Tutte le donne del presidente. Catalogo delle favorite e delle ripudiate da King Don

Natalie Harp è una presenza costante, Trump dice che è l’unica a volergli bene. Era con lui mentre fuggiva dall’aeroporto di Ankara in un container. Da Kristi Noem a Pam Bondi, da Tulsi Gabbard a Karoline Leavitt. All’inizio del secondo mandato erano tante. Tutte fedelissime, ma non è bastato
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Donald Trump con Natalie Harp: la sua ombra, la sua ghost writer, il suo occhio sui social (foto Getty)

E adesso spunta l’assistente molto speciale di King Don, la sua ombra, la sua ghost writer, il suo occhio sui social, la sua badante, o che altro? Natalie Harp, 35 anni bionda piperita onnipresente alla Casa Bianca e a Mar-a-Lago; era con lui mentre Trump all’aeroporto di Ankara fuggiva in un container per paura di un attentato, lasciando nell’Air Force One, come potenziali bersagli, sia J.D. Vance sia l’addetta stampa Karoline Leavitt. I media americani ci si sono buttati a pesce: tra gossip e sospetti la giostra delle favorite e delle ripudiate sembrava un vaudeville d’altri tempi, ma adesso sta prendendo una direzione diversa, davvero una brutta piega. Quando il neo rieletto presidente nel gennaio 2025 presentò il nuovo staff della Casa Bianca e i candidati al governo, tutti notarono quante donne, alcune molto giovani e di bell’aspetto, aveva scelto per adornare la sua nuova amministrazione. A destra si levarono squilli di tromba: alla faccia del femminismo, sono i conservatori a promuovere il “secondo sesso” in politica. A sinistra rosicarono – direbbe Giorgia Meloni – e qualcuno ricordò persino le “amazzoni di Gheddafi”. A destra evocavano Margaret Thatcher; a sinistra ironizzavano sulle finte bionde plastificate con giochini di parole come Pam Biondi anziché Bondi. Sul rapporto di Donald con il sesso femminile se ne sono viste e scritte di tutti i colori: le sue mogli e amanti, modelle avvenenti per lo più dall’est Europa; il “machismo” sotto un volto da bamboccio; i divorzi miliardari; soldi, potere e Barbie come trofei hanno riempito le pagine dei tabloid per decenni, prima nella Grande Mela e poi in gran parte del mondo. Ma, conoscendo il disprezzo trumpiano per le “quote rosa”, non c’è dubbio che l’ingresso di così tante donne al vertice del più potente governo mondiale avesse spiazzato gli eroici furori progressisti.
Quando il presidente appena rieletto presentò il nuovo staff della Casa Bianca, a destra si levarono squilli di tromba: alla faccia del femminismo!
Senonché nel giro di pochi mesi sono state cacciate quasi tutte, spesso senza nemmeno dire grazie. Kristi Noem è uscita dalla corte il 5 marzo e poi via via Pam Bondi, Wendy Noble, Lori Chavez-DeRemer, Tulsi Gabbard, Maggie Dougherty, Jeanine Pirro, fino a Karoline Levitt il 12 agosto. Scelte soprattutto per la loro fedeltà, ne restano davvero poche. A parte la triade di famiglia – l’algida first lady Melanija Knavs, la prediletta Ivanka ormai pluri-quarantenne figlia di Ivana Zelnícková, e Tiffany, nata nel 1993 e tirata su in California dalla madre Marla Maples – spicca Susie Wiles, la più potente di Washington secondo ammiratori e detrattori, capo della staff, prima donna in assoluto nella storia degli Stati Uniti a ricoprire quel ruolo. Ci sono poi la grande elemosiniera, Meredith O’Rourke, che raccoglie milioni e milioni di dollari per il forziere regale; Linda McMahon, intima amica di Trump, una carriera nel wrestling e ora segretaria all’istruzione; Jeanine Pirro, magistrata, politica e conduttrice televisiva (“Justice” su Fox News) nominata giudice del District of Columbia – cioè della capitale – per far ballare in un modo o nell’altro gli oppositori. E soprattutto c’è Natalie Harp a tessera la tela dei sospetti, delle ripicche, delle vendette. Il re si diverte, avrebbe scritto Victor Hugo. Forse, ma che succederà quando anche Triboulet gli sarà venuto a noia?
