I sondaggi in Spagna e le strategie al ribasso di Sánchez dopo il disastro di Ceuta

Secondo le ultime rilevazioni le intenzioni di voto per i socialisti crollano al di sotto della linea di tenuta su cui il Psoe, malgrado gli scandali giudiziari degli ultimi anni, sembrava potersi ancora aggrappare. E il malcontento aumenta su entrambe le sponde del Mediterraneo

10 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 14:35
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Foto ANSA

Lisbona. La battaglia diplomatica con l’Italia e con quella che il ministro degli Esteri spagnolo ha definito l’“internazionale reazionaria” non pare destinata a premiare il governo di Pedro Sánchez e le sinistre spagnole. Secondo i primi sondaggi realizzati dopo il disastro di Ceuta, le intenzioni di voto per i socialisti crollano al di sotto della linea di tenuta su cui il Psoe, malgrado gli scandali giudiziari degli ultimi anni, sembrava potersi ancora aggrappare.
Il sondaggio pubblicato lunedì dal quotidiano La Razón dà il partito di Sánchez al 25 per cento. Nel 2023 aveva preso il 31,6 per cento, era sotto di circa due punti rispetto al Partito popolare (Pp), ma pur sempre un risultato sufficiente a presentare una maggioranza alternativa alleandosi ad altri partiti piuttosto eterogenei (la famosa “coalizione Frankenstein”). Stavolta, tutte le sinistre unite (Psoe, Sumar e Podemos) sommano uno scarno 34 per cento, la stessa percentuale del Pp, che cresce, ma di poco. Come già visto in quattro elezioni regionali recenti (Estremadura, Aragona, Castiglia-León e Andalusia), il Pp non governa senza la stampella dell’estrema destra, che dal canto suo continua a raccogliere consensi. A Vox i sondaggi danno il 18 per cento e il doppio degli attuali 33 seggi. Un secondo sondaggio reso noto nelle stesse ore dà addirittura un leggero calo di voti per il Pp e una crescita più accentuata dell’estrema destra.
In Spagna si vota l’anno prossimo secondo un calendario che in buona parte dipende dal governo stesso. La sequenza naturale degli appuntamenti elettorali vorrebbe amministrative in primavera e legislative in estate, ma da tempo molti, anche nel Psoe, chiedono di anticipare le legislative e risparmiare i sindaci socialisti dal calo di consensi dovuto soprattutto all’impopolarità del governo. La maggioranza alternativa di destra ormai si delinea sempre più netta e alla fine della corsa si vedrà quanto sarà costata alla sinistra la strategia di resistenza ad ogni costo del suo leader, che nel 2019 intitolò “Manual de Resistencia” il libro che ripercorreva trionfalmente la sua traiettoria politica.
Da quel 2019 sono emersi gli scandali giudiziari, le “coalizioni Frankenstein” pur di rimanere in sella (l’espressione l’aveva coniata uno storico leader socialista, Alfredo Rubalcaba, proprio per dire cosa non bisognava fare per governare), uno dei peggiori incidenti ferroviari (Adamuz: 46 morti) e i più gravi roghi estivi della storia spagnola recente.
Infine, la più grave crisi migratoria nell’exclave di Ceuta. Vedere in quest’ultimo incidente una mano occulta del vicino Marocco, se non altro nel modo in cui ha abbassato la guardia alla frontiera, non è dietrologia complottista. I difficili rapporti geopolitici con il re Mohammed VI sono ormai diventati di dominio pubblico. Suo nonno ottenne l’indipendenza del Marocco e suo padre, Hassan II, nel 1975 approfittò dell’agonia del regime franchista per occupare la colonia spagnola del Sahara occidentale con l’imponente “marcia verde”, da più parti rievocata in questi giorni per descrivere quanto accaduto a Ceuta il 30 e 31 luglio. Reagire, come ha fatto Madrid, convocando solo l’ambasciatore italiano e ringraziando le autorità marocchine per l’aiuto dato nella risoluzione della crisi non è stata una strategia vincente. Come non è stato saggio andare subito dopo in ferie e lasciare che le strategie di comunicazione procedessero con il pilota automatico, come nel video in cui Sánchez consiglia la sua playlist estiva mentre nelle strade di Ceuta regna ancora il caos. La Camera di commercio locale parla di danni per 27 milioni di euro.
Domenica scorsa oltre 10 mila abitanti dell’exclave sono scesi in piazza per ribadire la sovranità spagnola al grido di “Ceuta non si arrende”. Sebbene non siano mancati i momenti di tensione, la manifestazione non è stata una sortita del sovranismo estremista, ma un appuntamento convocato dalle quattro comunità religiose presenti nella città: cristiana, musulmana, ebraica e indù, il cui momento clou è stato la lettura del “Manifesto per l’unità di Ceuta” dalla voce di Ramesh Chandiramani, presidente della comunità indù locale. La prima frase diceva “Ceuta è Spagna”, il resto rivendicava il pluralismo secolare della città. L’unico assente era il rappresentante del governo, figura istituzionale in tutte le comunità autonome (e Ceuta è un municipio, ma anche una comunità autonoma al pari delle altre regioni). I manifestanti ne hanno chiesto le dimissioni, sue e del governo che rappresenta.