Prepararsi al peggio. Perché l’Italia è indietro sulla difesa civile

Dai paesi baltici al Regno Unito, l’Europa prepara cittadini, infrastrutture e istituzioni a una possibile escalation con la Russia. In Italia la “whole of society defence” resta un tabù

28 AGO 26
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Prepararsi al peggio è diventato parte della sicurezza europea, ma non ancora di quella italiana. La possibilità che la guerra di Vladimir Putin, in forme e modalità diverse, possa oltrepassare i confini dell’Ucraina non è più soltanto un’ipotesi remota e allarmistica, e dopo la visita del direttore della Cia John Ratcliffe a Mosca, le indiscrezioni su un possibile tentativo russo di mettere alla prova la Nato in modo più eclatante, per esempio con un’azione limitata contro i paesi baltici o altre forme di escalation contro il Regno Unito, hanno assunto contorni più insistenti e concreti. La percezione del rischio è da sempre più forte nei paesi del fianco orientale della Nato, quelli che per storia e geografia considerano la Russia una minaccia immediata, e nel Regno Unito (il mese scorso hacker legati all’Iran hanno provocato la chiusura di una centrale elettrica). Ma l’idea che la guerra possa produrre conseguenze dirette anche lontano dal fronte ucraino si è consolidata in gran parte dell’Europa, e ha modificato le politiche di sicurezza e la preparazione delle società. In Italia, invece, questo passaggio culturale e politico è rimasto sottotraccia. Il concetto di whole of society defence, e cioè l’idea che la difesa non sia più soltanto una responsabilità esclusiva delle Forze armate, ma coinvolga istituzioni, imprese, infrastrutture e cittadini, non è mai entrato nel dibattito pubblico. 
Non è successo soprattutto per il timore che parlare di certe cose possa avere un effetto sull’opinione pubblica, che “ripudia la guerra” ma rischia di doverla subire, impreparata. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha più volte parlato della necessità di adeguarci alla guerra che cambia: nel suo Atto di indirizzo, pubblicato poco più di un mese fa, scrive che “serve una difesa militare pienamente integrata nella più ampia difesa civile, perché la resilienza delle istituzioni democratiche, delle infrastrutture critiche e dei servizi essenziali è ormai parte della sicurezza nazionale”, e conferma che è attualmente “in via di costituzione” un “sistema di Difesa civile”, di cui però si parla pochissimo pubblicamente.
Le informazioni fornite regolarmente dai governi ai cittadini in modo trasparente e responsabile, senza allarmismi, riguardano consigli pratici alla vita quotidiana, quanti giorni di isolamento devono essere in grado di sostenere (circa tre), e poi i test dei sistemi di allerta, quasi tutti su smartphone, che aiutano a familiarizzare con gli avvisi , il budget, le esercitazioni civili-militari, e soprattutto il numero e la localizzazione dei rifugi pubblici esistenti, perché se arriva un’allerta sul cellulare come fanno le persone a capire cosa fare, dove andare? Come hanno spiegato spesso i funzionari britannici, gli ultimi ad aver aggiornato, neanche un mese fa, il proprio “Resilience Action Plan”, un’emergenza è un’emergenza, lo sono i missili che colpiscono una notte a sorpresa, ma lo sono anche un blackout di internet, un’infrastruttura fuori uso, un terremoto o un’epidemia. A essere coperti dalla segretezza della sicurezza di stato ci sono ovviamente le operazioni logistiche più delicate, come i piani operativi per le evacuazioni, la protezione delle infrastrutture, la mobilitazione e il transito delle truppe Nato sul territorio – per esempio l’Operationsplan Deutschland (Oplan Deu) delle Forze armate tedesche è un gigantesco manuale redatto dopo l’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina, in continuo aggiornamento, ed è completamente classificato. Il caso italiano, a livello europeo, è più unico che raro, perché tutto sembra coperto da segreto di stato. Il nostro IT-alert, il sistema di allerta precoce della Protezione civile, è ancora in fase di sperimentazione, ed è operativo solo per alcune catastrofi come incidenti nucleari, i terremoti nell’area dei Campi Flegrei, e il collasso di una grande diga. Sui rifugi antiaerei, non esiste alcuna mappa aggiornata: l’unica legge italiana specifica sui rifugi antiaerei resta il regio decreto legge del 1936, e la gran parte dei bunker dell’epoca non è attrezzata o agibile. Non risulta alcuna iniziativa recente di censimento o di una eventuale mappatura di luoghi idonei a rifugio.