A chiamarlo per la prima volta “re” era stato il padre. “Tu sei King Donald” non smetteva di ripetergli Fred, il figlio d’immigrati tedeschi che aveva fatto fortuna sgomitando all’americana, che aggiungeva: “Devi diventare un killer”. Un re ha cortigiani e cortigiane. Un re killer li fa fuori a volontà. Senza voler giocare al piccolo psicoanalista, dietro i comportamenti di Donald Trump s’intravedono gli insegnamenti di quel rigido genitore teutonico diventato ricco con le case popolari al Queens, il distretto newyorchese con due milioni e mezzo di abitanti, dove gli italiani la facevano da signori e da padroni. In realtà il prescelto a indossare il manto d’ermellino doveva essere Fred junior. Lo aveva educato per diventare “invulnerabile”, racconta la figlia Mary L. Trump, ma era tutto l’opposto. Passo dopo passo la sua personalità è stata fatta a pezzi e nel 1981, ormai alcolizzato, è morto a soli 42 anni.
“Ho avuto una grande madre”, ha detto Trump. Ma Mary Anne è stata un’immigrata illegale per quasi vent’anni e l’Ice l’avrebbe arrestata
Tutti vivevano sotto il bastone del comando esercitato con determinazione dal padre-padrone, compresa la moglie, che ogni sera era chiamata a rapporto: doveva dire per filo e per segno se i figli (la primogenita Maryanne che diventerà giudice, Fred Jr., Elizabeth, Donald e Robert) avevano seguito o no le prescrizioni (o meglio, gli ordini) ricevuti al mattino. “Ho avuto una grande madre”, ha detto il futuro presidente quando è morta nel 2000 a 88 anni. Però sia il padre sia lui avevano sempre badato che non venisse fuori la verità su un incerto e tumultuoso passato. Nata in Scozia, o meglio nelle Ebridi, nella fredda, poverissima Isola di Lewis, sferzata dall’Atlantico, a 17 anni Mary Anne McLeod s’imbarca nel 1924 per New York, dove è già emigrata la sorella Christina, che quattro anni ha aveva messo al mondo un figlio senza padre. Anche MaryAnne (come si firmava) va a vivere a Long Island e fa qualsiasi lavoretto per tirare a campare. Nel 1930 torna in Scozia, poi la si ritrova quattro anni dopo a New York con un permesso di rientro. Sarà naturalizzata americana solo nel 1942. Insomma, è stata una immigrata illegale per quasi vent’anni? Oggi la polizia segreta, la famigerata Ice, l’avrebbe brutalmente arrestata e suo figlio le avrebbe negato lo ius soli. Quando incontra Fred è ancora formalmente clandestina. La versione ufficiale è durante un party nel 1930, ma qui le date ballano, ed è improbabile che una donna delle pulizie possa aver partecipato all’evento di un ricco palazzinaro. Certo è che si sposano nel 1936. L’anno successivo nasce la prima figlia, ma non basta ancora ad acquisire la cittadinanza. Una storia come tante, a lungo nascosta, se non proprio negata, finché non è venuta alla luce con una perfida inchiesta di The Nation, la più antica rivista americana fondata nel 1865, in un reportage intitolato “La misteriosa Mary Trump”. Perché affondare il naso nei meandri di famiglia? Lasciamo la risposta ai seguaci del dottor Freud e gettiamo uno sguardo nel serraglio della Casa Bianca, cominciando dalle decapitazioni in ordine cronologico.
