Il calcolo politico di Trump con l’Iran e il rischio della fine della deterrenza americana

In Israele vota il 27 ottobre, negli Stati Uniti il 3 novembre. Queste due scadenze impongono al presidente americano e a quello israeliano necessità politiche opposte. Ma le minacce trumpiane senza seguito rischiano di costare più delle guerre che dovrebbero evitare
28 AGO 26
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Il 18 agosto otto bombe israeliane hanno colpito la base aerea di Abu al-Duhur, nella provincia siriana di Idlib. Il bersaglio, secondo la ricostruzione israeliana, era il dispiegamento militare turco su un aeroporto la cui pista era stata da poco ricostruita. La reazione più significativa è però arrivata non da Damasco né da Ankara ma da Washington: Tom Barrack, ambasciatore americano in Turchia e inviato per la Siria, ha accusato Israele di un’escalation non necessaria che danneggia la stabilità regionale, aggiungendo due dettagli che a Gerusalemme potrebbero non essere stati apprezzati: Israele non aveva informato preventivamente gli Stati Uniti, e l’operazione poteva servire a provocare i turchi per calcoli politici interni. Le spiegazioni tattiche non mancano. Israele ha un interesse strutturale a impedire che la Turchia consolidi una presenza aerea permanente in Siria, e la linea rossa sul dispiegamento di assetti turchi era stata comunicata a Damasco. Ma il fatto che sia stato un rappresentante dell’Amministrazione Trump a indicare la campagna elettorale israeliana come possibile movente segnala più di una divergenza tattica.
Israele vota il 27 ottobre, gli Stati Uniti il 3 novembre. Sette giorni separano le due scadenze, che impongono ai due leader necessità politiche opposte. Netanyahu arriva al voto in svantaggio e con una vulnerabilità: la strage del 7 ottobre 2023 è avvenuta sotto la sua responsabilità, e il suo rifiuto di istituire una commissione d’inchiesta su di essa ha allontanato una parte del suo stesso elettorato. La resa dei conti è una spada di Damocle, e in condizioni simili un fronte aperto non è un costo ma una risorsa, perché sposta il dibattito pubblico dal bilancio al bollettino. La sopravvivenza politica non richiede vittorie strategiche finché si accumulano i successi tattici e persiste un’atmosfera di emergenza. Questo non significa che ogni operazione israeliana risponda a un calcolo elettorale, e sarebbe un errore analitico sostenerlo. Ma l’incentivo a ritardare la stabilizzazione esiste, e a Washington è stato rilevato. Trump ha bisogno esattamente del contrario. Il suo indice di gradimento è sceso al 33 per cento, il minimo del secondo mandato, e la guerra con l’Iran ha un sostegno sempre più scarso. Complici il prezzo della benzina e l’inflazione, a poco più di due mesi dal voto di metà mandato, il presidente non ha alcun interesse ad aprire fronti ma a chiuderne, in primis quello iraniano, e a poterlo presentare come una vittoria.
Dato che la vittoria sembra ancora lontana, Trump ha scelto di annunciarla. Il 18 agosto, lo stesso giorno del raid israeliano e poche ore dopo che Teheran aveva confermato la chiusura di Hormuz, il presidente ha pubblicato su Truth una mappa che decretava lo Stretto un “nuovo territorio americano”. Il 24 agosto il segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato l’operazione Economic Outcast, promettendo di recidere ogni linea di sostentamento economico del regime e avvertendo che nessuno, Cina compresa, è fuori dalla portata delle sanzioni americane. Ufficialmente si tratta della più vasta offensiva finanziaria mai condotta contro un paese. Nei fatti, le sanzioni non sono state imposte: il Tesoro ha annunciato che invierà alle singole capitali scadenze entro cui interrompere le attività individuate. Con la decisione di minacciare sanzioni secondarie ad attori terzi che con tutta probabilità le ignoreranno, Trump commette un grave errore di calcolo. Le minacce non seguite da conseguenze consumano capitale in due direzioni. Verso gli avversari, perché insegnano che la strada razionale per affrontare la deterrenza americana è aspettare che l’umore politico cambi. Verso gli alleati, perché insegnano che la protezione americana è condizionale, intermittente e revocabile. Nessuna delle due lezioni si dimentica quando la campagna elettorale finisce.
Su come funziona questo meccanismo l’Ucraina offre il precedente più istruttivo. Dopo due anni di sostegno americano discontinuo, Kyiv ha ridotto la dipendenza dalle forniture statunitensi e ha sviluppato una competenza autonoma nella guerra del ventunesimo secolo, a partire dai droni. L’Europa ha smesso di considerare Washington una costante nelle proprie proiezioni di spesa e di capacità. Il risultato è misurabile e paradossale: sulla guerra in Ucraina Trump dispone oggi di meno leva di quanta ne avesse due anni fa, perché gli altri attori hanno imparato a ridurre il suo peso nelle rispettive equazioni. Se Trump ritenesse indispensabile chiudere la partita iraniana con una vittoria netta, la direttrice coerente sarebbe dare un seguito militare credibile alle proprie minacce. Non lo fa perché in una guerra impopolare, a settanta giorni dal voto, il prezzo politico interno sarebbe proibitivo. La scelta, però, non è tra un costo e la sua assenza ma tra un costo immediato e tangibile per la sua Amministrazione e un costo differito e diffuso per il suo paese: l’erosione della posizione degli Stati Uniti in medio oriente e della deterrenza americana in tutto il mondo.