Terrazzo
Sei brutto come un data center
Vari costruttori hanno iniziato a chiamare studi di architettura per rendere carini i mammozzoni dell’AI. L’obiettivo è hipsterizzarli, farli somigliare a quei campus della Silicon Valley con gli orticelli bio sul tetto e i ping-pong in sala conferenze, renderli indistinguibili da un qualsiasi museo d’arte o biblioteca universitaria
15 AGO 26

Data center a Middenmeer, Paesi Bassi (Getty)
E’ tornata Erin Brockovich, e non è per una nostalgia degli anni Novanta, per quanto i millennial ingrigiti inizino a raccontare di Britney Spears e Piero Angela e dei Chicago Bulls come si faceva con le ballate tolkieniane sugli eroi del passato. L’attivista ambientale Brockovich – interpretata poi da Julia Roberts che col biopic vinse un Oscar – è tornata per protestare contro i data center, questi enormi edifici che servono per stare al passo col boom dell’AI. Gigantesche fabbriche di cloud computing che spuntano dove un tempo era tutta campagna. Scatoloni pantagruelici da noiosa distopia che contengono migliaia e migliaia di server e sistemi ottici in fibra, tutto per creare quell’immagine con Midjourney dove sembriamo dei Manga, o per chiedere a ChatGpt di scrivere una lettera all’avvocato o il compito per la terza liceo (si dice che una ricerca di ChatGpt usi dieci volte più energia di una ricerca su Google). Questi data center contengono sofisticati sistemi di raffreddamento – tanto che i tech bros pensavano di costruirli in Groenlandia, appoggiando il piano espansionistico di Trump – e un consumo incredibile di acqua che sta per far innervosire contadini e coltivatori delle campagne, che per una volta potrebbero allearsi con i sandersiani anti miliardari, con gli ecologisti, con i ludditi e con chi ha letto troppi romanzi di Asimov e ha paura della rivolta delle macchine. Sette americani su dieci non vogliono questi scatoloni AI nel loro backyard, come si dice lì, cioè troppo vicino a casa. E per molti è proprio una questione estetica, come con le pale eoliche nell’Umbria dei vip. C’è l’orrore di ritrovarsi un parallelepipedo alto otto metri all’orizzonte che somiglia a una prigione, a un centro smistamento pacchi Amazon, a un alveare per il self-storage.
E così, obbedienti al dio decoro, vari costruttori di data center hanno iniziato a chiamare studi di architettura per rendere questi campi di concentramento per robot meno ripugnanti. L’obiettivo è hipsterizzarli, farli somigliare a quei campus della Silicon Valley con gli orticelli bio sul tetto e i ping-pong in sala conferenze, renderli indistinguibili da un qualsiasi museo d’arte o biblioteca universitaria, piantarci intorno qualche alberello decorativo, un’aiuola. Renderli più “organici” con il territorio circostante, nasconderli, mettere un po’ di cerone architettonico. In una contea della Virginia il governo locale, dopo aver visto il progetto di un data center, ha chiesto di metterci delle finestre - finte, perché ai cervelli elettronici piace il buio - così da fuori sembra un qualsiasi palazzo per uffici, mentre dentro somiglia al set di un film fantascientifico. Alcuni costruttori, con prezzo maggiorato, propongono anche di ricoprirli di mattoni invecchiati, così fa subito magazzino trasformato in start-up nella zona portuale di Brooklyn. Dopotutto è il paese di Hollywood, delle decorazioni in plastica dorata nella East Wing, delle finte venezie in Nevada - fuori Palladio, dentro un’enfilade di computer e lucine blu, un gelido pollaio intensivo per server. Perché anche l’occhio vuole la sua parte.