Taiwan prepara il giorno peggiore

Il presidente Lai Ching-te partecipa alla simulazione del trasferimento nel bunker di comando di Taipei durante le esercitazioni Han Kuang 42. L’isola si addestra allo scenario peggiore, non solo per difendere il territorio, ma impedire che la Cina possa decapitare la catena di comando

8 AGO 26
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Sembra l’inizio di un film: il presidente sale su un mezzo blindato, e dopo pochi minuti cammina scortato da decine di persone, elmetto in testa e giubbotto antiproiettili, in un corridoio spoglio e angusto. Infine arriva in una sala di controllo, piena di schermi, microfoni, telefoni e persone vestite in mimetica. E’ successo davvero, l’altro ieri, quando il presidente taiwanese Lai Ching-te ha partecipato per la prima volta personalmente all’esercitazione militare Han Kuang, la principale simulazione annuale di difesa di Taiwan che immagina uno scenario di attacco da parte della Repubblica popolare cinese contro l’isola. Quella che è iniziata ufficialmente mercoledì scorso è la quarantaduesima edizione, ma negli ultimi anni l’addestramento è cambiato radicalmente: gli analisti e gli strateghi taiwanesi hanno capito che non serve a nulla addestrare soltanto le Forze armate, c’è bisogno di preparare l’intera popolazione, compreso il presidente, incorporando scenari ispirati anche alla guerra in Ucraina e inscenando una prova generale di continuità dello stato in caso di guerra, anche psicologica. La maggioranza della popolazione taiwanese, che fino a qualche anno fa guardava con lontananza e perfino con disinteresse a un possibile conflitto, sa che l’eventualità è sempre più reale. 
Secondo un sondaggio di qualche mese fa condotto da Academia Sinica, quasi il 60 per cento dei taiwanesi ha detto che “resisterebbe” a un’invasione cinese anche senza il sostegno militare degli Stati Uniti, sempre più a rischio visto l’avvicinamento fra il presidente americano Donald Trump e la leadership cinese di Xi Jinping. Eppure la frattura all’interno della popolazione continua a essere profonda: per i taiwanesi vicini ai partiti politici come il Kuomintang, basterebbe rinunciare ad alcune rivendicazioni, uscire dalla trappola della deterrenza e costruire un rapporto più dialogante con Pechino per evitare l’invasione militare. Dall’altra parte, la logica del Partito progressista democratico – alla presidenza dal 2016 – è opposta: l’aumento delle spese militari e la preparazione è essenziale per mandare un messaggio alla Cina, che tanto prenderebbe Taiwan (e la sua libertà e la sua democrazia) in ogni caso. L’evoluzione delle esercitazioni Han Kuang rappresenta questa seconda visione.
E si svolge per fasi: il primo giorno si procede con il dispiegamento delle forze, il richiamo dei riservisti. Il giorno dopo si prova la protezione della leadership: il presidente, che è anche il comandante supremo delle Forze armate, viene evacuato con il convoglio Wan Jun (significa letteralmente “diecimila jun”, l’antica unità di peso cinese, per dare l’idea di una forza schiacciante) e viene trasferito al Centro di comando Hengshan, una struttura sotterranea fortificata che si trova a Taipei, nel quartier generale del ministero della Difesa nazionale taiwanese. Nei giorni successivi si procede con le Urban Resilience (Air Defense) Exercise, che non sono solo un’esercitazione in caso di attacco missilistico ma di “resilienza urbana”. Quando scattano gli allarmi antiaerei, i cittadini sono tenuti a seguire le indicazioni delle autorità: fermarsi, lasciare le strade e raggiungere i rifugi. La città si ferma, si testano le comunicazioni in caso di blackout di internet, poi si passa alla gestione di eventuali danni. Chi non rispetta le disposizioni rischia una multa fino all’equivalente di 4 mila euro, perché non è facoltativo: la popolazione è parte dell’infrastruttura di difesa.