La storia perfetta di Jason Arday, che però era falsa

Il più giovane professore nero della storia di Cambridge incarnava il racconto perfetto dell'università della diversity. Solo quando la sua biografia ha iniziato a sgretolarsi, l'ateneo ha scoperto il valore delle verifiche che fino ad allora aveva liquidato come una campagna diffamatoria

7 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 07:05
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Foto Ansa

Il problema di Jason Arday non è Jason Arday. Di mitomani, curriculum gonfiati e autobiografie scritte con il compressore è pieno il mondo. Il problema è Cambridge, un'università che dovrebbe distinguere uno studioso da un personaggio e che invece ha fatto il contrario: ha costruito il personaggio, poi lo ha esposto come un trofeo, quindi lo ha difeso dalle domande e infine ha scoperto il valore dell'indagine.
Arday era perfetto. A 37 anni era il più giovane professore nero della storia di Cambridge. Raccontava di essere stato un bambino autistico, muto fino a undici anni, incapace di leggere e scrivere fino a diciotto, e di essersi poi trasformato in professore, scrittore, atleta e filantropo. Non una biografia: un pitch per Netflix. Nell'università della diversity, equity and inclusion non era soltanto un docente, ma la prova vivente della bontà del sistema. Prima di chiedersi che cosa avesse scritto o dimostrato, bastava ammirare ciò che rappresentava.
Poi qualcuno ha commesso l'imprudenza di verificare. La tesi conteneva ampie sovrapposizioni con il lavoro di un'altra ricercatrice; università indicate nel curriculum hanno negato gli incarichi dichiarati; un libro presentato come pubblicato da Palgrave Macmillan, secondo l'editore, era rimasto allo stadio di proposta. Anche la leggenda sportiva e benefica ha cominciato a perdere pezzi. Arday diceva di avere corso seicento miglia da Edimburgo a Londra in sei giorni, trenta maratone in trentacinque giorni e le ultime nove con una gamba fratturata dopo una crisi epilettica. Sosteneva di avere raccolto oltre cinque milioni di sterline; una pagina JustGiving relativa a una delle imprese ne mostrava 380. Mancavano soltanto quattro milioni, novecentonovantanovemila e seicentoventi sterline: una discrepanza da nota a piè di pagina. Diceva inoltre di avere installato punti d'acqua in Africa occidentale e Sudamerica, ma WaterAid ha spiegato di non mandare volontari all'estero. Raccontava di avere giocato a calcio semiprofessionistico senza indicare il club e di avere partecipato al documentario della Bbc “Seven Up”, iniziato più di vent'anni prima della sua nascita. La Bbc ha precisato che non c'entrava nulla. Mancavano lo sbarco sulla Luna e una stagione al basso con i Beatles. C'erano poi le minacce: uomini mascherati, un coltello, una testa di maiale recapitata alla famiglia. La polizia ha negato che l'indagine da lui descritta fosse mai avvenuta; anche il macellaio indicato non ricordava la vendita.
Di fronte a questo accumulo, Cambridge non ha verificato i fatti: ha verificato l'identità di chi poneva le domande. Ha parlato di una “vile campagna” per screditare Arday. Il giornalista diventava un aggressore; la domanda, sciacallaggio; il curriculum, razzismo; la verifica, violenza psicologica contro una persona autistica. Perfino Scotland Yard ha intimato a un cronista di smettere di contattarlo. Nel nuovo ordinamento epistemologico, tre email potevano costituire persecuzione, mentre un libro inesistente restava una sfumatura editoriale.
Poi il castello è crollato. Arday si è dimesso e Cambridge ha aperto un'indagine sulle stesse questioni che, fino a poco prima, considerava moralmente sospetto sollevare. Il problema non è soltanto che un uomo possa avere raccontato molte cose false. Il problema è che l'università aveva bisogno che fossero vere. Arday era il poster della sua virtù, il santino utile a dimostrare che il sistema funzionava. Alla fine non è chiaro chi abbia sfruttato chi: se Arday abbia usato l'ideologia dell'università per costruire la propria leggenda o se Cambridge abbia usato lui per costruire la propria. Probabilmente entrambe le cose. Ma un'università dovrebbe sapere che, quando le categorie contano più delle prove, prima o poi anche le prove chiedono di essere incluse.
(articolo realizzato dal Foglio AI, con un prompt di Luciano Capone, disperso in qualche lido vacanziero)