Esteri
lo scenario allargato •
Washington non ha più controllo sulla guerra con l'Iran
Cinque mesi dopo l’inizio del conflitto, l’amministrazione Trump sembra ignorarne le dinamiche attuali e i potenziali sviluppi, mentre l'Arabia Saudita ha deciso di agire militarmente rivendicando gli attacchi
31 LUG 26

Foto ANSA
Il 29 luglio 2026 non è una data come le altre nel calendario di questa guerra. In un arco di ventiquattro ore si sono materializzati insieme fenomeni fino ad allora rimasti separati: l’Iran ha colpito basi americane in Giordania, Washington ha risposto bombardando l’Irgc, Riyadh è entrata apertamente in guerra, Damietta ha mostrato che nemmeno il Mediterraneo è ormai fuori dal conflitto e, mentre tutto questo accadeva, Zelensky discuteva con Trump una cooperazione industriale sui Patriot, due giorni dopo che i droni ucraini avevano colpito per la prima volta nel Mar Caspio, sulla rotta di rifornimento militare tra Russia e Iran. La guerra con l’Iran ha già superato i confini entro cui si era sviluppata fino a ieri.
La strategia iraniana ha una logica interna coerente, anche se scomoda da riconoscere. Teheran non risponde colpo su colpo: moltiplica i fronti. Si tratta di una tattica che si sta rapidamente consolidando nella teoria della guerra asimmetrica consistente nel costringere l’avversario più forte a difendere un perimetro sempre più ampio diluendo la sua capacità offensiva. Più che una manifestazione di disperazione, gli attacchi iraniani sono delle scelte precise. Due testimoni iraniani anonimi hanno detto al New York Times che l’attacco a Damietta era progettato per dimostrare che i rifornimenti energetici globali possono essere interrotti ancora più profondamente se Teheran decide di alzare il livello. La nave colpita era una cisterna americana ormeggiata in un porto egiziano a due passi dal Canale di Suez e il fatto che l’obiettivo non fosse Il Cairo ma Washington ci fa capire che, per Teheran, ogni porto raggiungibile è un obiettivo potenziale.
La difficoltà americana non è strettamente di natura militare. Lo strumento offensivo continua a funzionare: i missili iraniani sulla Giordania sono stati abbattuti, i raid del CENTCOM hanno colpito decine di obiettivi dell’Irgc. Quello che manca non è la capacità di colpire, ma un obiettivo verso cui orientarla. Jason Campbell del Middle East Institute ha osservato che da mesi nessun funzionario dell’amministrazione Trump cita più il programma nucleare, i missili, le forze per procura come obiettivi della guerra. L’unico obiettivo residuo è la riapertura di Hormuz, e anche lì l’ammiraglio Brad Cooper, comandante del Centcom, ha comunicato privatamente che i bombardamenti nello stretto hanno raggiunto il limite della loro efficacia. Il generale Dan Caine, capo degli Stati Maggiori Riuniti, ha avvertito che riprendere operazioni su larga scala svuoterebbe le scorte di intercettori. Per ovviare a questo problema, Cooper ha elaborato un piano per una campagna intensiva di dieci-quattordici giorni mirata a distruggere abbastanza missili da ridurre il fabbisogno difensivo. Quella logica ha già mostrato i suoi limiti nella fase iniziale della guerra, quando gli Stati Uniti hanno bombardato i complessi sotterranei iraniani salvo poi vedere Teheran ripristinare i lanciatori e ricominciare.
Sullo sfondo di questo stallo, l’Arabia Saudita ha attraversato una soglia che per sei mesi aveva cercato di evitare. I raid congiunti Stati Uniti-Arabia Saudita contro le Pmf (Forze di Mobilitazione Popolare, milizie filo-iraniane formalmente integrate nelle forze di sicurezza irachene) hanno ucciso almeno venti combattenti e sei consiglieri iraniani. Riyadh aveva condotto attacchi segreti in precedenza, ma li aveva sempre negati. Stavolta il ministero della Difesa saudita ha emesso un comunicato ufficiale, rivendicando il diritto di rispondere all’aggressione, e ha precisato di non cercare l’escalation. Rivendicare l’attacco e negare di cercare l’escalation significa riconoscere che il costo dell’ambiguità è diventato superiore al costo dell’esposizione. Abdulaziz Alghashian del Gulf International Forum ha spiegato che Riyadh ha percepito che la sua riluttanza veniva letta come accettazione degli attacchi. Il principe ereditario Mohammed bin Salman aveva costruito negli ultimi anni un lento riavvicinamento con Teheran, nella convinzione che la via pragmatica fosse la più sicura. La guerra ha spazzato via quella strategia, e con essa l’equidistanza che Riyadh aveva cercato di mantenere.
