato due cose concrete. La prima: un progetto europeo, costruito insieme a Kyiv, per dotarsi di difese contro i missili balistici. La seconda, più immediata: è arrivata una nuova richiesta di pagamento a valere sul prestito da 90 miliardi, “vale diversi miliardi di euro” e coprirebbe le difese aeree ucraine, compresi i Patriot Pac-3.
Qui la faccenda si complica. I Pac-3 sono gli unici intercettori davvero efficaci contro i balistici russi che colpiscono Kyiv, ma non sono europei: il prestito consente di spendere fuori dall’Unione fino al 35 per cento, con deroga caso per caso, e Parigi spinge da settimane perché quella quota resti il più possibile in Europa. La difesa antibalistica è diventata così il terreno su cui si misura la contraddizione europea: comprare subito armi americane o costruire lentamente quelle europee? Il progetto annunciato oggi è la risposta di lungo periodo a un problema che l’Ucraina si trova costretta ad affrontare ogni notte.
A Wicklow, intanto, i ministri degli Esteri riuniti nel Gymnich sotto presidenza irlandese ragionavano sul resto. L’alta rappresentante Kaja Kallas ha detto che la lista nera si è aperta con poche aggiunte ma gli stati membri ne hanno proposte molte di più, e che ogni voce va verificata sul piano legale: serve tempo. Il passaggio politico, però, è un altro: gli attacchi ibridi in giro per l’Europa, ha osservato, possono “dare una svegliata” ai paesi che su questo fronte non si sono mostrati altrettanto determinati. Tradotto: la pressione russa fa il lavoro che la diplomazia europea non riesce a fare da sola. L’ambasciatore russo è stato convocato dalla Commissione e da molte capitali.
Sul resto le resistenze restano quelle di sempre. Antonio Tajani ha ribadito che l’Italia non è contraria in linea di principio all’uso degli asset russi congelati, ma che il nodo è giuridico e non politico, e che proprio per questo la decisione non è mai stata presa. Il tedesco Johann Wadephul, che arriva dalla capitale colpita, ha chiesto una cosa scomoda ai partner: alcuni stati membri hanno ancora risorse di difesa aerea, e bisogna parlarne insieme. È la richiesta di cedere scorte proprie, che nessuno ama. La guerra ibrida funziona per questo: perché la risposta richiede tempo, verifiche legali e, quasi sempre, unanimità.