Dall’America all’Asia, i datacenter per l’AI iniziano a influenzare le elezioni

Ogni governo vuole l’infrastruttura dell’intelligenza artificiale sul proprio territorio. Tutti sanno che serve, ma sono pochi i cittadini disposti a farsi installare quell’infrastruttura sotto casa propria
25 AGO 26
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Foto di Scott Rodgerson su Unsplash

Il data center, è sempre più evidente, sta diventando la centrale nucleare del Ventunesimo secolo: tutti sanno che serve, ma nessuno accetta di metterselo nel suo cortile. Solo che al nucleare ci sono voluti decenni per assurgere a tabù politico. Ai data center sono bastati due anni.
Negli Stati Uniti il cambio di umore tra i repubblicani è arrivato con una rapidità sorprendente. Il senatore Jon Husted, in Ohio, nel 2024 celebrava l’arrivo di un progetto Google come la prova che il suo stato sarebbe diventato un polo tecnologico. Quest’anno, con le elezioni di medio termine alle porte, ha presentato una proposta di legge per proteggere i cittadini dai costi dei nuovi impianti. Il Washington Post ha ricostruito il fenomeno analizzando migliaia di post e newsletter di politici di entrambi i partiti: negli ultimi sei mesi i toni repubblicani sui data center sono diventati nettamente più critici, inseguendo uno spostamento già avvenuto tra i democratici circa un anno prima. Il candidato governatore del Wisconsin, il repubblicano Tom Tiffany, ha promesso di abolire gli sgravi fiscali per i data center. La sfidante repubblicana in Pennsylvania, Stacy Garrity, accusa il governatore in carica Josh Shapiro, in corsa per un secondo mandato, di essere stato per anni il primo tifoso del settore, salvo poi vederlo annunciare nuove restrizioni. Un sondaggio dell’Annenberg Public Policy Center segnala che quasi metà degli americani si oppone con decisione a qualunque nuova costruzione nella propria zona. E’ un tema, perché vuol dire che l’AI e i data center hanno iniziato a spostare voti.
Sarebbe comodo liquidare la vicenda come folklore elettorale americano. Ma lo stesso schema si ripete, con accenti diversi, in Asia. La Malaysia ha bloccato da tempo le nuove domande di autorizzazione per data center privi di una componente legata all’intelligenza artificiale, mentre corteggia gli stessi investitori che vorrebbe filtrare. Alibaba e Tencent hanno riversato capitali a Johor Bahru, la città prospiciente a Singapore; a loro si è aggiunto il gruppo cinese dietro DayOne, ex braccio internazionale di GDS Holdings, con un investimento da 3,5 miliardi di dollari. Lo stato malese ha già attratto, secondo Reuters, circa 35 miliardi di dollari sul comparto. Tencent Cloud ha appena aperto la sua prima regione malese, presentandola come possibile perno per l’intera espansione sud-orientale dell’azienda. Indonesia e Thailandia seguono una traiettoria simile, con Pechino e Washington che si contendono gli stessi terreni dotati di allacci elettrici sufficienti. Kuala Lumpur cerca i capitali e il riconoscimento geopolitico che arrivano con l’infrastruttura dell’AI, mentre teme che l’elettricità e l’acqua della popolazione finiscano assorbite da server destinati a modelli addestrati altrove.
In verità, buona parte della contestazione locale se l’è cercata l’industria stessa. Le aziende hanno scoperto tardi che un centro ricreativo rimesso a nuovo non basta a comprare il consenso di una comunità che vede sorgere, nel giro di pochi mesi, un capannone grande come un terzo della città. La resistenza di quartiere si può in parte disinnescare con investimenti mirati. Quella regionale o nazionale è un’altra cosa: lì il data center diventa il simbolo tangibile di denaro straniero e di decisioni prese sopra la testa degli elettori.
Da qui la fuga in avanti verso i siti amici. L’Australia, con le sue riserve di terreno e di energia, è già diventata un banco di prova per l’edilizia informatica in tempi rapidi. Questa tendenza, denominata “friendshoring”, è una soluzione elegante sul piano tecnico: diluisce il costo politico interno e distribuisce quello geopolitico su una rete di alleati. Regge, però, solo finché quegli alleati si fidano di chi promette l’accesso privilegiato ai modelli più avanzati in cambio dell’ospitalità. Un controllo alle esportazioni dell’ultimo minuto, imposto senza preavviso, insegnerebbe in fretta ai partner stranieri a diffidare delle promesse ricevute.
Ogni governo vuole insomma l’infrastruttura dell’intelligenza artificiale sul proprio territorio, come prova di rilevanza in una corsa tecnologica che nessuno vuole guardare da fuori, ma sono pochi i cittadini disposti a farsi installare quell’infrastruttura sotto casa propria, dove il conto della luce rischia di salire ben prima che arrivi il primo posto di lavoro ultraspecializzato promesso. Tra questi due desideri contrapposti si gioca già buona parte della politica dell’intelligenza artificiale. La novità è che oggi il destino si decide meno nei laboratori di ricerca e più nei consigli comunali malesiani e di qualche remota cittadina dell’Ohio.