A Milei si è inceppata la motosega

Crollo dell’inflazione, equilibrio di bilancio e risanamento della Banca centrale da un lato. Stagnazione, calo dei salari e precarietà dall’altro. In Argentina il presidente sta stabilizzando l’economia, che però non cresce

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Javier Milei (foto Epa, via Ansa)

Per oltre un decennio, l’economia argentina ha convissuto con un’inflazione elevata e ricorrenti svalutazioni della propria moneta. Ciò ha fatto sì che il livello dell’attività economica rimanesse stagnante e che, a fronte della crescita demografica, il reddito pro capitesi riducesse di circa il 10 per cento. Per questo motivo, qualsiasi valutazione sull’andamento del piano del presidente Javier Milei deve cominciare dal fronte esterno e da quello inflazionistico, i due principali ostacoli, poiché finché non verranno risolti non sarà possibile migliorare il resto dell’economia.

Una battaglia vinta

La performance del fronte esterno è stata eccezionale, da qualunque prospettiva la si osservi. La bilancia commerciale ha registrato il più elevato avanzo della storia recente, trainato da un’ottima campagna delle colture oleaginose ma, soprattutto, dal netto miglioramento del settore energetico, che ha beneficiato del forte aumento del prezzo internazionale del petrolio. Ciò ha generato un ampio surplus di valuta estera sul mercato dei cambi, consentendo alla Banca centrale di effettuare acquisti record di divise, per circa 13 miliardi di dollari. Questi acquisti sono stati fondamentali per far fronte ai pagamenti del debito estero e rafforzare il bilancio dell’autorità monetaria, oltre che per dissipare qualsiasi rischio di corsa al dollaro. Questo è stato decisivo, per esempio, affinché questa volta i Mondiali di calcio – che solitamente provocano un aumento significativo della domanda di dollari – non avessero alcun impatto, a differenza di quanto accaduto nel 2022.
Tutto ciò è stato possibile soltanto grazie al cambio di rotta del governo, dato che l’anno scorso aveva esplicitamente respinto la possibilità che la Banca centrale intervenisse sul mercato dei cambi per accumulare valuta estera. Una decisione fortemente criticata dalla grande maggioranza degli analisti economici. L’accumulazione di riserve è un elemento fondamentale per la sostenibilità del tasso di cambio e uno dei principali indicatori osservati dai mercati internazionali quando valutano la capacità di pagamento dei paesi.

Un miglioramento tra alti e bassi

Al risultato precedente si collega il secondo dato favorevole: l’inflazione. A giugno ha registrato un aumento mensile al 2,1 per cento, dopo tre mesi consecutivi di calo. Attualmente l’inflazione è più elevata rispetto a un anno fa. Nel frattempo si è verificata una successione di forti aumenti di prezzi chiave: prima il dollaro durante le elezioni di metà mandato a ottobre 2025, poi la carne verso la fine dello scorso anno e, infine, i carburanti nei primi mesi del 2026. Questi movimenti spiegano tale dinamica. Tuttavia, una volta venuti meno questi tre fattori propulsivi, ci si attende che l’inflazione continui a diminuire nei prossimi mesi.
Inoltre, ampliando l’orizzonte dell’analisi, il dato attuale acquista ancora più rilevanza. Negli ultimi otto anni, pari a un totale di 96 mesi, soltanto nel 7 per cento dei casi l’inflazione si è collocata al di sotto del 2 per cento mensile. Per di più, quattro di questi otto mesi si sono verificati durante l’attuale governo. Ciò detto, l’inflazione rimane piuttosto elevata rispetto ai parametri regionali: a titolo di riferimento, negli ultimi mesi l’inflazione media di Brasile, Cile e Uruguay è stata dello 0,5 per cento mensile. Ma raggiungere questi livelli richiederà molto tempo, vista l’alta inflazione di partenza dell’Argentina.

Stagnazione con vincitori e vinti

Nel migliore dei casi, l’attività economica si trova in una fase di stagnazione. La principale differenza rispetto allo scorso anno, quando l’attività era in crescita, è stata la frenata del credito bancario. Ciò è stato determinato dall’aumento dei tassi d’interesse a livelli record durante il secondo semestre dell’anno scorso, nel contesto delle elezioni di metà mandato. Questo aumento avrebbe potuto essere contenuto dalla Banca centrale, ma l’autorità monetaria ha deciso di non intervenire, seguendo la logica libertaria della non ingerenza nei mercati. Oltre alla stagnazione, il quadro è estremamente eterogeneo. Se consideriamo l’intera gestione di Milei, i settori esportatori – agricoltura e allevamento, attività mineraria ed energia – insieme a quello bancario, sono stati i grandi vincitori e quelli che hanno trainato l’attività economica. Al contrario, i settori legati all’attività interna – industria, commercio e costruzioni – sono stati i grandi sconfitti.
Il problema, come vedremo di seguito, è che questa eterogeneità ha prodotto effetti negativi sia sull’occupazione sia sui salari. I settori esportatori sono stati fondamentali per generare valuta estera, ma impiegano poca manodopera, esattamente il contrario di quanto avviene nell’industria, nelle costruzioni e nel commercio.

