Esteri
illusione di sicurezza •
La guerra totale di Teheran contro l'occidente
La minaccia iraniana è presente da tempo e non riguarda solo le basi alleate. Il regime cerca di esasperare tutti gli attori che possono esercitare pressioni su Washington

Foto ANSA
La Repubblica islamica dell’Iran ha risposto alla guerra iniziata dagli americani e dagli israeliani con un conflitto totale, che ha coinvolto la maggior parte dei paesi del medio oriente. Non soltanto Israele, che la guerra l’ha voluta e la vive come una questione esistenziale e non può ammettere l’esistenza di un Iran dotato di armi nucleari, ma anche i paesi del Golfo sono stati colpiti da Teheran, anche quelli che non coltivavano cattivi rapporti con il regime. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Bahrain, Giordania, tutti sono stati attaccati dai missili e dai droni iraniani e non soltanto nei siti in cui ospitano le basi militari americane, ma anche nelle infrastrutture energetiche vitali per la loro economia. Per il regime di Teheran, la risposta agli Stati Uniti è sempre stata chiara: la guerra totale, senza esclusione di alleati. L’obiettivo è creare esasperazione, panico, stanchezza. Oggi il Financial Times ha pubblicato un’esclusiva in cui due fonti molto vicine al regime di Teheran raccontavano dei piani della Repubblica islamica di colpire obiettivi militari in Europa se Donald Trump intensificherà la guerra. Vengono citati due obiettivi in particolare: la Bulgaria, che il mese scorso ha approvato l’utilizzo della base aerea di Bezmer per il rifornimento degli aerei americani, e Cipro, dove una base britannica è stata già attaccata da un drone a marzo. Ma la lista potrebbe essere più lunga e l’Alleanza atlantica ha detto di essere pronta a rispondere.
Trump ha ricevuto da Teheran soltanto una sfilza di “no”, pur di non negoziare, il regime è pronto per una guerra lunga durante la quale ha scommesso di poter stordire gli Stati Uniti, che invece procedono con momenti di bombardamenti intensi e poi passi indietro per negoziare. I passi indietro hanno dimostrato di non portare l’Iran al tavolo dei colloqui, quindi, ciclicamente, il capo della Casa Bianca, si convince a ricominciare gli attacchi. Potrebbe essere di nuovo a quel punto, soprattutto adesso che i sessanta giorni che aveva indicato come scadenza per ottenere un accordo sul nucleare sono scaduti. Il regime allora si prepara, dicendo che la risposta non sarà soltanto contro gli americani, ma contro tutti i suoi alleati, in medio oriente come in Europa: una delle sue armi più forti rimane la pressione che gli alleati possono fare su Trump. E gli europei purtroppo si sono spesso dimostrati i primi pronti a farsi usare dicendo e ripetendo il ritornello che il presidente americano un po’ si meritava, vista la sua mancanza di comprensione della minaccia russa contro l’Ucraina e l’Europa, ma che degli alleati non avrebbero mai dovuto dire: “Questa non è la nostra guerra”. Lo è eccome, e non soltanto perché Teheran adesso non fa mistero di essere pronta a colpirci, ma perché le azioni offensive contro di noi, fra sabotaggi, attacchi hacker e aiuto militare alla Russia, sono iniziate già da tempo.
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Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)
