La guerra di Trump con l’Iran “definirà l’eredità della sua presidenza”

Le scorte di munizioni calano a vista d'occhio, mentre le elezioni di metà mandato sono ormai prossime. Su Hormuz la Casa Bianca deve scegliere tra due opzioni, diverse per costi e tempistiche. Girotondo d’opinioni

14 AGO 26
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Foto ANSA

Washington. “In questo momento il presidente è in una situazione difficile”, dice Reuel Marc Gerecht, ex funzionario della Cia che si è occupato di obiettivi iraniani e oggi senior fellow presso la Foundation for Defense of Democracies di Washington. A cinque mesi dall’inizio della guerra con l’Iran, Donald Trump ha inflitto danni enormi alla Repubblica islamica, ma la sua principale leva strategica, lo Stretto di Hormuz, resta una sfida irrisolta. “I calcoli del presidente erano, ovviamente, che si sarebbe trattato di una guerra breve”, osserva Gerecht. “Pensavano che gli attacchi militari iniziali di febbraio, la decapitazione operata dagli israeliani, avrebbero provocato il crollo del regime. Questo, chiaramente, non si è verificato. Il presidente ha faticato molto ad adattarsi a questo dato di fatto”.
Da allora Washington fatica a trasformare il successo militare in un accordo politico. Un memorandum d’intesa di giugno prevedeva la fine delle operazioni militari, la riapertura di Hormuz e 60 giorni di negoziati per un accordo permanente. Trump ha dichiarato terminato l’accordo il mese scorso, ha ripreso la campagna di bombardamenti, durata quasi due settimane, e ha rinnovato il blocco navale statunitense contro le navi dirette ai porti iraniani.
Il traffico petrolifero attraverso Hormuz è leggermente risalito rispetto al crollo registrato a inizio guerra, ma resta al di sotto dei livelli prebellici e vulnerabile a nuove interruzioni. I passaggi giornalieri sono crollati da una media normale di 130 navi a sole 8-13 al giorno. L’Iran insiste che lo stretto rimarrà bloccato finché non saranno revocate le sanzioni statunitensi, non riavrà accesso ai beni congelati e non cesserà la campagna militare americana.
“Gran parte della potenza delle minacce iraniane nello Stretto di Hormuz non deriva da questioni militari”, chiarisce Behnam Ben Taleblu, direttore senior del programma Iran della Foundation for Defense of Democracies. “Deriva da questioni economiche e dalla capacità di gestire la crisi economica qualora la guerra si allargasse o si intensificasse”.
Trump si trova davanti a una scelta: condurre la campagna necessaria a garantire la sicurezza di Hormuz, mantenere il blocco fino al collasso dell’economia iraniana oppure lasciare che sia Teheran a dettare le condizioni di passaggio. La prima opzione implicherebbe accettare perdite in mare e forse schierare truppe sulle isole o sulla costa iraniana. In alternativa, il presidente può limitarsi a rivendicare la vittoria su Truth Social, senza che questo cambi la realtà sul terreno.
“Immagino che il Pentagono abbia detto al presidente che per combattere la Battaglia di Hormuz bisogna mettere in conto di perdere qualche cacciatorpediniere e forse dover schierare truppe a terra, quantomeno sulle isole dello stretto e forse sul litorale iraniano”, dice Gerecht. “Credo che il presidente abbia rifiutato di farlo”.
Gerecht richiama la guerra Iran-Iraq, il conflitto durato otto anni iniziato con l’invasione irachena dell’Iran nel 1980, durante il quale gli Stati Uniti intervennero nel 1987 per proteggere il traffico navale, scortando per oltre un anno le petroliere attraverso quelle acque. Una mina iraniana quasi affondò la fregata USS Samuel B. Roberts nell’aprile del 1988, ferendo dieci marinai e provocando un massiccio attacco americano contro la marina iraniana e le piattaforme offshore. “Sembra che il presidente non sia disposto ad accettare oggi lo stesso tipo di perdite”, dice Gerecht. “E’ difficile immaginare di condurre una guerra vera senza essere disposti a subire vere perdite belliche”.
Il blocco navale offre invece una via più lenta. “Stanno testando la teoria secondo cui possono soffocare la Repubblica islamica a sufficienza da provocare una crisi interna massiccia”, dice Gerecht. “Il blocco, per essere efficace, dovrà essere un gioco molto lungo, a meno che non abbiano la fortuna di vedere la Repubblica islamica crollare prima del previsto. Dovranno ruotare molto le truppe, e questo consumerà gran parte della Marina statunitense, perché la Marina americana non è più così grande”.
Le munizioni rappresentano un ulteriore vincolo. Notizie secondo cui l’Esercito avrebbe esaurito quasi del tutto alcune scorte di missili di precisione a lungo raggio hanno rafforzato le ragioni per la cautela. “E’ dannoso per gli interessi statunitensi che notizie sulla carenza di munizioni vengano diffuse al mondo intero”, sostiene Jason Brodsky, direttore delle politiche di United Against Nuclear Iran. “I nostri avversari leggono le notizie proprio come noi”. Brodsky ritiene che gli Stati Uniti possiedano ancora la potenza militare necessaria per riaprire Hormuz, ma che la vera domanda sia se Trump sia disposto a impegnare le risorse necessarie e ad accettarne le conseguenze. Una campagna del genere, sostiene, avrebbe “effetti di secondo e terzo livello, in particolare in Europa, riguardo Ucraina e Russia, e nell’Indo-Pacifico”.
Un altro vincolo per la Casa Bianca sono le prossime elezioni di Midterm. Un sondaggio Reuters/Ipsos di fine luglio ha rilevato che il 62 per cento degli americani si opponeva agli attacchi. Un altro sondaggio, condotto pressoché nello stesso periodo, ha rilevato che il 61 per cento dei repubblicani riteneva comunque che valesse la pena combattere. L’approvazione repubblicana della gestione della crisi iraniana da parte di Trump è scesa dal 71 per cento di giugno al 61 per cento. Il suo partito rischia di perdere la Camera, cosa non insolita per un presidente in carica, ma le prospettive al Senato sono più solide. Dopo le elezioni, Trump potrebbe avere maggiore libertà politica per agire con più decisione. “E’ possibile che si veda una campagna militare più ampia dopo il midterm”, pensa Brodsky. “Forse è proprio questa la strategia dell’Amministrazione Trump, soprattutto se gli iraniani continuano a non voler cedere”.
Washington e Teheran attendono di vedere se le elezioni allenteranno i vincoli politici. Ma il conflitto ha già messo in luce una divisione all’interno del partito di Trump, e la scelta finale, se intensificare o meno, spetta al presidente, così come le conseguenze. “Se perde questa guerra”, osserva Gerecht, “probabilmente definirà l’eredità di Donald Trump”.
Ani Chkhikvadze è una giornalista di base a Washington, prima a Voice of America. Collabora con varie testate internazionali.