Economia
L'analisi •
Sui data center guardare agli Usa è fuorviante. Il modello europeo
Il dibattito pubblico è dominato dal modello americano ma le Direttive Ue e le norme italiane vanno in una direzione molto più sostenibile sui consumi di energia e di acqua

L’acqua? Ma quale acqua, serve solo per bere e per i bagni, perché i data center vengono raffreddati con sistemi a circuito chiuso. L’elettricità? Un centro medio consuma meno di una media acciaieria elettrica. Internet? Non verrà risucchiata, ma potenziata. Allora è tutta fuffa, allora le accuse che riempiono le cronache sono vere e proprie balle? Oppure, al contrario, siamo di fronte alla difesa d’ufficio di chi sta costruendo a un ritmo sempre più accelerato quelle che vengono chiamate le fabbriche della nuova rivoluzione tecnologica? Proviamo a uscire da falsi miti e propaganda.
Il Cloud and Development Act approvato a giugno dall’Unione europea parla di “triplicare almeno la capacità dei data center nei prossimi 5-7 anni”. In Europa, l’energia che essi assorbono cresce da almeno tre anni e si prevede che in Italia richiederà circa il 3 per cento del consumo nazionale. Negli Stati Uniti già nel 2028 potrebbero raggiungere addirittura il 12 per cento. Tre sono le sfide principali: continuità nel funzionamento, proprio come internet non si possono mai spegnere; una domanda di energia “pulita” (negli Usa vengono usate fonti fossili, dal gas al carbone); un raffreddamento che non assorba grandi quantità di acqua, in genere prelevata dai fiumi o dalle riserve idriche (è uno dei problemi che i centri a stelle e strisce non hanno risolto).
I No Center ancora non si sono organizzati, sarà la torrida estate, sarà una reazione pavloviana che invita a ripetere l’irripetibile (come l’assalto alla Tav), ma molti temono che, passate le ferie e rimbalzate da oltre oceano le notizie americane, qualcosa si metta in moto. Sarebbe disastroso per un fenomeno che zitto zitto piano piano sta uscendo dall’ombra, attira investimenti internazionali, aumenta i posti di lavoro e soprattutto riduce il fossato digitale che divide l’Italia dal resto d’Europa, soprattutto quella del nord.
Il 24 luglio il Consiglio dei ministri ha dichiarato di “preminente interesse strategico nazionale” due nuovi programmi che convogliano investimenti per 8 miliardi di euro. Il primo, “Equinix per l’Italia”, prevede la realizzazione di sette nuovi centri di elaborazione dati nei comuni di Settimo Milanese e Cusago, per un investimento complessivo di 4 miliardi di euro nel periodo 2026-2033. L’intero fabbisogno energetico sarà coperto da fonti rinnovabili grazie a uno specifico accordo già sottoscritto. Sono previsti circa 1.500 addetti nella fase di realizzazione e oltre 500 occupati diretti e indiretti a regime. Equinix è la multinazionale americana leader mondiale in questo campo che da tempo considera l’Italia un terreno fertile e proficuo. Il secondo programma, “Cavour Hyperscale Campus”, riguarda la riqualificazione e la riconversione dell’ex centrale elettrica “Galileo Ferraris” di Trino, in provincia di Vercelli, attraverso la realizzazione di un campus per l’elaborazione dei dati di rilevanza nazionale ed europea, progettato per una potenza complessiva compresa tra 300 e 400 megawatt, con un investimento di circa 4 miliardi di euro. L’obiettivo è farlo entrare in funzione tra due anni. Durante la costruzione saranno impiegati mediamente circa 1.200 lavoratori, con picchi superiori alle 2.000 unità, mentre a regime il campus garantirà circa 300-350 posti di lavoro altamente qualificati e un indotto stimato in circa 1.000 ulteriori occupati.
Aumenta così la concentrazione dei data center al nord, soprattutto in Lombardia e Piemonte, regioni alle quali s’aggiungono l’Emilia e il Veneto. Al di qua degli Appennini c’è solo il polo romano, che è al secondo posto dopo quello milanese. In Italia ci sono 262 centri secondo la mappa più aggiornata, ben 99 nell’area milanese, 28 in quella romana, 10 in Emilia Romagna, 25 tra Veneto (9 a Padova), Friuli Venezia-Giulia e Trentino Alto Adige, solo 9 in Puglia, 5 in Campania, come in Sicilia. Una distribuzione fisiologica perché nelle grandi aeree urbane si concentra il maggior uso di internet, ma così com’è appare eccessiva. Anche questo può diventare fonte di malessere, sia pure in senso opposto: ad eventuali No Center nel nord il sud potrebbe opporre i Sì Center. Si tratta di infrastrutture a due facce: da un lato sono la conseguenza di una domanda già esistente, dall’altra possono diventare un volano. Retelit, fondata da Angelo Moratti con 22, Noovle del gruppo Tim con 13, la fiorentina Aruba con 12, sono i primi tre protagonisti. Negli ultimi anni il mercato italiano dei data center ha registrato una crescita tra le più elevate in Europa (dati Ida 2025). La capacità installata è passata da 80 megawatt nel 2018 a 287 mw nel 2024. Entro due anni è previsto arrivi a un gigawatt. Entro il 2030 sono previsti investimenti per 21,8 miliardi di euro per la costruzione e l’allestimento.
La questione fondamentale riguarda i consumi di energia e di acqua, ma il dibattito pubblico è dominato dal modello americano mentre quello europeo e italiano si presenta molto diverso. Le direttive di Bruxelles e normative italiane come quella approvata nel giugno scorso dalla Lombardia lo dimostrano. Prendiamo il caso lombardo: viene bandito l’uso di acqua potabile, le fonti energetiche debbono privilegiare le rinnovabili (“impatto carbonico neutrale”), il calore generato va riutilizzato e non disperso. Resta il fatto che i data center sono energivori, anche se a differenza dai siderurgici gli imprenditori non ricevono incentivi sulle bollette. E’ una delle anomalie sottolineate dalla Ida, l’associazione di categoria. Può essere utile allora mettere a confronto un centro di calcolo con una acciaieria elettrica di taglia comparabile. Secondo le stime, entrambi gli impianti consumano ogni anno circa una terawattora (un miliardo di kilowatt usati in un’ora). Sono grandi cifre, sia chiaro. Ciò significa che la questione energetica (in quantità e in qualità) è davvero centrale. Resta una domanda: come mai vengono demonizzati soprattutto i data center? Forse perché il nuovo spaventa e al vecchio siamo abituati?