Kristi Noem doveva “rendere il paese più sicuro” e ha sostenuto Trump senza esitazioni: il suo licenziamento ha dato il la alle purghe
Kristi Arnold, sposata Noem, governatrice del Sud Dakota, era stata scelta per guidare il Department of Homeland Security, il dipartimento della sicurezza nazionale che controlla le frontiere, si occupa di immigrazione, anti-terrorismo, cybersecurity, disastri naturali. Nata nel 1971 in una famiglia di agricoltori, ha quattro figli, è una negazionista dei cambiamenti climatici e durante la pandemia si è rifiutata di imporre mascherine e distanziamento sociale. Come governatrice si è distinta per le sue posizioni anti immigrazione rifiutando di accogliere rifugiati afgani nel 2021 e ha mandato in Texas la Guardia Nazionale del South Dakota a presidiare il confine con il Messico, iniziativa ricordata con orgoglio da Trump. E’ stata bandita da tutte e nove le tribù indigene del suo stato per i commenti sui capi tribali che si concentrerebbero più sul trarre vantaggio dai cartelli della droga che sui loro figli. Ha raccontato delle tante famiglie che le si sono avvicinate perché gli immigrati illegali hanno fatto del male ai loro cari: tra loro ci sono “assassini, stupratori e terroristi” ma questo ora finirà – ha detto Noem il giorno della vittoria – perché Trump vuole davvero “rendere questo paese più sicuro”. Ma più che l’ideologia conta la fedeltà. Noem ha sostenuto Trump senza esitazioni né tentennamenti, ha viaggiato spesso con lui per sostenerlo durante eventi e manifestazioni. E non è bastato, così il suo licenziamento ha dato il la alle purghe. Nel giubilarla, Trump ha lodato pubblicamente Noem per i suoi “straordinari risultati al confine” e l’ha nominata “inviata speciale per The Shield of the Americas”, un ruolo diplomatico focalizzato sulla cooperazione per la sicurezza nell’Emisfero Occidentale, annunciato durante un evento a Doral, Florida. Il presidente l’ha sostituita con Markwayne Mullin, senatore repubblicano dell’Oklahoma, un ex lottatore noto per posizioni anti-immigrati e la fedeltà assoluta al presidente.
“Credo che sia arrivato il momento, Pam” si sarebbe sentita dire l’ex procuratrice generale, che ha pagato la gestione degli Epstein files
Pam Bondi viene defenestrata il primo aprile, ma non è uno scherzetto. Era stata chiamata al dipartimento della Giustizia dopo la rinuncia dell’ex deputato della Florida Matt Gaetz (gli scandali sessuali e i sospetti per l’abuso di droghe, uniti a un’avversione di fondo della parte più moderata dei repubblicani lo hanno spinto a ritirarsi). Già procuratrice generale della Florida, nemica dell’Obamacare, contraria alle coppie omosessuali, vicina alla destra populista già dal 2016 e nel team di difesa di Trump per respingere l’impeachment al Senato nel 2020, Bondi, 60 anni, è apparsa con Trump durante la campagna nei giorni che hanno preceduto la vittoria elettorale. “Per troppo tempo, il dipartimento di Giustizia è stato usato da una parte politica come arma contro di me e altri repubblicani. Non accadrà più. Pam rimetterà a fuoco il dipartimento riportandolo al suo scopo che è combattere la criminalità e rendere di nuovo sicura l’America”, ha detto il presidente appena rieletto. “Conosco Pam da molti anni – ha aggiunto – E’ intelligente e tenace, ed è una combattente di America First, farà un lavoro fantastico”. Avvocatessa, lobbista e politica, trumpiana già dal 2016, ha fatto parte della Commissione per l’abuso di droghe e oppioidi durante la prima amministrazione. La bionda Bondi viene licenziata con naturale brutalità. Trump ne discute con i suoi fidi, poi ne parla con lei. Una conversazione descritta come “dura”. Si pensava a una uscita dignitosa, invece The Donald le comunica la decisione finale nell’auto a bordo della quale si reca ad assistere, primo presidente americano della storia, all’audizione della Corte Suprema sulla costituzionalità dell’ordine esecutivo da lui firmato per abolire lo ius soli. “Credo che sia arrivato il momento, Pam”, le avrebbe detto durante il tragitto, in pieno stile Apprentice; lo ha scritto il Wall Street Journal mai smentito. Poi, nel giro di poche ore, dopo che la notizia è stata già fatta trapelare, arriva il licenziamento via social. Al suo posto va Todd Blanche, avvocato personale del presidente. Bondi tenta fino all’ultimo di resistere, ma capisce che è finita quando legge il tiepido comunicato con cui il presidente replica alle rivelazioni del New York Times sulle tensioni al vertice. “Pam è una persona meravigliosa e sta facendo un buon lavoro”, scrive su Truth. La scelta perfida di quell’aggettivo, “buono”, quando lui usa “grande” per ogni suo collaboratore, è la goccia finale. Bondi paga la gestione degli Epstein files, perché non è stata in grado di tenere secretati migliaia di file che coinvolgono il presidente; poi s’aggiunge il fallimento delle inchieste invocate da Trump contro i suoi nemici rigettate dalle giurie popolari. La fedelissima si è spesa al massimo per rispondere alle irrealistiche richieste di vendette giudiziarie contro gli oppositori, ma senza ottenere i risultati che il presidente esigeva.
