Esteri
L'analisi •
L'ultima minaccia, l'ultimo accordo. Sull'Iran il problema non è solo Donald Trump
"Mi fanno solo arrabbiare. Mi fanno solo arrabbiare", ha detto il presidente americano ai giornalisti la settimana scorsa riferendosi ai leader iraniani. Da Carter a Trump, Washington continua a leggere Teheran con le proprie categorie. Ma la Repubblica islamica non è una testa da tagliare: è una rete che si rigenera, mentre il tempo gioca per gli iraniani
6 AGO 26

Cartellone che raffigura il presidente statunitense Donald Trump mentre viene afferrato per il collo a Teheran - foto LaPresse
"Mi fanno solo arrabbiare. Mi fanno solo arrabbiare". Donald Trump lo ha detto ai giornalisti la settimana scorsa riferendosi ai leader iraniani, e in quella ripetizione c'è più verità analitica di quanta ne contenga qualsiasi briefing dell'Amministrazione. È l'ammissione involontaria di un fallimento che attraversa amministrazioni democratiche e repubblicane da quarantasei anni, e che Trump ha portato alla sua espressione più visibile.
Ogni presidente americano dalla Rivoluzione islamica del 1979 ha tentato di decodificare Teheran. Jimmy Carter credeva di aver chiuso un accordo per gli ostaggi, come documentano le sue note private: Ruhollah Khomeini lo affossò senza avvertire i propri negoziatori, che restarono di stucco tanto quanto gli americani. Ronald Reagan cercò i presunti moderati iraniani attraverso la vendita segreta di armi. I moderati non esistevano, e l'operazione finì nello scandalo Iran-Contra. Bill Clinton arrivò fino a un'apologia pubblica per il colpo di stato della Cia del 1953: Ali Khamenei rispose che nessun dialogo era possibile con Washington. Barack Obama ottenne il Jcpoa (accordo sul nucleare, 2015) in venti mesi di negoziato, un'eccezione reale e non un modello replicabile.
Trump smontò l'accordo nel 2018 regalando a Teheran la prova definitiva che gli accordi con Washington non valgono le carte su cui sono scritti.
Kenneth Pollack, ex analista della Cia e del Consiglio di sicurezza nazionale, ha studiato l'Iran per decenni. Il suo giudizio su Trump è netto: nessun presidente ha capito meno la leadership iraniana. Trump, dice Pollack, incarna in forma estrema la contraddizione che paralizza Washington da mezzo secolo: ha usato più forza di qualunque predecessore in cerca di una vittoria e ha desiderato più di qualunque predecessore di fare un accordo, senza ottenere né la vittoria né l'accordo. Dennis Ross, veterano della diplomazia mediorientale con presidenti di entrambi i partiti, chiude il ragionamento: gli iraniani capiscono gli americani meglio di quanto gli americani capiscano gli iraniani, e lo fanno sistematicamente, da prima che Trump entrasse alla Casa Bianca.
Il 28 febbraio, l'attacco aereo americano ha ucciso Ali Khamenei, guida suprema della Repubblica islamica da quasi quarant'anni. Trump ha invitato il popolo iraniano a "prendere il controllo" del proprio governo, annunciando che avrebbe scelto lui il prossimo leader. A marzo, l'Iran ha nominato Mojtaba Khamenei, figlio del defunto, nuovo leader supremo. I funzionari americani lo considerano più rigido del padre e più determinato a dotare l'Iran di un'arma nucleare. Teheran aveva ignorato la dichiarazione di Trump che quella scelta sarebbe stata "inaccettabile", e il nuovo Khamenei non ha risposto nemmeno all'offerta di incontro diretto.
Qui si innesta il secondo problema, più grave del primo. La strategia che ha portato all'operazione Epic Fury (la campagna militare avviata a febbraio) si reggeva su una dottrina precisa, che in ambienti strategici viene chiamata "dottrina della piovra": taglia la testa, i tentacoli muoiono. Colpisci Teheran, il centro di comando dell'Asse della resistenza (la rete di organizzazioni armate, finanziate e guidate da Teheran, da Hezbollah in Libano agli houthi in Yemen fino alle milizie sciite in Iraq), e i gruppi che la compongono si dissolvono. Due decenni fa questa logica aveva una sua coerenza, quando armi, tecnologia e know how erano instradati attraverso Teheran in una struttura che nel frattempo si è trasformata in qualcosa di radicalmente diverso.
