Esteri
L'analisi •
Così Trump si è (ri)fermato sull'Iran
La guerra che doveva piegare l'Iran ha finito per mettere sotto pressione gli Stati Uniti. Ora il presidente americano prova a fermare un conflitto che non riesce più a indirizzare, tra l'arsenale svuotato e la tenacia di Teheran nell'alzare il costo della guerra
4 AGO 26

Donald Trump - foto Ansa
Il primo agosto il generale Alexus Grynkewich, comandante dello Eucom (Comando europeo delle forze statunitensi), ha avvertito il Pentagono che senza ulteriori unità navali gli Stati Uniti non sarebbero più stati in grado di presidiare simultaneamente il Mediterraneo e le altre priorità strategiche. Il documento dice una cosa politicamente scomoda: la Marina americana sta esaurendo la sua capacità difensiva nel Mediterraneo orientale, cinque mesi dopo l’inizio del conflitto. Il problema va oltre il numero assoluto delle unità disponibili e investe la sostenibilità dell’intera campagna. La verifica fattuale pubblicata dal New York Times lo stesso giorno quantifica il consumo dell’arsenale americano nella guerra aerea: 1.200 missili Patriot su 2.330, oltre 1.000 Tomahawk su 3.000, oltre 1.100 Jassm (missili aria-superficie a lungo raggio) su 4.400, tra 190 e 290 missili Thaad (difesa antimissile ad alta quota) su 360. Trump ha attribuito le carenze ai trasferimenti di armi a Kyiv decisi dall’Amministrazione Biden, ma quelle forniture riguardavano armamenti terrestri mentre questa guerra si combatte in cielo, come ha confermato lo stesso giornale. Il consumo è tutto di questo conflitto.
Teheran ha utilizzato il breve cessate il fuoco di primavera per pianificare le mosse successive. Sempre il New York Times riporta le dichiarazioni di due funzionari delle Guardie rivoluzionarie: i comandanti delle forze Quds, il braccio esterno delle Guardie responsabile del coordinamento delle milizie dell’Asse della resistenza, hanno tenuto sessioni virtuali con i vertici di Hezbollah, degli houthi yemeniti e delle milizie sciite irachene per definire uno schema di escalation coordinata da attivare nel caso in cui gli americani riprendessero a bombardare. L’obiettivo, dichiarato senza imbarazzo da un consigliere del negoziatore iraniano, era rendere la guerra il più costosa possibile per Trump. I fronti si sono moltiplicati di conseguenza: impianti petroliferi sauditi in fiamme, gasiere bruciate vicino al canale di Suez, missili sulla Giordania, blocco navale houthi alle esportazioni saudite nel Mar Rosso. Un analista iraniano ha definito le milizie “pezzi degli scacchi da muovere al momento giusto, per l’impatto massimo”.
Gli attacchi sono calibrati per evitare il confronto diretto con americani e israeliani, che costringerebbe Washington a colpire l’Iran come entità statale. L’incendio agli impianti sauditi ha trascinato Riad nella guerra, ma la risposta di Riad si è abbattuta sulle milizie irachene, non su Teheran. L’Iran raccoglie i benefici strategici e scarica il costo del rischio sui suoi alleati.
Erik Lin-Greenberg, professore del Mit, ha analizzato su Foreign Affairs il 31 luglio il problema dal lato americano: l’ambiguità di Washington è il prodotto dell’indecisione, non di una strategia deliberata. Trump ha dichiarato obiettivi diversi e spesso incompatibili nel corso del conflitto, dal degrado delle capacità missilistiche iraniane fino al cambio di regime, passando per il controllo dello Stretto di Hormuz e la denuclearizzazione. Per Teheran quella sequenza contraddittoria ha avuto un effetto preciso: non sapendo fino a dove Washington volesse spingersi, l’Iran ha ipotizzato il peggio e ha risposto di conseguenza, con migliaia di missili e droni. Lin-Greenberg argomenta che un obiettivo comunicato con chiarezza sin dall’inizio avrebbe probabilmente prodotto una risposta iraniana più contenuta, come era accaduto dopo i raid del giugno del 2025. La stessa ambiguità ha affossato il memorandum d’intesa di giugno. Il testo obbligava l’Iran a garantire il passaggio sicuro nello Stretto usando i suoi “migliori sforzi”: gli americani lo hanno letto come riapertura totale, gli iraniani come conferma della loro autorità sul canale, con facoltà di aprirne solo la porzione più vicina alle proprie coste. Quella divergenza interpretativa, non risolta nel testo, ha prodotto nuovi scontri entro poche settimane dalla firma.
