Dove muoiono le portaerei: storie di guerre che invecchiano e incancreniscono

I disastri di quelle americane alle prese con i bagni. E le portaerei coi cessi rotti all’Ucraina, dal Vietnam all’Afghanistan: le guerre che dovevano essere brevi, le potenze che si logorano e il passo più lungo della gamba

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Foto via Getty Images

Le portaerei sono e restano l’arma di distruzione di massa per eccellenza. Quella immaginata in Guerre stellari, un planetoide super-tecnologico, con un diametro di oltre 160 chilometri che ospita circa 1,7 milioni di uomini e 400 mila droidi, si chiama “Death Star”, “Morte nera” nelle versioni in italiano. La Morte nera della prima serie di film di George Lucas viene distrutta con un colpo preciso nel suo unico punto debole: una porta di scarico. Quelle successive, ancor più tecnologicamente avanzate, fanno la stessa fine. Il punto debole delle portaerei americane è, a quanto pare, il sistema di scarico dei cessi.
Le evacuazioni corporee di 5 mila tra marinai, marines e piloti diventano un problema, specie se questi non toccano terra per mesi. La USS Abraham Lincoln è impegnata ininterrottamente in mare da 9 mesi, a portata di Hormuz e dell’Iran. Lunghezza di missione record per una portaerei in tempi moderni. Aveva lasciato la base di San Diego il 21 novembre scorso. Ammutinamento magari ancora no, ma si moltiplicano da qualche tempo, nelle lettere ai famigliari, ma anche in organi di stampa della Navy e delle forze armate, notizie di mugugni, di tentativi di suicidio, addirittura di personale che si butta in mare perché non ce la fa più. Acqua razionata, docce ammuffite, cibo avariato in mensa, turni massacranti. Roba da corazzata Potemkin. Parlamentari democratici hanno presentato interrogazioni. Ammiragli sono volati a verificare. Hanno rafforzato la ciurma inviando a bordo cinque nuovi cappellani della marina e psicologi. Il ministro della Guerra, Pete Hegseth, ha liquidato la cosa come “more fake news”. Trump ha fatto ancora meglio. Per ingraziarsi i famigliari dei militari in agitazione per i loro cari, alla domanda se nove mesi senza toccar terra non fossero un po’ troppi, ha risposto: “Troppi? Nemmeno un po’ (No. No. No. Not nearly long enough)”.
La USS Abraham Lincoln è impegnata da nove mesi, a portata di Hormuz. Acqua razionata, cibo avariato, turni massacranti. Hegseth dice: “Fake news”
La maledizione dei cessi non riguarda solo la Lincoln. Un’altra delle portaerei schierate contro l’Iran, la USS Gerald Ford, aveva dovuto imporsi un fermo prolungato a Creta perché si erano bloccati tutti i 650 cessi a bordo. Anche quella si avviava a superare il record di permanenza in mare: veniva direttamente al Venezuela, dove aveva preso parte all’operazione di prelevamento di Maduro. Il sistema di evacuazione dei rifiuti organici (Vacuum Collection, Holding and Transfer, VCHT) è un gioiello di tecnologia, simile a quello adottato in alcune navi da crociera. Risparmia acqua. Ma tende a rompersi. Nelle portaerei la fragilità è amplificata da una difetto di progettazione, per cui bloccato uno dei cessi si bloccano anche gli altri. Da quando è in mare la Ford aveva avuto anche più di un guasto al giorno. L’operazione decisiva per sturare il sistema richiede l’immissione di acido a pressione nelle tubazioni. Costa 400 mila dollari ogni volta. E si può fare solo in porto.
Non fa buona reclame alla macchina da guerra più potente al mondo. E tanto meno al modo in cui l’ha trattata Trump: via le donne, via i neri, via generali e ammiragli ritenuti non sufficientemente in linea. Via i cacadubbi. Via i gay, via chi ai test rivela scarso testosterone. Sì, è sempre successo che i marinai si lamentassero della mensa, dei servizi, della combat fatigue, e che qualcuno di loro si buttasse in mare. Di suicidi nelle Forze armate Usa ce n’erano circa 500 all’anno anche prima. Che qualcuno dia di matto è normale amministrazione. Ma più sintomi rivelano una sindrome.
