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Editoriali •
Il disastro in Tibet e la sfiducia
In molti ora credono che la Cina menta sulle sue responsabilità, come a Wuhan

Foto LaPresse
Il bilancio delle vittime causate dall’alluvione di mercoledì fra il Nepal e il Tibet è destinato ad aumentare enormemente: per ora i numeri ufficiali parlano di 1.500 dispersi e di oltre cinquecento morti, ma le operazioni di soccorso sono ostacolate dai timori di nuove piene, dighe al collasso, altre esondazioni. Al di là delle diverse modalità nel registrare i decessi (la Cina ne ha confermati soltanto 5 per il momento, sul lato del Tibet che Pechino vuole si chiami Xizang, per cancellare anche linguisticamente, un pezzo alla volta, l’identità tibetana), la dinamica che si sta delineando nei giorni successivi al disastro ricorda per certi versi lo schema comunicativo visto durante la pandemia: la minimizzazione attraverso i numeri, l’esaltazione dell’operatività della leadership, la difesa a oltranza contro ogni accusa di responsabilità.
La polemica più insidiosa per la Cina non riguarda la causa geologica, su cui c’è ampio consenso scientifico, ma la gestione dell’informazione: se il distacco dovesse essere avvenuto in territorio tibetano e aver colpito per primo il valico cinese di Gyirong (già pesantemente danneggiato l’anno scorso da un’alluvione), Pechino aveva una finestra temporale, per quanto breve, per allertare il Nepal a valle. Il silenzio in quei minuti cruciali è ciò che alimenta i sospetti, esattamente come accadde nelle prime settimane di Wuhan. La responsabilità in questo caso non è unilaterale: anche il Nepal non ha un sistema di pre-allerta transfrontaliero adeguato, nonostante conosca da anni il rischio dei laghi glaciali tibetani, e la mancanza di un protocollo bilaterale strutturato è un problema di entrambi i governi, non solo di Pechino. Ma il Nepal è un paese fragile, non è la seconda potenza del mondo. Ed è sempre il modello di scarsa trasparenza e scarsa fiducia a provocare le accuse alla Cina, e che riguardano in questi giorni anche le mega-opere idroelettriche cinesi sull’Himalaya, sospettate da alcuni osservatori di alterare l’equilibrio idrogeologico della regione.