L’era post Maga: i candidati "ribelli" e la potenziale sfida di Carlson

Gli Stati Uniti vogliono lasciarsi alle spalle il traumatico periodo trumpiano. Ora si apre la stagione degli esperimenti politici, dalle dichiarazioni di Hunter Biden alla sfida Vance-Rubio. Sullo sfondo, l'eterno fantasma del Third Party
15 AGO 26
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Foto ANSA

La politica americana sta vivendo un’estate di sperimentazioni quale non si vedeva da anni. Complici il clima elettorale in vista del voto di Midterm di novembre, i mal di pancia per la guerra senza sbocchi con l’Iran e soprattutto la necessità di cominciare a immaginare la corsa alla Casa Bianca 2028 e il dopo-Trump, a destra come a sinistra è tutto un fiorire di sfide all’establishment. In ballo c’è il tentativo di definire la classe politica che guiderà l’America negli anni Trenta, chiamata a disegnare un nuovo percorso dopo il traumatico decennio trumpiano.
In casa dei democratici la battaglia è tutta all’interno del perimetro del partito, con l’ala socialista di Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez che ha messo a segno alcuni colpi importanti contro la leadership del partito, soprattutto in Michigan. Ma ha anche ricevuto sonore sconfitte come quella in Wisconsin, dove la candidata governatrice socialista Francesca Hong è stata battuta nelle primarie democratiche dal centrista David Crowley: un risultato a sorpresa, che rappresenta una debacle per i sondaggisti (Hong era data in vantaggio di 15-20 punti) e apre molti interrogativi su come gli elettori stiano reagendo alle sperimentazioni dei ribelli contro la politica tradizionale.
Ma è nel magmatico mondo Maga che gli esperimenti in laboratorio si fanno più arditi, al punto che sembra arrivato il momento di trovare un altro nome al movimento Make America Great Again. Parlare di Maga 2.0 sembra limitato, quando emergono programmi di scissione, iniziative per creare un Third Party (da sempre l’araba fenice della politica americana) e contaminazioni che creano dei corto circuiti politici. E’ il caso, in quest’ultimo ambito, del giro di interviste che sta concedendo Hunter Biden ai suoi più accesi nemici di questi anni, i podcaster e gli influencer della destra radicale che avevano fatto del figlio dell’ex presidente il loro bersaglio preferito. Il caso che ha fatto più discutere è la conversazione da milioni di visualizzazioni che Biden Jr ha avuto con Tucker Carlson, nel popolare programma che l’ex anchorman della Fox diffonde su tutte le piattaforme digitali. Ma Hunter sta facendo un’operazione più vasta, si è infiltrato nella destra estrema per smontare dall’interno la caricatura che il mondo trumpiano aveva fatto di lui e suo padre.
Non è chiaro se l’obiettivo di Biden Jr. sia quello di puntare a una qualche candidatura politica, scegliendo di cominciare parlando al nemico. Un po’ come sta facendo il governatore della California Gavin Newsom, per preparare la sua corsa alla Casa Bianca nel 2028. Quel che è certo è che Hunter a 56 anni sembra aver chiuso i vari capitoli controversi della sua vita (droga, armi, evasioni fiscali, lobbismo in Ucraina e altri scandali assortiti), per dedicarsi a una contronarrazione su sé stesso e il padre, che diventa un sostanziale atto di accusa contro Donald Trump e le sue ossessioni sul suo predecessore. Un percorso iniziato nel dicembre scorso partecipando al popolare podcast di Shawn Ryan – un controverso personaggio con un passato da Navy Seal e contractor della Cia – e poi passato attraverso molti microfoni del mondo Maga, fino a quelli di Candace Owens e poi di Carlson. Cioè di due tra i principali ribelli che stanno spaccando la coalizione conservatrice che nel 2024 servì a riportare Trump alla Casa Bianca.
I messaggi forti che Biden Jr. si è trovato a condividere con Carlson sono la convinzione che Trump sia una “minaccia esistenziale” per gli Stati Uniti, che i tecnocrati come Elon Musk e Mark Zuckerberg siano pericolosi e da fermare e soprattutto che gli Stati Uniti oggi hanno un nemico che si finge amico: Benjamin Netanyahu, che Hunter definisce “il male incarnato” e Carlson attacca da mesi (allargando però, nel suo caso, le accuse a tutto Israele) come il vero responsabile della guerra contro l’Iran, che ha definitivamente allontanato i Maga ribelli da Trump.
Dove porta questo ribollire di rabbia contro l’establishment, oggi incarnato paradossalmente dal presidente che voleva “prosciugare la palude” di Washington? Uno dei primi effetti è il risorgere dell’eterna idea del Third Party, una campagna presidenziale indipendente che potrebbe avere Carlson come candidato – ma lui per ora frena – e la politica estera come collante. I promotori, insieme all’anchorman, sono l’ex deputata Marjorie Taylor Greene, il deputato ribelle del Kentucky Thomas Massie e l’ex direttore dell’antiterrorismo Joe Kent. Ma il modello a cui pensano non è quello degli indipendenti di un tempo, alla Ross Perot, candidature libertarie e di disturbo che offrono uno sfogo a chi non si riconosce nei due partiti principali. Il format da replicare invece è quello di Robert F. Kennedy Jr., la cui sfida “indipendente” nel 2024 finì con una riconciliazione con Trump e un posto nel governo. Carlson potrebbe lanciare la sua insurrezione soprattutto se tra i candidati alla Casa Bianca ci fosse Marco Rubio, il vero nemico. In quel caso sfiderebbe il segretario di stato sui temi di politica estera, per poi probabilmente concedersi a un’alleanza con J.D. Vance. Il candidato su cui scommettono i delusi da Trump per costruire negli anni Trenta un mondo post-Maga isolazionista e, ai loro occhi, davvero “America First”.