Wendy Noble è vittima di un’altra donna terribile: l’attivista Laura Loomer, “orgogliosa islamofoba” e sostenitrice del “nazionalismo bianco”
Wendy Noble, rimossa il 4 aprile insieme al suo capo Timothy Haugh, direttore della National Security Agency e capo del Cyber Command, è vittima di un’altra donna terribile: l’attivista di estrema destra Laura Loomer. Nata a Tucson, Arizona, nel 1993 da famiglia ebraica, “orgogliosa islamofoba” e sostenitrice del “nazionalismo bianco”, repubblicana convinta esperta in trucchetti per capire voci e disinformazioni, secondo il New York Times la Loomer avrebbe chiesto la testa di Haugh nel corso di un incontro con il presidente nello Studio Ovale. Successivamente, Trump avrebbe ordinato al segretario alla Guerra Pete Hegseth di rimuovere il generale dell’aeronautica e la sua vice Noble, insieme a un pacchetto di licenziamenti che ha sconquassato l’intera Nsa. “C’è bisogno di una nuova leadership” è la spiegazione ufficiale. Quanto sia efficace lo si vede con l’Iran.
Secondo Tulsi Gabbard, ex direttrice dell’intelligence e vecchia simpatizzante di Putin e Assad, “Teheran non sta arricchendo l’uranio”
Lori Chavez-DeRemer, titolare del dipartimento del lavoro, è caduta il 20 aprile. Dopo settimane di speculazioni sulle sorti della segretaria, finita al centro di una serie di scandali, è arrivato l’annuncio ufficiale della Casa Bianca. Chavez-DeRemer “lascerà l’amministrazione per assumere un incarico nel settore privato”, ha scritto in un post il capo della comunicazione Steve Cheung, sottolineando che la ministra “ha svolto un lavoro fenomenale, tutelando i lavoratori americani”. I guai sono cominciati a inizio mese con una serie di indagini interne per “comportamenti inappropriati” tra i quali una presunta relazione extraconiugale con un membro del team della sicurezza. Chavez-De Remer è stata accusata di aver creato un ambiente di lavoro tossico, di aver utilizzato fondi pubblici per viaggi personali e di aver consumato alcolici in ufficio. Non solo, il marito Shawn DeRemer, anestesista, assiduo frequentatore del dipartimento, è stato bandito a causa di accuse di molestie sessuali ad alcune impiegate.
Tulsi Gabbard ha lasciato un vuoto al vertice dei servizi segreti. Nata nel 1981 nelle isole Samoa, cresciuta alle Hawaii che ha rappresentato come membro democratico del Congresso, tenente colonnello della riserva con stato di servizio in Iraq, è passata a destra fino a diventare una stella Maga. Le sue posizioni hanno fatto rumore. Gabbard ha detto che la guerra in Ucraina si sarebbe potuta evitare se solo Stati Uniti e alleati avessero riconosciuto come legittime le preoccupazioni sulla sicurezza della Russia a proposito della volontà dell’Ucraina di unirsi alla Nato. Ha affermato che era un “fatto innegabile” l’esistenza di biolaboratori finanziati dagli Stati Uniti in Ucraina, i quali avrebbero potuto “rilasciare e diffondere agenti patogeni mortali”. Anni fa ha difeso Bashar al Assad sostenendo che “non era una diretta minaccia” per l’America e ha anche detto di non credere che abbia usato armi chimiche contro il suo popolo. Poi ha cambiato idea definendolo brutale dittatore. “Ma simpatizzare con Putin e Assad non è più un problema per un funzionario di alto livello del governo degli Stati Uniti, anche se supervisiona il lavoro di tutte le agenzie di intelligence”, ha scritto l’Atlantic. Tulsi Gabbard ha formalizzato le sue dimissioni al presidente il 22 maggio. Fox News ha ottenuto in esclusiva la lettera, nella quale afferma di essere “profondamente grata per la fiducia che mi avete accordato e per l’opportunità di guidare l’ufficio nell’ultimo anno e mezzo”. La motivazione ufficiale è la necessità di assistere il marito nella battaglia contro “una forma estremamente rara di cancro alle ossa”. La donna ha informato il presidente durante un incontro nello Studio Ovale e il 30 giugno ha lasciato il suo ufficio. Fonti della Reuters hanno riferito all’agenzia che è stata costretta a dimettersi. Scettica sul coinvolgimento americano in guerre all’estero, Gabbard era stata esclusa dalla pianificazione della cattura di Nicolas Maduro. Il suo più stretto consigliere, Joe Kent, si era dimesso postando una lettera in cui criticava Israele per aver ingannato Donald Trump e averlo spinto a credere che il regime iraniano fosse una minaccia imminente. “Teheran non sta arricchendo l’uranio”, ha scritto nero su bianco Tulsi Gabbard e, durante l’audizione al Senato nel marzo scorso, ha ridimensionato il trionfalismo del presidente: “Il governo iraniano è intatto seppur ampiamente indebolito”. Dichiarazioni che hanno fatto scoppiare la bufera a Washington, mettendo con le spalle al muro la direttrice della National Intelligence Agency.
