Belu Simion Fainaru ci racconta la sua sfida al boicottaggio di Israele alla Biennale

L'artista israeliano ha scelto di non lasciarsi fermare dalle minacce e ha portato uno specchio d'acqua nel padiglione dell'Arsenale: "La vasca rappresenta il Talmud, le tracce lasciate dalle gocce la scrittura e le gocce stesse le lacrime versate dal popolo ebraico, in questi quasi tre anni, dopo la ferita, ancora aperta, del 7 ottobre”

12 AGO 26
Tradotto con IA
Immagine di Belu Simion Fainaru ci racconta la sua sfida al boicottaggio di Israele alla Biennale
Dalla sua fondazione, il sogno di ogni artista contemporaneo è di poter rappresentare il proprio paese alla Biennale di Venezia. Non più per gli israeliani, almeno dopo il 7 ottobre. Tanto che durante la Biennale del 2024 Ruth Patir – pur avendo allestito lo spazio predisposto con le sue opere – aveva deciso di chiudere le porte del padiglione lasciandovi un cartello: “Apriremo al pubblico solo quando tutti gli ostaggi saranno tornati a casa e sarà siglato un cessate il fuoco”. Da allora gli ostaggi – in vita o in bara – sono tutti tornati in Israele e vige, per ora, un cessate il fuoco con Hamas, Hezbollah e la Repubblica islamica dell’Iran. Tuttavia, sembra non essere ancora cessato il fuoco nei confronti degli artisti israeliani: sia nel mondo dell’arte contemporanea che in quello della letteratura, che ha appena escluso Eshkol Nevo dal Festival “Libro Possibile” di Polignano. Eppure, nonostante molti dubbi e perplessità, quando è stato offerto a Belu Simion Fainaru di rappresentare Israele alla Biennale, l’artista – di origini rumene – ha scelto di non fermarsi, nemmeno di fronte a tutte le minacce di boicottaggio.
Come racconta al Foglio, ora più che mai ha vissuto come necessità di quella di rappresentare non solo il proprio paese, ma anche la propria identità presso la grande piattaforma internazionale che è la Biennale: “L’obiettivo di questo appuntamento atteso dagli artisti di tutto il mondo è proprio quello di instaurare un dialogo interculturale. Per questo, malgrado tutte le difficoltà che ho incontrato in questi mesi – inclusa la guerra con l’Iran – e il boicottaggio da parte di molti artisti e gallerie europee, sono sempre più convinto che sia valsa la pena partecipare. Anche solo per l’accoglienza che ho ricevuto da parte di artisti e curatori iraniani, libanesi e cubani, i cui paesi non hanno alcun rapporto diplomatico con Israele”. Ulteriore sfida per Belu è stata la nuova sede del padiglione israeliano – attualmente in processo di ristrutturazione – temporaneamente situato non più presso i Giardini, bensì all’Arsenale, in uno spazio ritagliato tra i padiglioni di Arabia Saudita, Emirati e Turchia: quasi come se la Biennale avesse preceduto sul tempo gli Accordi di Abramo. “Del resto, Venezia è sempre stata un ponte con il medio oriente. Le mura dell’Arsenale portano con sé 500 anni di storia, inclusa quella della prima copia del Talmud, stampata proprio a Venezia tra il 1520 e il 1523, quando il tipografo cristiano Daniel Bomberg ottenne da Papa Leone X il permesso di stamparlo. Fu la prima volta che la cultura ebraica venne trasmessa non più solo in modo orale.
All’epoca non avevamo ancora una terra, ma avevamo finalmente un libro, che poteva essere trasmesso di generazione in generazione. Per questo, come artista ebreo, ho sentito la necessità di ricostruire i cinque secoli di storia che legano la Serenissima con la Terra Santa e di ricostruire quello che per me – prima ancora di essere il padiglione israeliano – è una casa ebraica. Con tanto di tavola, frigorifero – che contiene al suo interno anche della terra che proviene da Gerusalemme – e una mesusa, realizzata con le mie stesse mani. Perché la cultura ebraica, a partire dai Dieci Comandamenti, non è basata sulla rappresentazione visuale, bensì sul testo e il suono. Per questo ho cercato di costruire un’installazione interattiva, in modo che il pubblico potesse immergervisi a 360 gradi: sia sedendosi a tavola per intavolare discussioni con altri partecipanti, sia ascoltando il suono dell’acqua che ci ricorda come Venezia sia costantemente attraversata e alimentata dai canali. Così come il deserto israeliano è fiorito grazie a un sistema di irrigazione unico al mondo, che ha garantito lo sviluppo agricolo di molte altre aree del medio oriente. E che oggi, appeso al soffitto dell’Arsenale, permette di tracciare un disegno in costante movimento sullo specchio d’acqua sul pavimento del padiglione, in cui la vasca d’acqua rappresenta il Talmud, le tracce lasciate dalle gocce la scrittura e le gocce stesse le lacrime versate dal popolo ebraico, in questi quasi tre anni, dopo la ferita, ancora aperta, del 7 ottobre”.
Nonostante tutte le difficoltà del momento storico per Israele e la sua arte, Belu guarda al futuro con occhio ottimista: “Lo vedo nel mio lavoro quotidiano, presso l’Università di Haifa, dove insegno a studenti ebrei, cristiani e musulmani. E ancora di più nella Biennale del Mediterraneo – di cui è curatore dal 2010 – piattaforma disseminata in tutta Israele, tra villaggi ebraici, cristiani e musulmani, per dare spazio a tutte le voci del paese e, soprattutto, promuovere una costante collaborazione tra artisti che provengono da background culturali, linguistici e politici diversi e che vedono nell’arte un luogo privilegiato di arricchimento e di implementazione, concreta, del processo di pace. Proprio laddove la politica, almeno per ora, stenta ad arrivare”.