L’accademia ha ignorato gli allarmi, oggi si schianta contro Trump e Jason Arday

Le “imposture intellettuali” denunciate da Alan Sokal e il piccolo Mozart della diversity che si dimette. Uno che non ha barato contro le regole, casomai ha capito il gioco

8 AGO 26
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Foto ANSA

Forse siamo troppo presi dal ricordo di Guccini per occuparcene ma è invece un fatto di cronaca che merita la voce “gigantesche metafore del nostro tempo”. I fatti, in due righe, anche se li sapete già. Jason Arday – “il più giovane professore nero nella storia di Cambridge”, prodigio delle scienze sociali, piccolo Mozart della diversity – si è dimesso l’altro ieri: plagio, titoli gonfiati, biografia inventata. Lui nega, grida al razzismo. Intanto affida all’AI persino la lettera di dimissioni, il che me lo rende subito simpatico. Ma il plagio mi annoia. Il plagio si scopre con un software. Non è quello il punto. Il punto, semmai, è l’architettura del personaggio. Qui la faccenda diventa interessante. Arrivato sull’onda di Black Lives Matter, Arday aveva una storia potente – l’autismo, il bambino muto fino a undici anni, la disabilità rovesciata in riscatto. Attorno, il resto, cucito come in un Frank Capra versione woke: trenta maratone in trentacinque giorni, una con la gamba rotta, milioni in beneficenza. Nero, volto fanciullesco, lineamenti fluidi e androgini. Arday era la prova vivente che le teorie sull’inclusione sono giuste, funzionano e sforneranno tanti piccoli Arday. La Cambridge di Arday come un prestigioso “talent Dei” a caccia di storie di oppressione e redenzione, lacrime e applausi, dove il “mi è successo” smette di essere un aneddoto e diventa metodo (sui social gira un video con una docente che lo abbraccia e dice “sei il miglior professore del mondo”: sembra un’esterna di Maria De Filippi). Arday insegnava sociologia dell’educazione – e qui il nocciolo. Nelle scienze dure un criterio, per quanto malconcio, resiste: o almeno ci piace crederlo. Nelle scienze sociali occupate dalla critical theory, no. Lì tutto e il contrario di tutto va bene, purché con le parole giuste: inclusivity, gender, lived experience, intersezionalità, decolonizzazione – ormai lessico anche da influencer e tiktoker in cerca di sponsor. Teorie fatte apposta per non poter essere falsificate né discusse. Non ipotesi ma dogmi. Ci credi o non ci credi. E ogni obiezione è la prova-provata del privilegio di chi obietta. Il gioco è fatto. Arday l’ha portato al limite: a un giornalista che gli chiedeva conto del curriculum ha risposto denunciandolo alla polizia. Se la realtà è un costrutto sociale, ogni costrutto può diventare reale – e ogni domanda una violenza.
Trent’anni fa il fisico Alan Sokal spedì alla prestigiosa “Social Text” un saggio di puro nonsense: la gravità quantistica come “costrutto sociale e linguistico”, infarcito di paroloni alla moda, matematica finta, citazioni adulatorie ai filosofi francesi. Uno scherzo. Lo pubblicarono con gli onori. Ne uscì un libro bellissimo, Imposture intellettuali, oggi introvabile, liquidato come “attacco neoliberista” alle humanities – quando Sokal, di sinistra, voleva semmai l’opposto: dimostrare il rischio del cazzeggio senza sorveglianza, salvare il rigore, la possibilità di distinguere un ragionamento da una supercazzola, perché se salta quello, salta tutto. E così fu. Che liberazione, allora, scovare quel libro quasi di nascosto ai tempi del dottorato. Mi sentivo meno solo. Io ignorante, aspirante semicolto, non capivo come la patria di Diderot e Voltaire ci avesse dato poi in sorte il potere imprendibile di Foucault, il logofallocentrismo di Derrida, la schizoanalisi di Deleuze e Guattari, la surdétermination di Althusser e altre leccornie post-strutturaliste. Maestri per cui il totalitarismo era sempre e solo occidentale, e la realtà non esisteva mai – nemmeno quando ti arriva in faccia come una sportellata. Delle obiezioni alla Sokal l’università se ne fregò, e tirò avanti come se niente fosse. Fino a schiantarsi contro Trump e oggi contro Arday. Uno che non ha barato contro le regole, casomai ha capito il gioco. Sa che l’accademico scrive sapendo di non essere letto. Non ha un pubblico: pubblica per essere valutato da due o tre colleghi, contato, classificato, non discusso o capito. Le citazioni rimbalzano in un circuito chiuso, tra articoli che non apre nessuno. Il posto perfetto per bluffare. Ora il cerchio si chiude: scrivi il paper con l’AI, lo valuta un professore che lo dà in pasto all’AI. La macchina scrive, la macchina legge, la macchina valuta. Poi, se serve, davanti ci metti il “vissuto, un trauma, una vicenda di oppressione”, e via. Ora Arday se ne va da Cambridge. Ma la catena di montaggio resta accesa e il plagio è davvero l’ultimo dei nostri problemi.