“Forse Karoline sta facendo un lavoro scadente, non lo so” ha detto Trump davanti alla sua giovanissima addetta stampa. “Dobbiamo tenerla?”
Karoline Leavitt come portavoce della Casa Bianca era stata forse la scelta più inusuale. Con i suoi 28 anni era la più giovane di sempre a ricoprire questo ruolo. Originaria del New Hampshire, dove è cresciuta in una famiglia molto cattolica, nonostante la giovane età possiede già una certa esperienza politica. Appena laureata al Saint Anselm College, Karoline ha iniziato a lavorare nella comunicazione, entrando nella prima amministrazione Trump come assistente della portavoce McEnany. Dopo la sconfitta di Trump nel 2020 contro Joe Biden era stata assunta dalla deputata Elise Stefanik, ora nominata ambasciatrice all’Onu. Nel 2022 si era anche candidata alla Camera, nel primo distretto del New Hampshire, battuta dal democratico Chris Pappas. “Karoline è intelligente, tenace e ha dimostrato di essere una comunicatrice molto efficace” ha detto Trump in una dichiarazione. “Ho la massima fiducia che eccellerà e ci aiuterà a trasmettere il nostro messaggio al popolo americano mentre rendiamo l’America di nuovo grande”. Pochi gli avevano creduto anche perché aveva cambiato quattro segretari stampa durante i suoi primi quattro anni in carica. Parlando con i giornalisti, in tono tra lo scherzoso e il subdolo, Trump si era più volte lamentato di come venga trattato male dai media. “Forse Karoline sta facendo un lavoro scadente, non lo so – ha detto, rivolgendosi a lei, che era a pochi metri – stai facendo un lavoro pessimo. Dobbiamo tenerla? La terremo, ma ricevo dal 93 al 97 per cento di cattiva stampa, stampa falsa, tutta falsa”. Il 7 maggio è nata la sua secondogenita Viviana, figlia del marito Nicholas Riccio, palazzinaro di 32 anni più anziano. E’ tornata nella briefing room dopo un paio di mesi, il 16 luglio. Il 12 agosto ne è uscita. “Potrà dedicarsi ai figli”, ha commentato The Donald. “You are fired”, come nel programma televisivo che gli ha ripulito la fedina personale e imprenditoriale. Il giorno prima Karoline era stata abbandonata con gli odiati giornalisti mentre il presidente fuggiva a gambe levate insieme a Natalie. Un boccone troppo amaro anche per lei. Il re si protegge con un cordone di lealtà e dipendenza, ma nessuno è al sicuro.
Linda McMahon resiste alla guida del dipartimento dell’istruzione. Del resto, è una lottatrice, e non solo in senso figurato: per anni è stata dirigente dell’associazione del wrestling professionistico. Amica intima di Trump e sostenitrice di lunga data della sua carriera politica, McMahon è stata tra i suoi primi finanziatori della sua vittoria elettorale nel 2016. A 76 anni, non ha alcuna formazione nell’insegnamento né esperienze professionali nella gestione delle politiche educative, fatta eccezione per una nomina nel 2009 al Consiglio scolastico dello Stato del Connecticut, dove ha prestato servizio per poco più di un anno. A lei “il gravoso compito di portare a termine quello che è ampiamente previsto: uno smantellamento completo e determinato delle funzioni principali del dipartimento”, ha scritto il New York Times. E la missione non è ancora compiuta.