Salisbury, Paes e Thompson argomentano su base empirica, in uno dei documenti più significativi apparsi su questo conflitto, che l'Asse della resistenza ha smesso di funzionare come sistema gerarchico con punti di cedimento identificabili. Si è trasformato in una rete capace di autoriprodursi, in cui conoscenze, risorse e decisioni operative sono distribuite simultaneamente in luoghi diversi, così che quando un leader viene eliminato o un sito produttivo viene bombardato la rete si adatta, rimpiazza il leader ucciso e ricostituisce le catene logistiche attraverso percorsi alternativi. Dal 2015 Hezbollah ha cominciato a formare altri gruppi, inclusi Hamas, gli houthi e le milizie irachene.
Nel 2026, secondo un rapporto in corso di pubblicazione di Century International, gli houthi insegnano all'affiliato somalo di al Qaida come pilotare droni. I componenti per costruire il drone Ababil-T si acquistano su Alibaba a circa 1.500 dollari. Per i droni Fpv (First Person View, sistemi a guida in soggettiva) che Hezbollah usa contro le Forze di difesa israeliane dall'inizio del 2026, servono solo una carta di credito e un accesso a YouTube, con la differenza che i punti di strozzatura rilevanti per fermare questa proliferazione si trovano nelle catene produttive cinesi, fuori dalla portata delle sanzioni americane.
John Bolton, dalle colonne del Washington Post, sostiene che la risposta corretta sia intensificare la pressione militare: abbattere il regime di Teheran e tenere contemporaneamente il fronte ucraino, aumentando la deterrenza verso Taiwan. È una posizione internamente coerente, ma non spiega perché cinque mesi di bombardamenti intensivi non abbiano prodotto il collasso atteso, né perché Hezbollah opponga una resistenza più tenace del previsto nel Libano meridionale, né perché gli houthi, un anno dopo una tregua che Washington aveva letto come resa, abbiano ripreso gli attacchi nel Mar Rosso. La dottrina della piovra funzionava quando l'asse era una struttura. Oggi quella struttura si è evoluta in un ecosistema distribuito che gli strike aerei non riescono a degradare più velocemente di quanto si rigeneri.
Nel frattempo l'Iran gioca la variabile che ha sempre gestito meglio degli americani: il tempo. Per gli iraniani il tempo lavora a loro favore. Gli americani sembrano sempre in ritardo su sé stessi. Suzanne Maloney, vicepresidente del Brookings Institution, lo ha formulato con precisione: i responsabili americani hanno sottovalutato l'impegno ideologico e la struttura istituzionalizzata del potere a Teheran, e la guerra ha rafforzato la presa della leadership religiosa e militare eliminando qualsiasi alternativa credibile. Quella che sembra una disfunzione è in realtà il sistema iraniano che funziona esattamente come i suoi fondatori lo hanno concepito.
In questo contesto il calendario politico americano si trasforma in una variabile che Teheran sa leggere e usare: Trump ha un indice di gradimento tra il 32 e il 34 per cento, il minimo del secondo mandato; l'inflazione corre al 3,5 per cento; la Riserva strategica petrolifera (Spr, Strategic Petroleum Reserve) è al livello più basso dal febbraio 1983. Teheran non ha alcun incentivo a trattare prima di novembre, perché ogni sondaggio che mostra un candidato democratico competitivo in Texas o in Alaska aggiunge pressione su Trump, e più il presidente è ansioso di chiudere più le condizioni che Teheran impone diventano costose.
Io non credo che il problema sia Trump. L'errore precede lui di mezzo secolo: ha oscillato tra "pazzi criminali" e "molto intelligenti" e "bastardi gelidi" e "ragionevoli" come se le etichette cambiassero la natura dell'interlocutore, ma Carter, Reagan e Clinton avevano già proiettato sull'Iran ciò che volevano vedere, ciascuno con la propria versione della stessa illusione. L'America guarda l'Iran e vede uno specchio: un paese che potrebbe fare un accordo se volesse, che ha una sua logica razionale correggibile con incentivi e pressioni sufficienti, che ha un popolo oppresso pronto a rovesciare il regime al primo segnale esterno. Nulla di questo corrisponde alla realtà della Repubblica islamica. Un sistema politico costruito sull'odio degli Stati Uniti come principio fondante non produce moderati in attesa di stringere la mano a Washington. Ha prodotto Mojtaba Khamenei.