Va concesso un punto alla difesa della postura americana: l’ambiguità in alcuni casi ha funzionato. Trump ha definito un attacco iraniano alle navi americane un semplice “dispetto”, ha risposto con ritorsioni minimizzate, e Teheran ha accettato quella lettura senza intensificare gli attacchi. La vaghezza deliberata sulle clausole del cessate il fuoco di aprile ha permesso a entrambe le parti di dichiararsi vincitrici, chiudendo una spirale prima che si allargasse. Queste eccezioni sono reali, ma ogni ciclo di tensione e distensione si chiude più in fretta di quello precedente, e quando Washington tenta la de-escalation, come ha osservato Andrew Leber del Carnegie Endowment for International Peace, Teheran ha già avviato il ciclo successivo.
La ricostruzione del Wall Street Journal del 2 agosto rende visibile la catena decisionale dietro l’ultimo passo indietro. Trump incontra il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, martedì 28 luglio. Il giorno dopo il ministro della Difesa saudita Khalid bin Salman vede il vicepresidente J. D. Vance e poi Trump, portando il messaggio che le milizie proxy sono state sufficientemente indebolite e il momento è quello della de-escalation. Sabato sera il principe ereditario Mohammed bin Salman chiama Trump direttamente. Netanyahu non viene chiamato. Nella notte Trump annuncia su Truth Social di aver concordato i parametri di un accordo, descrivendo l’apertura totale dello Stretto e la fine del programma nucleare iraniano, ma Teheran smentisce di aver chiesto qualsiasi pausa e definisce la dichiarazione “una nuova bugia”.
I mediatori attivi, Qatar, Pakistan e Oman, non confermano i termini descritti dal presidente. Teheran ha inoltre chiarito che i colloqui con l’Oman riguardano le modalità del transito commerciale, non la rinuncia alla propria autorità sullo Stretto. La premessa dell’intera guerra, che l’Iran cedesse sotto pressione, non ha trovato conferma nei fatti in cinque mesi di conflitto, eppure la condotta americana non cambia. L’editorial board del Wall Street Journal, non ostile all’Amministrazione, ha contato otto annunci di fine guerra, e gli alleati del Golfo che fermano il presidente invece di seguirlo delineano il profilo di una potenza che gestisce la comunicazione nell’attesa che qualcuno trovi una via d’uscita, non quello di una potenza che conduce una guerra con una strategia.
Per i pasdaran quel margine rappresenta un vantaggio strategico. Il 68 per cento degli americani ritiene che la guerra non valga la pena di essere combattuta, secondo un sondaggio del Washington Post e Ipsos di luglio, e le elezioni di midterm di novembre sono l’orologio che Washington non può ignorare: prezzo del carburante, spesa militare, impopolarità crescente tra gli elettori repubblicani. Il piano proxy ha una dimensione di logoramento politico costruita per funzionare entro quella finestra, che va oltre qualsiasi obiettivo militare immediato.
La notifica di Grynkewich documenta i limiti raggiunti dalla disponibilità navale americana. La morte del senatore Lindsey Graham ha rimosso, secondo il Wall Street Journal, l’ultimo consigliere fautore della linea dura tra quelli vicini al presidente, lasciando campo a chi la guerra non la voleva e ora la vuole chiusa a qualsiasi condizione disponibile. Sempre Il Wall Street Journal descrive la posizione iraniana con un’espressione tecnica: “Escalation dominance”, il predominio nell’escalation, ovvero la capacità di controllare ritmo e intensità dello scontro costringendo l’avversario a reagire. La guerra americana continua a ridefinire i propri obiettivi. Quella iraniana non ha mai smesso di perseguire gli stessi.
Le guerre che si perdono non finiscono sempre con una sconfitta militare. A volte finiscono quando chi le combatte smette di capire perché le combatte. A quel punto, il tempo lavora per chi ha risposto alla domanda.