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In Nepal si teme una seconda alluvione. Tre italiani ancora dispersi
Nell'alluvione fra Nepal e Tibet, i morti accertati sono più di 470, i dispersi oltre mille. Un lago formato dai detriti della frana di mercoledì ha cominciato a tracimare al confine con il Tibet: le ricerche sono state sospese

(AP Photo/Niranjan Shrestha)
Le operazioni di soccorso nella zona di confine fra il Nepal e il Tibet sono state interrotte più volte per il rischio di una seconda alluvione. Il lago che si è formato dietro lo sbarramento di fango e detriti lasciato dalla frana di mercoledì ha cominciato a tracimare, come ha annunciato l'emittente di stato cinese Cctv: le squadre di soccorso cinesi hanno ricevuto l'ordine di arretrare di un chilometro dal sito e di aspettare istruzioni. Sul versante nepalese l'esercito ha sospeso le ricerche per un'ora e mezza, mentre il livello del fiume tornava a salire. Testimoni hanno raccontato a Reuters di abitanti di Rasuwa che risalivano di corsa i versanti.
È il timore principale di questa fase dell'emergenza. Il crollo del ghiacciaio e la valanga di roccia che mercoledì mattina hanno prodotto l'ondata di acqua e fango che ha distrutto villaggi, strade e ponti lungo il corso del Lhende, del Bhote Koshi e del Trishuli, hanno anche lasciato nella valle due laghi di sbarramento, uno in territorio nepalese e uno in territorio cinese, che continuano a riempirsi.
Il nuovo lago
Quello sul lato cinese si è formato vicino alla confluenza fra il Chhochen Khola e il Purepu Tsangpo, ricostruisce il Kathmandu Post. Secondo il ministero delle Risorse idriche cinese venerdì mattina conteneva circa due milioni di metri cubi d'acqua ed era già in parte tracimato; nei prossimi tre giorni potrebbero aggiungersene altri tre milioni, e il livello massimo è atteso per il primo settembre. Se lo sbarramento cedesse tutto insieme, la valle verrebbe percorsa una seconda volta dalla stessa sequenza di mercoledì, sopra comunità già distrutte e con dentro centinaia di soccorritori.
Il dipartimento delle Risorse naturali del Tibet ha fatto sapere di aver evacuato gli abitanti di diverse località a valle. La messa in sicurezza dello sbarramento è stata indicata da Xinhua come la priorità delle squadre impegnate nell'emergenza: China Aneng, l'azienda di stato che si occupa di interventi di questo tipo, ha mandato sul posto 310 fra soccorritori e tecnici con 120 mezzi, e una squadra avanzata sta usando droni e scanner laser tridimensionali per capire di che materiale è fatto il tappo, quanto è grande e a che velocità scorre l'acqua. Il fronte della colata di fango si è fermato a circa due chilometri e mezzo dal valico di Gyirong, dove i depositi arrivano a un metro e mezzo di spessore e rallentano parecchio i mezzi.
I numeri
Questa mattina la polizia nepalese ha detto di aver recuperato 469 corpi, un centinaio più di giovedì sera: le vittime accertate sul lato cinese restano tre. I feriti sono almeno 466. I dispersi sono più di mille, e la cifra continua a oscillare perché le liste nepalesi e cinesi potrebbero contare due volte le stesse persone: le autorità di Gyirong ne indicano 558 solo sul loro versante, di cui 260 stranieri.
Fra le persone che mancano all'appello ci sono centinaia di turisti e pellegrini di più di trenta paesi: 178 indiani, un'ottantina di statunitensi, 35 australiani, 33 britannici, 25 canadesi. Molti stavano tornando dal monte Kailash, in Tibet, meta di pellegrinaggi induisti e buddisti. Il guru indiano Jaggi Vasudev, noto come Sadhguru, ha scritto su X che 77 pellegrini partiti con la sua fondazione si trovavano al centro immigrazione di Gyirong quando è arrivata l'ondata.
L'esercito nepalese è riuscito a tirare fuori circa 350 fra operai e residenti rimasti intrappolati in un tunnel dell'impianto idroelettrico Upper Trishuli. Secondo l'ufficio del primo ministro un centinaio di persone erano ancora bloccate lì dentro. All'ospedale universitario Tribhuvan di Kathmandu, dove vengono portati molti dei soccorsi, i muri sono coperti dagli elenchi dei ricoverati e dalle foto di chi si sta cercando.
Gli italiani dispersi
Restano tre gli italiani irreperibili, secondo la Farnesina. Uno è Marco Ratto, orefice cinquantenne di Rapallo, che stava uscendo dal Nepal verso il Tibet: l'agenzia cinese che avrebbe dovuto prendere in carico il suo gruppo ha detto di aver perso i contatti al valico. Gli altri due sono una coppia italo-svizzera che stava facendo il percorso inverso. Il ministero degli Esteri ha spiegato di aver contattato circa 130 connazionali segnalati nell'area, e su disposizione del ministro Antonio Tajani ha mandato a Kathmandu personale dell'ambasciata di New Delhi per rafforzare l'assistenza.
Gli aiuti
La Federazione internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa ha lanciato venerdì un appello di emergenza da 43 milioni di dollari, pensato per coprire i soccorsi e i due anni successivi di ricostruzione: secondo le sue stime le persone colpite dal disastro potrebbero essere circa 93.000. Il segretario generale Jagan Chapagain ha detto che interi villaggi sono stati spazzati via e che i bisogni cresceranno nei prossimi giorni. Restano il problema dell'isolamento delle zone colpite e quello delle infrastrutture distrutte, che rendono difficile sia capire quanto sia grave il disastro sia portare aiuti.
Nei giorni scorsi l'India aveva mandato dieci tonnellate di materiale d'emergenza, le Nazioni Unite avevano stanziato due milioni di dollari, l'Australia 3,6 milioni e gli Stati Uniti 500.000 dollari. L'Unione Europea ha attivato il servizio satellitare Copernicus per mappare l'area.
Le cause
Sulle cause il quadro è ormai abbastanza chiaro: le immagini satellitari confermano il distacco di una porzione di ghiacciaio a circa 5.200 metri di quota, con una massa di roccia, precipitata per più di mille metri fino al fondovalle. Lo United States Geological Survey ha corretto la sua prima analisi, che parlava di un terremoto di magnitudo 4.4: il segnale sismico, poi ricalcolato a magnitudo 5.2, era stato prodotto dalla frana stessa.
Jakob Steiner, geoscienziato dell'Università di Graz, ha detto alla radio pubblica australiana di aver preparato un anno fa un rapporto per il governo nepalese dopo un evento simile, che nella stessa zona aveva ucciso venti persone, e di starne preparando un altro adesso. È il punto su cui insistono da tempo i glaciologi: nell'Himalaya episodi di questo tipo stanno diventando più frequenti, e le comunità e le infrastrutture a valle — strade di frontiera, dogane, centrali idroelettriche — sono state costruite senza tenerne conto.