Taiwan chiama Ucraina. Le lezioni da imparare (anche sul dialogo)

Due scenari che si sovrappongono, finiti nella trappola dei ricatti cinesi. Intervista a François Wu, viceministro degli Esteri di Taipei

3 GIU 26
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Nel nuovo mondo della diplomazia trumpiana, ognuno ha il timore di finire come merce di scambio della Casa Bianca, impegnata in diversi fronti negoziali contemporaneamente, e senza grandi risultati. E in questo caos ci sono due scenari che si sovrappongono sempre di più: quello ucraino e quello taiwanese. Kyiv sta insegnando molto a Taipei. “La prima lezione che abbiamo imparato dall’Ucraina è che non si dovrebbe essere ingenui riguardo alla Russia, e noi non siamo più ingenui riguardo alla Cina. La seconda cosa, naturalmente, sono i droni”, dice in una conversazione con il Foglio François Chih-chung Wu, viceministro degli Esteri di Taiwan, che ha studiato a lungo a Parigi e oggi è uno dei volti più conosciuti delle istituzioni taiwanesi in Europa e non solo. E’ pomeriggio a Taipei, François Wu indossa la cravatta verde del campo progressista democratico, come quella che usava suo padre Wu Rong-i, ex vicepremier e poi consigliere di Tsai Ing-wen, la presidente che tra il 2016 e il 2024 ha cambiato Taiwan facendole scoprire un’identità inassimilabile, nonostante le minacce cinesi.
I droni, appunto. Il governo di Taipei vuole che l’isola sia pronta alla guerra del futuro, a basso costo per chi attacca e altissimo per chi si difende. Nelle ultime settimane sono usciti diversi reportage internazionali sulla cooperazione in questo campo fra Ucraina e Taiwan: il New York Times ha raccontato di un pilota ucraino di droni, in vacanza a Taiwan con la fidanzata, che è stato invitato a parlare alla commissione Esteri e Difesa del Parlamento taiwanese; di cittadini taiwanesi che studiano e in alcuni casi vanno a combattere da volontari in Ucraina per prepararsi; di “una rete informale e in espansione composta da cittadini comuni e aziende della Difesa che stanno costruendo partnership” fra i due paesi, ha scritto il quotidiano. “Stiamo anche noi cercando di sviluppare la nostra industria di droni, e stiamo certamente imparando dall’Ucraina”, dice Wu. Le esportazioni di droni taiwanesi verso l’Europa sono cresciute di 40 volte nel 2025, con Polonia e Repubblica ceca come principali mercati che servono da intermediari per velivoli poi trasferiti in Ucraina. Il problema è la catena di approvvigionamento: a gennaio il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha detto che la Russia non sarebbe in grado di produrre missili senza “componenti fondamentali provenienti anche da Taiwan”, accusando implicitamente Taipei di non fare abbastanza sulla sicurezza dell’export. Wu spiega al Foglio che l’aver trovato componenti taiwanesi nei droni russi “è molto triste”, perché Taiwan segue “le direttive dell’Ue e degli Stati Uniti nel non esportare materiale sensibile verso la Russia”. Il problema però, dice il viceministro, “è che il presidente Zelensky ha accusato Taiwan di esportare questi componenti verso la Russia, ma lo stesso presidente Zelensky non vuole parlarci”. E’ la questione di fondo da sempre quando si tratta di Taiwan: “Si vuole che Taiwan faccia qualcosa, ma non si vuole parlare con Taiwan. Il governo dell’Ucraina fino a oggi ha rifiutato qualsiasi contatto con noi. Noi abbiamo bisogno che il governo ci parli, ci indichi quali aziende stanno esportando”, o che fornisca i dettagli della componentistica taiwanese trovata nei droni russi, “e allora puniremo le imprese che esportano questi componenti verso la Russia”. 
Wu dice che il governo taiwanese ha “bisogno di prove. E le prove devono essere formali”. Quindi “un contatto formale tra Ucraina e Taiwan è obbligatorio per poter lavorare insieme”. Ma secondo il viceministro, “loro non vogliono lavorare con noi per timore che la Cina possa esercitare pressioni”. Del resto il rapporto fra il governo di Kyiv e la Repubblica popolare è un tema complicato. “Prima della guerra, il governo ucraino aveva un ottimo rapporto con la Cina”, dice Wu, che sostiene che Kyiv continui a essere “molto ingenua riguardo alle intenzioni cinesi. Credo che la Cina abbia dimostrato in modo chiaro la propria intenzione di stare con la Russia”. Il viceministro insiste: “Per il momento tutte le relazioni e gli scambi fra Taiwan e Ucraina avvengono con la società civile. Anche Taiwan sta spendendo denaro per cercare di sostenere l’Ucraina e l’Europa”. D’altra parte, secondo Wu, “la società civile ucraina ama Taiwan, ma non il governo centrale. Il popolo ucraino conosce Taiwan, cerca di lavorare con Taiwan, ma il governo ucraino rifiuta e vieta questi contatti. E’ una situazione davvero non facile per noi”.
