Zelensky va alla Casa Bianca con i consigli di Loomer e due scopi

I funerali di Graham e il copione per Trump. Un'ora a Washington fra armi promesse e sanzioni votate al Senato. Il presidente ucraino prova a unire i fronti di Kyiv e Gerusalemme. Ma fino a che punto si fida di Trump? Fino alla chiamata con Putin. Intanto l'Ucraina resta divisa fra trincea e piazze

28 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 17:40
Immagine di Zelensky va alla Casa Bianca con i consigli di Loomer e due scopi

Volodymyr Zelensky e Donald Trump (Zelenskyy Social Media Account/Anadolu via Getty Images)

Kyiv, dalla nostra inviata. La stazione della metropolitana Lukjanivska sembra uno scorcio di Donbas trapiantato a Kyiv. È una delle stazioni-rifugio più celebri della capitale ucraina ed è anche una delle più martellate dagli attacchi di Mosca. Si esce dalla metro e si vede la devastazione. Sotto la devastazione c’è il mercato con vecchiette arrivate dalla campagna per vendere frutta, fiori, carne; accanto alla devastazione c’è il McDonald’s, dove anche l’influencer americana Laura Loomer si è fatta fotografare e riprendere, ovviamente con i palazzi bruciati alle spalle. Lukjanivska è un posto lontanissimo da Washington, dove è volato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky per parlare con Donald Trump e partecipare ai funerali del senatore repubblicano Lindsey Graham, forte sostenitore dell’Ucraina. Eppure proprio Lukjanivska è un punto di incontro fra Washington e Kyiv ed è stata anche Loomer a dimostrarlo dicendo che non manca mai di andare a trovare la catena iconica dell’americanità quando viaggia per il mondo e di essere stata particolarmente colpita dal fatto che i russi l’abbiano messa sotto attacco. Zelensky sa che quando parla con Trump deve essere semplice e diretto, ha lavorato a lungo, ha affrontato una vera preparazione per imparare a comunicare con il presidente americano e infatti sa che il modo migliore di parlargli di Ucraina è parlargli degli Stati Uniti. Ieri il presidente ucraino ha incontrato il capo della Casa Bianca per oltre un’ora e la sua intenzione era di affrontare due argomenti: la guerra e la diplomazia. Zelensky e Trump avevano lasciato un discorso in sospeso ad Ankara, durante il vertice della Nato ai primi di luglio, quando si erano incontrati e il capo della Casa Bianca aveva promesso di concedere all’Ucraina la licenza per produrre i Patriot, indispensabili per proteggersi dagli attacchi dell’esercito del Cremlino che, conoscendo le carenze della contraerea ucraina, ha aumentato il numero dei missili balistici lanciati contro le città, contro Kyiv in modo particolare: per esempio la stazione Lukjanivska è stata colpita da un missile balistico.
Basta un’immagine, ma l’ultima volta che il presidente ucraino aveva portato al capo della Casa Bianca delle fotografie era andata molto male. Gli errori non si ripetono e nei faccia a faccia con Trump, Zelensky ha sempre tentato di mostrare un volto diverso, cercando quello giusto. E’ andato per tentativi, un po’ come ha fatto l’esercito ucraino nel cercare di capire come bucare le difese aeree nel territorio russo per colpire gli ori di Mosca: raffinerie di petrolio, depositi di carburante, arsenali. Trump non ha mai tentato di fermare le azioni ucraine oltre il confine, anzi le apprezza, quindi Zelensky si è convinto che con il capo della Casa Bianca è meglio parlare di successi che mostrare le ferite e le necessità. La scorsa settimana Zelensky si è fatto intervistare proprio da Laura Loomer, che continua il suo viaggio in Ucraina, e secondo quanto risulta al Foglio, l’influencer ha anche condiviso consigli su come trattare con il presidente americano che lei conosce bene. Zelensky ieri è arrivato con un copione, quello che sfugge del tutto al suo controllo è il rapporto fra Trump e il capo del Cremlino Vladimir Putin.
Loomer non è soltanto il simbolo della conversione, da propagandista putiniana a sostenitrice della causa ucraina, è anche il legame fra due alleati degli Stati Uniti: Gerusalemme e Kyiv. Ieri anche il premier israeliano Benjamin Netanyahu era alla Casa Bianca, anche lui era a Washington per i funerali di Lindsey Graham, che a sua volta sosteneva con uguale determinazione la difesa degli ucraini e il diritto di Israele di esistere. Zelensky, ben prima di conoscere Loomer, aveva già capito quanto fosse essenziale unire i due fronti e ha continuato a dimostrare che l’Ucraina, proprio come gli Stati Uniti, combatte contro la Repubblica islamica dell’Iran, sostenuta dalla Russia di Putin. Trump finora ha sempre sminuito l’aiuto che l’esercito e l’intelligence di Mosca hanno fornito a Teheran, ma ha sempre accolto con freddezza i tentativi di Putin di presentarsi come mediatore con gli iraniani. Il presidente americano sa ma non vuole vedere, e Zelensky tenta proprio di mostrargli che l’uscita dal pantano iraniano può passare per Kyiv, che ormai da quattro anni combatte contro iraniani, nordcoreani e in parte cinesi sempre più coinvolti nel sostegno alla Russia. Ieri i fronti sono stati uniti anche dal disegno di legge votato al Senato americano per sanzionare Mosca e tutti i suoi partner commerciali.
Gli ucraini sono cauti, sanno quanto è necessario il sostegno americano, ma non riescono a credere nella conversione definitiva di Donald Trump alla loro causa. Mentre Zelensky è a Washington le proteste dei cartoni continuano lente e pacifiche in tutte le città del paese, Kyiv è il quartier generale, dove ragazzi con meno di venticinque anni chiedono ancora, con insistenza, il ritorno di Mykhailo Fedorov al ministero della Difesa. In lui hanno visto la rivoluzione del paese, dell’esercito e anche delle loro vite. Il presidente ucraino dovrà risolvere questa frattura dentro la società, se l’è portata fino a Washington, non c’è stato incontro in cui non gli abbiano domandato che cosa accade nelle sue piazze e nel suo esercito. Zelensky piace agli ucraini per la sua immagine esterna, meno per quella interna, finché le necessità esterne prevarranno su quelle interne per gli ucraini continuerà a essere il presidente di guerra. Finora Zelensky ha dimostrato di saper essere il volto dell’Ucraina in uniforme, ma c’è una lezione che si impara quando si parla con gli ucraini, con la società, con i soldati, con i politici: il successo del paese non dipende da un solo uomo, è il risultato di un paese che litiga tantissimo ma in cui la maggior parte ha imparato a respirare all’unisono. Uno, due tre, si respira insieme mentre si attende che Trump sposi come Loomer la causa di Kyiv: armi, Patriot, sanzioni, pressione diplomatica contro Putin. E se non accadrà c’è un piano B: andare avanti.