Un mercato del lavoro più fragile

Il rallentamento dell’attività non ha avuto un impatto significativo sulla disoccupazione. Nel primo trimestre, ultimo dato ufficiale disponibile, il tasso si è attestato al 7,8 per cento: un aumento di 0,3 punti percentuali rispetto al trimestre precedente, quando era stato del 7,5 per cento. Un effetto evidente si è invece osservato sull’informalità, che è aumentata di 1,2 punti percentuali, raggiungendo il 44,2 per cento. Si osserva, infatti, una riduzione molto significativa del numero di persone impiegate in lavori formali – quasi 200 mila in meno – praticamente compensata dall’aumento dei posti di lavoro informali, pari a circa 147 mila. La differenza spiega il moderato incremento della disoccupazione.
E’ qui che acquista rilevanza l’eterogeneità dell’attività economica menzionata in precedenza: i settori più colpiti sono stati, ovviamente, quelli nei quali è andato distrutto il maggior numero di posti di lavoro. Industria e commercio spiegano insieme la metà della riduzione dell’occupazione formale. Sebbene sia degno di nota che, a fronte della contrazione dell’attività, la disoccupazione sia rimasta praticamente invariata, non vi sono dubbi sul fatto che il mercato del lavoro si sia deteriorato. I lavori informali, oltre a non essere tutelati dai diritti e dai benefici del lavoro regolare, sono più instabili e garantiscono redditi mediamente inferiori rispetto a quelli del settore formale.

Redditi più bassi, maggiori spese fisse

Con un’attività in lieve contrazione e l’aumento dei posti di lavoro con remunerazioni più basse, anche il reddito delle persone si è ridotto. A ciò si aggiunge l’aumento delle tariffe dei servizi pubblici al di sopra dell’inflazione, nell’ambito di una politica di aggiornamento e adeguamento tariffario. Va ricordato che queste tariffe presentano una componente sovvenzionata, sostenuta dal governo e, pertanto, rilevante all’interno della spesa pubblica.
Questo fenomeno può essere osservato analizzando il reddito reale e quello disponibile tra il 2023 e maggio 2026, ultimo dato disponibile. Il reddito reale indica quanto possono acquistare le persone una volta sottratto l’effetto dell’inflazione. Il reddito disponibile tiene conto anche delle spese fisse: è qui che incidono le tariffe dei servizi pubblici. Questa seconda misura cerca di approssimare meglio quanto rimane effettivamente nelle tasche delle persone per i consumi. Dall’inizio dell’anno, il reddito reale si è ridotto dell’1,4 per cento. Poiché il governo continua ad aggiornare le tariffe, il reddito reale disponibile è diminuito ancora di più, del 2,8 per cento. Rispetto al 2023, i due indicatori risultano inferiori rispettivamente del 10 per cento e del 16,5 per cento.
Il confronto richiede una precisazione. Nel 2023, le tariffe erano fortemente arretrate. I servizi pubblici e i trasporti avevano prezzi molto bassi, per cui il reddito disponibile di quel periodo era favorito dai sussidi. La correzione era necessaria per ridurre il deficit. Tuttavia, il fatto che l’aggiustamento fosse necessario non significa che non abbia inciso sul potere d’acquisto. Una famiglia che oggi destina una quota maggiore del proprio stipendio al pagamento di elettricità, gas e trasporti dispone di meno denaro per gli altri consumi. Entrambe le cose possono essere vere contemporaneamente: le tariffe erano arretrate e il loro aggiornamento ha deteriorato il reddito disponibile, incidendo sull’attività economica attraverso la contrazione dei consumi.
L’adeguamento delle tariffe, però, non è stato l’unico problema. Anche mettendo da parte questo effetto e osservando soltanto il reddito reale, si nota che è in calo dall’agosto dello scorso anno e che tale riduzione è legata, almeno in parte, al processo di accelerazione inflazionistica descritto in precedenza. Se la tendenza discendente dell’inflazione dovesse proseguire, è ragionevole attendersi che i redditi comincino a recuperare, anche se in maniera graduale.

Il credito e le insolvenze

Il dato più preoccupante e inedito degli ultimi mesi è il brusco aumento delle insolvenze delle famiglie, che sono più che raddoppiate rispetto ai precedenti livelli massimi. Il tasso aveva raggiunto il 5 per cento sia durante la crisi del debito del 2019, sotto il governo Macri, sia nel 2021 durante la pandemia. Attualmente si colloca al 13 per cento del totale dei prestiti erogati e riguarda il 27 per cento delle persone con un finanziamento in corso. Il fortissimo aumento del credito osservato tra il 2024 e la metà del 2025, combinato con il successivo incremento dei tassi d’interesse a livelli record e, in seguito, con la contrazione dei redditi, ha creato la tempesta perfetta che spiega questo balzo brusco delle insolvenze.

Le sfide per il futuro

Ciò che si osserva, dunque, non è soltanto una ripresa incompleta, ma un’economia che funziona a due velocità. I settori che generano dollari mostrano risultati favorevoli, mentre l’industria, le costruzioni e il commercio continuano a indebolirsi. Questa differenza non è trascurabile: i primi sono fondamentali per sostenere il fronte esterno, mentre i secondi concentrano una parte significativa dell’occupazione e dei redditi delle famiglie. Per questo motivo, il problema non si risolve aspettando che la crescita di alcuni settori finisca per riversarsi sugli altri.
Se l’eterogeneità dovesse consolidarsi, la stabilità valutaria potrebbe convivere per molto tempo con l’informalità, i salari bassi e la stagnazione dei consumi. Non si tratta di negare i progressi fatti dal governo, ma di collocarli nella giusta prospettiva: la stabilizzazione era una condizione necessaria per crescere, ma non è mai stata sufficiente. La seconda metà del programma di Milei sarà molto più impegnativa della prima. Non basta più mettere ordine nelle variabili macroeconomiche: ora la sfida consiste nel tradurre quell’ordine in maggiore produzione, posti di lavoro migliori e un’effettiva ripresa del potere d’acquisto.