Un paese invaso e un altro paese a rischio invasione che non si parlano, martoriati e minacciati da due alleati di ferro. Ogni crepa è un’opportunità per gli altri. Ieri Cheng Li-wun, la leader del principale partito d’opposizione di Taiwan, il Kuomintang, è atterrata negli Stati Uniti per una visita di due settimane. Il tour americano (Cheng sarà a San Francisco e Los Angeles, poi a Boston, New York e perfino a Washington) inizia due mesi dopo la sua visita nella Repubblica popolare cinese, dove ha avuto uno storico incontro con Xi Jinping. Cheng ha detto che le piacerebbe molto incontrare anche Trump. Non succede dal 1979, da quando Washington ha chiuso le relazioni diplomatiche formali con Taipei e ha aperto quelle con Pechino, che un presidente americano in carica incontri direttamente un leader politico e istituzionale taiwanese, ma non è escluso che Trump decida di farlo. Taiwan, che la Cina rivendica come proprio territorio anche se il Partito comunista cinese non l’ha mai governata, è stata al centro delle discussioni fra Trump e Xi durante la visita del presidente americano a Pechino: non è chiaro nel dettaglio cosa i due leader si siano detti, ma quel che è certo è che Taiwan, suo malgrado, è finita al centro del negoziato. La narrazione che sta costruendo Pechino, con l’appoggio (indiretto? inconsapevole?) della Casa Bianca, è che il presidente taiwanese Lai Ching-te, leader del Partito progressista democratico, sia un “pericoloso separatista” perché ha legato la democrazia taiwanese all’identità del popolo, la difesa e la deterrenza alla sicurezza dell’isola, l’esistenza politica di Taiwan alle relazioni informali con i partner democratici. In questa narrazione, Cheng Li-wun invece è una “rappresentante della pace”, perché vuole parlare con tutti, non vuole fare la guerra, non provoca. Cheng è spesso paragonata a Viktor Yanukovich, l’ex presidente ucraino deposto nel 2014 con le proteste di Euromaidan. Nel frattempo, Trump ha rinviato la firma di un accordo sulla vendita di armamenti da 14 miliardi di dollari verso l’isola, già approvato dal Congresso, definendolo “un’ottima carta da giocare” nei suoi rapporti con Xi. E secondo diverse fonti del South China Morning Post, Trump avrebbe esortato il leader cinese a fare qualcosa per riportare Putin al tavolo delle trattative con Zelensky.
Gli scenari si sovrappongono, si intersecano, ma il viceministro Wu è ottimista. Le relazioni bilaterali fra Taiwan e i paesi europei “stanno diventando sempre più intense. Ed è molto facile capire il perché: il peso economico di Taiwan si fa sempre più forte. E a Taiwan la democrazia funziona. L’anno scorso la nostra crescita economica ha raggiunto quasi l’8 per cento. E quest’anno la prevediamo superiore al 9. Nel primo semestre è stata superiore quasi al 14 per cento, la più alta degli ultimi cinquant’anni”. Dieci anni fa gli investimenti in Cina rappresentavano l’84 per cento di quelli fuori dai confini taiwanesi, oggi sono al 3 per cento: “Stiamo indirizzando tutti i nostri investimenti verso il Giappone, gli Stati Uniti, l’Asia, e anche l’Europa. Il nostro investimento a Dresda è il più grande investimento estero nella storia della Germania. Ieri il presidente francese Macron ha annunciato che la Foxconn ha deciso di investire anche in Francia. In Italia abbiamo appena inaugurato una nuova fabbrica di semiconduttori”. Taipei ha capito che le sue eccellenze nel campo della tecnologia saranno indispensabili per i paesi partner, e che non converrà a nessuno un’isola non più de facto indipendente da Pechino. Sotto il livello della formalità le relazioni con Taiwan si intensificano, soprattutto in Europa. Manca solo l’Ucraina.