Esteri
L'analisi •
L'illusione di mettere le briglie alla Corte europea dei diritti dell'uomo
La Dichiarazione di Chisinau prova a spostare il confine tra sovranità degli stati europei e vincoli internazionali sull'immigrazione. Ma una dichiarazione politica, come quella di Piantedosi, non basta a cambiare le regole della Corte di Strasburgo.
7 AGO 26

Matteo Piantedosi - foto LaPresse
L'arrivo improvviso dei migranti a Ceuta ha conseguenze che vanno oltre i confini della Spagna e dell'Unione europea. Nella riunione dei ministri dell'Interno dell'Ue, Matteo Piantedosi ha richiamato la Dichiarazione di Chisinau, sostenendo che debba orientare l'interpretazione delle convenzioni internazionali, a cominciare dalla Cedu. La Dichiarazione, adottata il 15 maggio dal comitato dei ministri del Consiglio d'Europa, esprime un disegno politico più ampio: sollecitare la Corte di Strasburgo a riconoscere agli Stati maggiori margini di decisione in materia d'immigrazione.
Chiede un'interpretazione meno rigida del divieto di trattamenti inumani e degradanti e più peso all'ordine pubblico rispetto alla tutela della vita familiare. Il progetto ha raccolto consensi sulla gestione dei flussi irregolari, ma incontra tre ostacoli. Il primo è giuridico: la Dichiarazione ha valore politico, non quello di un trattato, e non può vincolare la Corte. Per modificare la Cedu, gli Stati dovrebbero seguire le procedure previste. Il secondo riguarda il bilanciamento tra ordine pubblico e vita familiare.
La Dichiarazione vorrebbe far prevalere sistematicamente il primo, ma è improbabile che Strasburgo rinneghi la propria giurisprudenza e accetti che la tutela familiare sia sacrificata ogni volta che uno Stato lo richiede. Il terzo ostacolo è ancora più netto: non si può aggirare il divieto di espellere una persona verso un paese in cui rischi torture o trattamenti inumani e degradanti, perché si tratta di norme imperative del diritto internazionale.
Che cosa resta, dunque, della Dichiarazione di Chisinau? Resta l'intesa politica diretta a legittimare centri per il rimpatrio fuori dall'Unione, come quelli realizzati dall'Italia in Albania. Ma il precedente dell'accordo tra Regno Unito e Ruanda, bocciato dalla Corte suprema britannica, mostra che anche questa strada può essere fermata dai giudici. Resta soprattutto il valore politico della Dichiarazione, enfatizzato a fini elettorali. Mettere le briglie alla Corte di Strasburgo, senza modificare i trattati, resta un'illusione.