Altro segnale che non dice bene è che in pochi mesi di conflitto – tra l’altro non tutti in piena intensità – si stiano pericolosamente assottigliando, se non esaurendo, le scorte di munizioni e di missili intercettori. Al punto che i comandi avrebbero ordinato di risparmiarli, intervenendo solo a difesa degli obiettivi più importanti, le basi Usa, risparmiando invece i costosissimi Patriot e Thaad se a essere presi di mira dagli iraniani sono obiettivi giudicati secondari, impianti ed attrezzature degli alleati arabi. Si può immaginare con quanta accresciuta fiducia nella protezione americana da parte di Bahrain, Qatar, Emirati, Sauditi. Quanto all’Oman, che per proteggersi ha tentato un’intesa con l’Iran su Hormuz, si è beccato, da Trump in persona, la minaccia di venir “bombardato di brutto, se si mettono di mezzo” (we’ll bomb the shit our of them, nell’elegante versione di Fox news). L’ultima: che Hormuz sarebbe ormai “territorio americano”. Tutto si tiene. A dispetto delle smentite, dei ripetuti “tutto va bene, anzi non potrebbe andare meglio”, tanti piccoli sintomi rivelano che qualcosa non va. Abbiamo un problema, Arlington!
In pochi mesi di conflitto si stanno pericolosamente assottigliando, se non esaurendo, le scorte di munizioni e di missili intercettori
E’ successo altre volte. Un caso eclatante di overextension delle linee di rifornimento, di passo più lungo della gamba, era stata la decisione di Napoleone Bonaparte di invadere la Russia con un esercito monstre per quei tempi, aprendo un secondo fronte in aggiunta a quello della guerriglia guidata da Wellington in Spagna. Napoleone non era uno sprovveduto. Sapeva benissimo che la Grande Armée, oltre mezzo milione di uomini tra francesi e alleati europei, aveva problemi logistici formidabili. Un’analisi della sua corrispondenza tra l’ottobre 1810 e il luglio 1812 mostra attenzione ossessiva sui dettagli. Ben un terzo di tutte le lettere è indirizzato al ministro per l’amministrazione della guerra. L’imperatore si profonde sul come nutrire, provvedere di munizioni, equipaggiare uomini e cavalli. Si occupa persino delle nuove uniformi. Ordina che ognuno sia dotato di 4 paia di scarpe: uno ai piedi, due nello zaino e uno con i bagagli del reggimento. Non gli bastò per evitare la catastrofe nella lunga ritirata da Mosca.
Overextension ancora più catastrofica fu quella della Wehrmacht, quando Hitler invase la Russia. Erano in milioni, molte volte più numerosi della Grande Armée. Erano molto più cattivi di quanto fossero stati sul fronte occidentale. Li avevano indottrinati che avevano a che fare con degli Untermensch, dei sottouomini, bestie da trattare senza pietà. Sin dall’inizio l’ordine era sterminare ebrei e comunisti. I civili andavano affamati, sballottati in micidiali marce forzate. Dovevano distruggere tutto, incendiare villaggi e raccolti. Guardarsi dalle donne, infette e pericolosissime. Sparare a vista ai bambini che si aggirassero tra le rovine, “tutti spie”, ancora più pericolosi dei combattenti. Conseguenza, per dirla con Vasilij Grossman: tra i due oppressori, i comunisti e i nazisti, i russi scelsero di stare con quello che parlava la loro lingua. Spulciando gli ordini di servizio, le pubblicazioni, le lettere di ufficiali e soldati di diversi corpi d’armata, divisioni e reggimenti, lo storico di origine israeliana Omer Bartov ne ha fornito un quadro rigoroso quanto agghiacciante nel suo Fronte orientale. Le truppe tedesche e l’imbarbarimento della guerra 1941-1945 (Il Mulino, 2003). Sembra di leggere i notiziari e le cronache tv sulle guerre di questi anni.
Non si tratta però solo di problemi tecnici o logistici. C’è un problema di fondo. Che le guerre troppo lunghe sono più terribili delle altre. Più invecchiano più puzzano. In genere non si concludono bene per la parte che sembrava destinata a vincere in quattro e quattr’otto. Il Blitzkrieg paga solo se è davvero tale. La guerra che si prolunga logora il più forte. Chi entra nel conflitto da vincitore sicuro ne esce da sconfitto. Trump, per quanto si arrampichi sugli specchi a dire che ha vinto, anzi stravinto, non sarebbe né il primo né l’ultimo.