Professionista del fundraising, Meredith O’Rourke per il momento è intoccabile. “Principessa delle tenebre”, la chiama Trump
Meredith O’Rourke è l’elemosiniera, per il momento assolutamente intoccabile. Professionista del fundraising, è con Trump dal 2016. Ogni notte il presidente le telefona in Florida per fare il punto della raccolta, scrive il Wall Street Journal. Le chiede quali società e quali donatori privati hanno staccato gli assegni e chi non l’ha fatto. Lei chiama, le basta dire: “Il capo ha bisogno di te”, per poi presentare richieste sempre più esose, ad alcuni chiede 5 milioni ad altri 50. Trump le dà i nomi da contattare, comprese persone che ha incontrato recentemente, e la definisce “principessa delle tenebre” perché è una tale “killer” con chi non paga. Softbank, la banca giapponese specializzata in high tech ha staccato un assegno di 50 milioni di dollari, Apple 25 per il progetto della sala da ballo alla Casa Bianca, Microsoft 10 milioni e Amazon solo 5. Meta invece ha dato 10 milioni per la sala da ballo e 22 per la biblioteca presidenziale. Dal gennaio 2025 ha raccolto 800 milioni, un bel bottino, ma “il boss” esige un controllo puntuale e personale del flusso di cassa e ricorda con precisione chi ha il braccino corto.
Susie Wiles (nata nel 1957 nel New Jersey) ha infranto davvero il soffitto di cristallo alla Casa Bianca dove nessuna donna era mai diventata braccio destro del presidente. A differenza dalle altre preferite, è una che sa il fatto suo e vanta una lunga, solida carriera nei corridoi del potere politico. La chiamano “Ice baby”, perché ha fama di “ragazza di ghiaccio”. Arrivata alle soglie dei 70 anni, ha una lunga carriera nella politica come lobbista, assistente, factotum. Ha cominciato nel 1979 per Jack Kemp, l’ex campione di football americano (come Pat Summerall, il padre di Susie) che in ticket con Dole voleva diventare vicepresidente e venne sconfitto nel 1996 dalla coppia Clinton-Gore. A Susie non manca nessun crisma del Grand Old Party, a cominciare da un passaggio nella campagna elettorale di Ronald Reagan nel 1980. Tira avanti brillantemente tra sindaci di Jacksonville e governatori dello Utah, finché non cade folgorata sulla via di Trump. Aveva salvato la campagna in difficoltà di Ron DeSantis per la carica di governatore della Florida nel 2018, ma quando lo stesso DeSantis ha sfidato Trump nella corsa alla Casa Bianca, Susie ha cambiato casacca. Diventata l’anima del comitato di azione politica, la Wiles è “il vero capo del Trumpworld” secondo Politico. Oggi dicono che sia la donna più potente di Washington, vera artefice della rinascita di Trump dalle ceneri dell’assalto al Congresso in quel fatidico 6 gennaio 2021 in cui la “Democrazia in America” di Tocqueville finì nei cestini del Campidoglio devastato dai fanatici Maga. “E’ un tipo duro, è brillante, innovativa, e universalmente ammirata e rispettata” dice ora Trump. Lei tiene abilmente i rapporti sia con l’establishment repubblicano o quel che ne resta, sia con il mondo Maga. Intanto brilla la nuova stella.
Natalie Harp ha una posizione privilegiata. E’ tra i pochi eletti ad avere accesso diretto al presidente, guadagna 150 mila dollari l’anno, cifra ragguardevole per una giovane assistente. Raccoglie tutti gli articoli sul suo capo e li mette su carta con una stampante portatile, ma scrive anche i post presidenziali che poi sottopone a Trump. E’ una presenza costante, lo segue ovunque, sempre pronta e sempre in contatto con Laura Loomer. C’è lei dietro i demenziali messaggi su Truth; forse anche dietro le defenestrazioni? Cresciuta in California in una famiglia cristiano-conservatrice, la Harp gli deve la vita, almeno così racconta: colpita nel 2019 da un tumore alle ossa, si sarebbe salvata grazie ai farmaci sperimentali consentiti dalla legge approvata durante il primo mandato di Trump. “Sei tutto quello che conta per me ” avrebbe scritto Natalie in un messaggio e lui dice che è l’unica a volergli bene – a parte i figli e la moglie, che si è ritirata di nuovo nella sua ombra dorata. Intanto alla Casa Bianca arriva anche la dieta germanica: Sauerkraut a colazione, sembra che facciano dimagrire. Tutti a mangiar crauti, tranne Donald, per il quale hamburger e coke non mancano mai. Il re si diverte, finché dura.