In questo quadro, l’attore la cui trasformazione è più rapida non è né Washington né Riad. E’ Kyiv. In quattro anni l’Ucraina ha percorso una traiettoria che non ha precedenti: da paese a vocazione agricola sotto invasione si è trasformata in una nazione che colpisce nel Caspio, trasferisce tecnologia anti-drone al Golfo e si presenta a Washington per negoziare da una posizione di notevole capacità potenziale invece di elemosinare aiuti. La licenza per la co-produzione di intercettori Patriot e il voto bipartisan al Senato per nuove sanzioni contro Mosca indicano una relazione ridefinita su basi diverse da quelle del disastroso incontro dello scorso febbraio, quando Zelensky fu umiliato pubblicamente dal presidente Trump. Il tutto in una regione dove il presidio americano si sta rivelando insufficiente in termini di copertura militare e intelligence.
In questo contesto va letta, con la cautela che merita una fonte non confermata, la segnalazione di Reuters secondo cui Pechino avrebbe avviato la fornitura all’Iran di sistemi missilistici portatili terra-aria, con rotta attraverso il Pakistan. Cina e Pakistan smentiscono, ma la tempistica è eloquente indipendentemente dal valore militare delle armi in questione, che è tattico e limitato. Pechino osserva da mesi un avversario strategico consumare intercettori, opzioni politiche e credibilità internazionale in un conflitto dal quale non sa come uscire. Se Pechino ha scelto questo momento per muovere, il destinatario reale del gesto non è Teheran ma Washington, con tutto quello che questo implica per Taipei.
Il paradosso più amaro di questa guerra è che le difficoltà attuali di Washington sembrerebbero almeno in parte il risultato del suo successo iniziale. L’ayatollah Ali Khamenei è stato eliminato nel raid di apertura, condotto da Israele sulla base di intelligence americana. Al suo posto è stato nominato il figlio Mojtaba, descritto dall’intelligence americana come più radicale e più aperto a perseguire l’arma nucleare di quanto il padre non lo fosse dopo decenni di rifiuto formale. Negli ultimi decenni il sistema costruito attorno ad Ali Khamenei aveva mostrato una notevole capacità di calibrare l’escalation: colpire abbastanza da salvare la faccia, non abbastanza da far esplodere la situazione. Quella capacità di auto-moderazione non è trasmissibile per via ereditaria. I nuovi dirigenti iraniani, ha osservato Nasr, vogliono infliggere quanti più danni possibile per scoraggiare una guerra futura contro il loro paese.
Allison Minor e Nate Swanson dell’Atlantic Council hanno identificato la trappola concettuale in cui si trova Washington: “La fallacia del costo affondato”, quel meccanismo inferenziale che spinge a continuare un’azione solo perché hai già speso notevoli risorse, anche se non ti conviene più e sarebbe meglio rinunciare. Il memorandum d’intesa di giugno tra America e Iran è naufragato sull’ambiguità nelle clausole su Hormuz. Entrambe le parti le hanno interpretate secondo la loro convenienza. I due analisti ne ricavano quella che, a loro giudizio, rappresenta l’unica uscita politicamente praticabile, ovvero un meccanismo sotto egida Onu per il monitoraggio del transito nello stretto, con l’Iran come attore riconosciuto e compensato con la reiscrizione della licenza generale per le esportazioni petrolifere. Si tratterebbe di una conclusione difficile da proporre come una vittoria per l’Amministrazione Trump, ma comunque un esito gestibile, visto che il tempo restringe sempre più la finestra delle opzioni accettabili.
Cinque mesi dopo l’inizio del conflitto, diciotto militari americani sono morti e oltre seicento sono rimasti feriti, Hormuz è ancora chiuso, e l’uomo che governava l’Iran con sufficiente pragmatismo da evitare il peggio è stato sostituito da suo figlio. La guerra non si sta allargando in modo incontrollato. Il problema è più grave: gli eventi delle ultime settimane mostrano che nessuno degli attori sembra ormai in grado di governarne davvero la dinamica.