Chi entra nel conflitto da vincitore sicuro ne esce da sconfitto. Trump, per quanto si arrampichi sugli specchi, non sarebbe né il primo né l’ultimo
La guerra in Vietnam era durata vent’anni prima che se ne andasse con la coda tra le gambe. Erano sicuri di non poterla perdere. Si erano invece impantanati. Qualcuno l’aveva capito. Tra questi, il “grande saggio” George Kennan, lo stesso a cui agli inizi della guerra fredda aveva coniato l’idea del “contenimento” dell’Urss. Smontò la teoria dei “domino” secondo la quale, caduto il Vietnam nelle grinfie dei comunisti, rischiavano di cadersi addosso, come tessere in bilico, tutti gli altri alleati asiatici. Kennan avvertì che quel tipo di contenimento era controproducente. Era convinto che gli Stati Uniti si stessero sbilanciando con una presenza eccessiva (overextended) in Asia orientale. Indicò addirittura, come esempio dei guai che una potenza si procura da sola, il caso dell’Indonesia. La troppa ingerenza cinese li aveva condotti a una sconfitta epocale, il massacro dei comunisti indonesiani. Kennan aveva ragione. Ma non lo stettero a sentire.
Più di recente, si è rivelata assolutamente inutile, anzi controproducente, un’altra guerra americana, quella in Afghanistan. Durata anch’essa vent’anni. Il doppio di quanto era durata l’invasione sovietica: iniziata nel dicembre 1979 con un golpe di palazzo a Kabul e un glorioso blitzkrieg per sostenere i “modernizzatori” installati da Mosca, era finita con un inglorioso ritiro dell’Armata rossa nel febbraio 1989. Lo stesso anno in cui crollò il Muro, e poi l’Unione sovietica. I mujaheddin, i predecessori dei taleban, avevano non solo l’appoggio ma anche la simpatia dell’occidente. Se vi pare strano, andatevi a rivedere Il domani non muore mai (Tomorrow Never Dies), il diciottesimo film della serie dei James Bond. Il film non è preistorico, è del 1997. Quattro anni appena prima dell’attacco alle Torri gemelle. Pochi prestarono attenzione che tra i compagni di lotta di 007 in quel film c’era anche Osama bin Laden.
L’invasione americana dell’Afghanistan è dell’ottobre 2001. Era iniziata con un successo rapido e folgorante, la cacciata dei talebani da Kabul e dalle altre grandi città, la fuga del Mullah Omar con una taglia sulla testa. E’ durata però più ancora della guerra in Vietnam. Si è conclusa con un ignominioso ritiro deciso durante la prima presidenza Trump e attuato da Biden a fine agosto 2021. Contro ogni aspettativa e logica hanno vinto i talebani, di nuovo al potere da cinque anni a questa parte. L’invasione era stata concepita da Bush figlio come punizione per aver dato ospitalità a Bin Laden. E’ finita col trionfo dell’oscurantismo talebano. Anche in quel caso era insostenibile, oltre alla durata del conflitto, l’estensione eccessiva, la overextension delle linee di rifornimento. A differenza del Vietnam, i talebani non godevano della simpatia di nessuno. Nemmeno degli allora quasi alleati islamici pakistani. Così come, prima della guerra di Trump, non godeva di nessuna simpatia in occidente l’odioso regime iraniano degli ayatollah. Un cambio di regime c’è stato. Ma in peggio: ora bisognerebbe chiamarlo regime dei pasdaran, non più regime degli ayatollah.
