Il caos dei dazi: riscossi, bocciati, e restituiti con interessi. E il ciclo continua

Trump tira dritto e cerca ogni via legale per rendere permanente il livello dei dazi che la sentenza della Corte suprema ha abbattuto. Ma la politica del presidente la pagano i contribuenti

7 AGO 26
Tradotto con IA
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Dei circa 166 miliardi di dollari di dazi riscossi con i poteri d’emergenza Ieepa e poi bocciati dalla Corte suprema, l’Amministrazione Trump ne ha già restituiti agli importatori circa 100. E’ stata una relazione depositata martedì dalla Us Customs and border protection (Cbp, l’agenzia delle dogane americana) a indicare il totale dei rimborsi accettati: 128,7 miliardi di dollari, interessi inclusi.
Per registrare, gestire e implementare una mole simile di restituzioni la Cbp ha dovuto costruire un sistema apposito, chiamato Cape, attivo dal 20 aprile scorso. La macchina di restituzione dei dazi, insomma, si è mossa subito, più rapidamente di quanto previsto dal segretario al Tesoro Scott Bessent, secondo il quale sarebbero potuti servire anni di ricorsi. Secondo il regolamento descritto dalla Cbp, le imprese che hanno versato i dazi o i loro spedizionieri hanno potuto caricare su Cape l’elenco dei numeri delle proprie operazioni d’importazione, fino a 9.999 bollette doganali alla volta. Da qui il sistema cancella da ciascuna operazione la voce doganale annullata dalla Corte, ricalcola il dazio dovuto, e liquida i rimborsi entro 60-90 giorni. Al 31 luglio, secondo la relazione dell’agenzia, erano arrivate 252.496 dichiarazioni, per oltre 25 milioni di operazion.
Il rimborso spetta all’importer of record, cioè a chi ha versato il dazio alla frontiera, a prescindere da chi ne abbia sopportato il costo, quindi anche i consumatori. Secondo un paper Nber pubblicato questo lunedì da Mary Amiti e Sebastian Heise (Fed di New York), e David Weinstein (Columbia), circa il 26 per cento dei dazi del 2025 si è trasferito sui prezzi al consumo, per oltre un terzo attraverso canali indiretti di trasmissione che impiegano fino a un anno a scaricarsi sui listini dei beni (concorrenza rincarata, prezzi ritoccati per preservare i margini, componenti più care, senza contare il rinnovo dei listini che spesso avviene a inizio anno).
Ma già il 29 maggio il giudice della Us Court of International Trade, Richard Eaton, notava che i soldi stavano tornando soprattutto ai colossi. I rimborsi di Apple sono stimati a 2,2 miliardi dollari (l’effetto è già stato contabilizzato nel trimestre chiuso a giugno, con 11 centesimi di utile per azione attribuiti alla restituzione); Ford 1,3 miliardi; General Motors mezzo miliardo, Nike circa un miliardo. Ma c’è un nodo, quello delle imprese più piccole. In primo luogo, chi non ha le risorse legali rischia di non rivedere niente. In secondo luogo, parte dei rimborsi relativi alle pratiche ormai definitive è ancora contesa in tribunale. Di norma un’impresa ha 180 giorni per contestare un dazio versato, dopodiché la pratica diventa per legge “finale e conclusiva” e non si riapre nemmeno se il dazio era illegittimo. E su queste pratiche “sigillate”, che valgono circa 11,4 miliardi di dollari, il governo ha sostenuto che la dogana non possa restituirli automaticamente agli importatori che non hanno fatto causa senza un ordine specifico del tribunale.
Il ritardo nel frattempo fa aumentare il costo totale delle restituzioni a causa degli interessi – e di nuovo, a carico del bilancio federale, ergo dei contribuenti e consumatori che hanno pagato una parte di quei dazi. La legge doganale americana tratta i dazi versati in eccesso come un debito, e su quelle somme il Tesoro deve corrispondere un interesse (le stime prudenti indicano circa il 4,5 per cento) che matura dal versamento fino alla restituzione. Quando l’intera somma era ancora da restituire, il Cato Institute stimava circa 700 milioni in più per ogni mese di attesa ulteriore.
Ma il presidente Trump tira dritto, cerca ogni via legale per rendere permanente il livello dei dazi che la sentenza della Corte suprema ha abbattuto, trascinando il rischio del circolo riscossione, bocciatura, restituzione con interessi. A febbraio, definiti “sleali” i giudici, Trump ha imposto un dazio globale per 150 giorni del 10 per cento con la Section 122, norma del 1974 mai usata prima e bocciata a sua volta a maggio. Alla sua scadenza, a fine luglio, ha fatto subentrare un dazio globale del 10-12,5 per cento, motivato con un’indagine lampo sul lavoro forzato e già impugnato da un gruppo di stati. La politica dei dazi americana, conta la Tax Foundation, è cambiata più di 50 volte in un anno e mezzo. E come ha scritto su Bloomberg Scott Lincicome, vicepresidente del Cato Institute: “Il presidente si gode il caos perché non è lui a pagarlo. Lo pagano tutti gli altri, e il conto cresce di giorno in giorno”.