Esteri
Dal Washington Post •
La coperta corta di Pete Hegseth
Le operazioni americane in Iran rischiano di indebolire le capacità militari in altre aree, dicono i comandanti. Il documento inedito e i commenti inviati dai capi di Esercito, Marina e Aeronautica al capo del Pentagono
1 SET 26

Foto LaPresse
Parecchi leader militari americani hanno avvertito il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, che prolungare le operazioni su larga scala contro l’Iran è insostenibile e rischia di indebolire la capacità di affrontare minacce in altre aree, compreso il territorio nazionale. E’ quanto riferiscono fonti informate su una recente valutazione preparata per il capo del Pentagono. I moniti – illustrati a Hegseth dai capi di stato maggiore di Esercito, Marina e Aviazione e dai comandanti a quattro stelle che supervisionano le operazioni statunitensi in Europa, Asia e America Latina – compaiono nell’edizione del 14 agosto del “Secretary of Defense Orders Book” (Sdob). Le fonti hanno descritto il documento al Washington Post a condizione di rimanere anonime, trattandosi di materiale secretato. L’Sdob, solitamente redatto due volte al mese, delinea la disponibilità globale di navi da guerra, velivoli, personale e sistemi d’arma statunitensi. Riflette le priorità del presidente per le Forze armate, applicate dal segretario alla Difesa, e include le analisi dei più alti generali e ammiragli che costruiscono le direttive del Pentagono.
Mentre il presidente Donald Trump esercita pressioni su Teheran affinché riapra lo Stretto di Hormuz e accetti diverse clausole statunitensi per porre fine a un conflitto in fase di stallo, si è detto fermo sul fatto che tutte le opzioni restano sul tavolo. Di conseguenza, il Central Command, il comando responsabile della gestione della guerra in Iran, tiene da mesi in stato di allerta una forza di oltre 50 mila soldati nell’eventualità che il Presidente ordini nuovi attacchi. Il documento del 14 agosto dispone che parte delle truppe dispiegate in medio oriente vi rimanga fino a settembre e altre fino al 2027. La prospettiva di un ulteriore prolungamento della missione ha spinto i vertici militari a manifestare la loro grande preoccupazione. I comandanti dell’European Command, del Pacific Command e del Southern Command, assieme all’ammiraglio al vertice della Marina, hanno risposto inserendo nell’Sdob quello che viene definito un “non concur”, vale a dire un formale dissenso verso l’ordine di proroga del segretario, pur confermandone la regolare esecuzione. I comandi che supervisionano le operazioni in Europa, Asia e America latina si sono visti sottrarre navi, aerei e altri equipaggiamenti per sostenere il conflitto iraniano. Ciò ha limitato la loro capacità di condurre missioni e garantire un addestramento adeguato. La Marina, in particolare, ha dovuto tirare al limite la propria operatività per stare al passo con le esigenze belliche. I vertici di Esercito e Aviazione hanno invece concordato con la volontà di Hegseth di estendere il dispiegamento delle forze, pur sottolineando che la decisione comporta rischi significativi.
Nel complesso, la posizione espressa dalla leadership militare è che l’operazione in Iran, giunta al sesto mese, sia diventata “eccessiva e troppo prolungata”, ha dichiarato una delle fonti. Il monito inviato a Hegseth, finora inedito, offre uno sguardo nuovo sul dilemma dell’Amministrazione: da un lato Trump cerca di chiudere il conflitto a condizioni favorevoli agli Stati Uniti; dall’altro l’Iran, consapevole dell’impopolarità della guerra tra gli americani e del suo peso sull’arsenale statunitense, rifiuta la resa. “Le decisioni riguardanti la portata e la durata dei singoli impegni operativi verso qualsiasi Comando vengono prese in base alla valutazione attuale della minaccia, alle priorità strategiche stabilite dal presidente e al parere del capo di stato maggiore congiunto e dei comandanti operativi”, ha dichiarato in una nota al Washington Post Sean Parnell, portavoce di Hegseth. Il Pentagono “non commenta le dinamiche operative interne”, incluso l’Sdob, “né i singoli pareri favorevoli, i dissensi o le valutazioni del rischio fornite dalle Forze armate o dai Comandi durante le deliberazioni sull’allocazione delle risorse”, ha aggiunto. L’Sdob viene esaminato anche dal generale Dan Caine, capo di stato maggiore congiunto. Un suo portavoce ha declinato ogni commento, rinviando le domande all’ufficio di Hegseth.
Il documento rappresenta un canale ufficiale attraverso cui i vertici militari possono far emergere criticità sulle risorse e mostrare a Hegseth l’impatto che l’assegnazione o il taglio di mezzi ha sugli obiettivi. Che i comandanti discutano del fattore di rischio è prassi comune, ha spiegato la fonte. Ma il quadro attuale appare nell'insieme “più grave”: alcuni generali e ammiragli sono stati eccezionalmente schietti ed espliciti nel contestare a Hegseth gli ordini di inviare continuamente mezzi e personale a fronte di una traiettoria operativa ancora incerta. I responsabili dell’European Command e del Southern Command hanno avvertito Hegseth che il prestito di navi e aerei da ricognizione al Central Command ha degradato la capacità di assolvere ai compiti di difesa nazionale. L’ammiraglio Samuel Paparo, a capo del Pacific Command, ha detto di essere contrario al livello di supporto continuamente richiesto, che comprende un gruppo d’attacco portaerei e cacciatorpediniere navali. Un portavoce dell’European Command ha rifiutato di commentare. I portavoce del Southern Command e del Pacific Command non hanno risposto alle richieste di chiarimento.