La durata della guerra in Ucraina ha superato ormai la durata della Prima guerra mondiale. Anche quella del 15-18 doveva essere un Blitzkrieg. Le cancellerie europee avevano conosciuto ultimamente solo guerre brevi e decisive, la guerra franco-prussiana (1870-71), la guerra russo-giapponese (1904-1905). Pensavano che dovesse andare suppergiù allo stesso modo: rapida mobilitazione, offensive decisive, gli sconfitti che negoziano la pace. Quella che papa Benedetto XV avrebbe definito “l’inutile strage” si era arenata invece nelle trincee. Così come continua a essere arenata l’“operazione speciale” lanciata da Putin quattro anni e mezzo fa. Avrebbe dovuto, nelle intenzioni, concludersi con i parà russi a Kyiv nel giro di 48 ore, Zelensky ucciso, rapito o in fuga, un nuovo regime senza grilli di indipendenza da Mosca. Quanti avrebbero scommesso sulla resilienza ucraina? Persino gli americani la davano per spacciata. Ci si ritrova di fatto in una guerra di posizione e logoramento, malgrado si stia apparentemente combattendo in questo momento a colpi di droni e di missili con gittata in profondità nei rispettivi territori. Anche in questo caso la guerra non ha portato bene a chi pensava di vincerla rapidamente. In luglio hanno avuto il record mensile di caduti. Oltre 40 mila. Due terzi uccisi dai droni. Non si vede all’orizzonte la fine del macello. E nemmeno la sospensione. Biden aveva puntato al cambio di regime a Mosca: “Putin è un assassino. Non può restare al potere”, aveva detto. Ma campa cavallo. Gli assassini sono duri ad andarsene. Potrebbe succedere che gli ucraini, stanchi di guerra, e di tutto quel che comporta, caccino Zelensky, prima che i russi caccino Putin.
Non è invece detto che gli elettori israeliani riescano a cacciare Netanyahu e la sua orrenda coalizione. Potrebbe essere sostituito da uno peggio. La guerra in medio oriente mi procura un’angoscia particolare. Ha radici profonde. Non si vede l’esito di quest’ultima fase, particolarmente atroce, iniziata il 7 ottobre 2023. Ammesso e non concesso che riescano a eliminare Hamas, a eliminare Hezbollah, a infliggere al regime di Teheran una sconfitta da cui non possa riprendersi, e dopo? Come può Israele sopravvivere in un ambiente in cui tutti, i vicini e i lontani, le sono ostili? Senza uno straccio di idea che preveda di coesistere con i palestinesi? Ammesso e non concesso che l’Iran non abbia mai l’atomica, cosa fare con il Pakistan che ce l’ha e con la Turchia e Arabia Saudita che potrebbero avercela, e hanno appena firmato un patto di reciproca assistenza col Pakistan? La vendetta su Hamas e su Gaza valeva l’isolamento dal mondo intero? “Smettila, vi odiano tutti”, avrebbe detto a Netanyahu lo stesso Trump.
Guerre lunghe si incancreniscono. Peggio se alle motivazioni si aggiunge il fanatismo religioso. La guerra dei trent’anni, che devastò e insanguinò l’Europa dal 1618 al 1648, fu un immane, atroce, protratto massacro tra cattolici e protestanti. E dire che era nata da un fatto molto locale: i nobili protestanti boemi avevano buttato giù da una finestra del castello di Praga i rappresentanti dell’imperatore cattolico. All’origine del contendere, la pretesa dei protestanti di erigere una nuova chiesa su terreno che il Re aveva donato ai cattolici. Insomma, la prima vera “guerra mondiale” europea nasceva da una disputa sul real estate. Deus avertat che succeda in Cisgiordania.
Se una guerra dura troppo, può finire con un compromesso, con la retromarcia di uno dei contendenti. Spesso, quello che veniva dato come sicuro vincitore. Oppure, con un’escalation che porti all’eliminazione di una delle parti. Lo sterminio ha un costo terribile, non solo per chi lo subisce, ma anche per chi lo pratica. In Russia minacciano frequentemente l’uso dell’atomica se messi alle strette. Rischierebbe di essere la fine del mondo, non solo dell’Ucraina. L’esempio più egregio di guerra mai finita, ma congelata indefinitamente dal timore di un conflitto mondiale, è la guerra di Corea. La cosa buffa è che Trump, il quale continua a trattare malissimo tutti gli alleati – a cominciare dagli europei, fino al Giappone, passando dal Golfo persico – continua a trattare bene, quasi a coccolare, l’ultimo erede della dinastia comunista che governa la Corea del Nord. L’ultimo scambio di messaggi d’amore accompagna la decisione di ridimensionare le manovre congiunte Usa-Corea del Sud che ogni anno suscitano l’ira di Pyongyang. Schiaffo agli alleati Seul e Tokyo? Doveroso realismo verso un paese che ormai ha una sessantina di bombe nucleari, e missili per spedirli quasi ovunque? Un nuovo grande affare in vista?