L’ammiraglio Daryl Caudle, capo delle Operazioni navali, ha fornito a Hegseth il quadro più cupo, affermando nell’Sdob che la Marina non può sostenere il livello attuale di supporto alla guerra in Iran senza una data di fine prevista. La Marina ha sopportato un carico straordinario. Le è stato chiesto di fornire decine di unità per la campagna iraniana: prima per partecipare all’attacco e difendersi dai contrattacchi, poi per mesi per far rispettare il blocco dei porti iraniani imposto da Trump nel tentativo di riaprire con la forza lo Stretto di Hormuz. I turni di servizio per molte navi ed equipaggi sono stati prolungati di diversi mesi. Caudle ha riferito a Hegseth che appena un quarto della flotta di cacciatorpediniere è pronto per l’impiego, un netto calo rispetto ai livelli prebellici. Più in generale, il documento evidenzia che l’impatto sulla manutenzione delle navi, se le richieste dell’operazione iraniana dovessero proseguire inalterate, compromette la disponibilità della flotta nell’eventualità di altri conflitti. Un portavoce di Caudle non ha risposto alle richieste di intervista. Durante un recente evento a Norfolk, l’ammiraglio ha parlato dei prolungamenti delle missioni definendoli “molto duri per i nostri marinai”. “Di solito non sono un grande estimatore delle proroghe e mi oppongo con decisione, ma anche il nemico ha voce in capitolo”, ha dichiarato Caudle secondo la trascrizione fornita dalla Marina.
Il capo delle Operazioni navali dice che la Marina non può sostenere il livello attuale di supporto alla guerra in Iran
Sebbene i vertici di Esercito e Aviazione siano d’accordo con la linea attuale di Hegseth, hanno ammesso le difficoltà oggettive che ne derivano. I reparti della 82ª Divisione aerotrasportata dell’Esercito, che a marzo aveva mobilitato duemila soldati in risposta alla guerra, vedranno la propria missione estesa a un anno completo, ha confermato il generale di divisione Brandon R. Tegtmeier in una lettera datata domenica. La lettera inviata alla Divisione riconosce la complessità delle incognite legate alla mobilitazione e rimarca che i comandanti “comprendono quanto una missione più lunga pesi sulle famiglie, comprese le nostre”. Quei soldati sarebbero cruciali in caso di un’invasione terrestre dell’Iran. Si prevede anche la proroga per le unità che gestiscono i sistemi di difesa aerea Patriot dell’Esercito, impiegati per abbattere missili e droni diretti contro le basi statunitensi. Un portavoce dell’Esercito non ha risposto alle richieste di commento. L’esaurimento degli intercettori Patriot – dovuto al conflitto in Iran e alle precedenti forniture all’Ucraina – ha limitato la capacità dell’Amministrazione Trump di intensificare ulteriormente la guerra, mentre Teheran mantiene la capacità di colpire con successo le strutture americane in tutto il medio oriente. Come già riportato dal Washington Post e da altre testate, la guerra ha anche prosciugato le scorte americane di intercettori Thaad (Terminal High Altitude Area Defense), vitali non solo per la protezione degli asset americani ma anche degli alleati regionali, e di missili a lungo raggio Tomahawk. Inoltre è andato perduto circa il 25 per cento della flotta di droni Reaper del Pentagono e le basi statunitensi nell’area hanno subìto danni per miliardi di dollari. L’Amministrazione Trump continua a sostenere che i dati sulla carenza di munizioni siano inesatti.
L’impoverimento delle scorte di missili e intercettori aerei rende l’America vulnerabile su altri fronti
Anche molte unità dell’Aeronautica inviate in medio oriente per condurre raid e operazioni continuative vedranno la permanenza prorogata nel 2027. L’Aeronautica non ha voluto commentare, citando il segreto di stato sull’Sdob. Un portavoce del Central Command ha declinato ogni commento rinviando all’ufficio di Hegseth. I recenti “non concur” rappresentano l’ultimo segnale d’allarme lanciato dai vertici militari. Come già emerso, Caine aveva avvertito la Casa Bianca prima dell’inizio delle ostilità che gli Stati Uniti non disponevano di munizioni e supporto dagli alleati sufficienti per sostenere una campagna prolungata su larga scala. Più di recente, il generale Alexus Grynkewich, a capo dell’European Command, ha confidato riservatamente al Pentagono di non disporre di forze navali adeguate per proteggere Israele e il territorio statunitense da attacchi missilistici. Nel Pacifico, i principali alleati degli Stati Uniti hanno espresso forte preoccupazione: l’impoverimento delle scorte di missili e intercettori aerei lascia la regione vulnerabile alla Cina. L’unica portaerei navale statunitense assegnata stabilmente al Pacifico – perno della strategia di deterrenza verso Pechino – è stata dirottata in medio oriente per dare il cambio a un’altra unità operativa da oltre 300 giorni.
Hanno contribuito Dan Lamothe, Noah Robertson e John Hudson
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