“Iran e Stati Uniti devono ancora dimostrare chi è il cavallo più forte”. Parla Kuperwasser

Secondo l'ex direttore dell’unità di ricerca dell’intelligence militare israeliana, il fattore più importante è la pazienza. E i regimi "hanno più pazienza delle democrazie perché possono soffrire di più e non devono davvero rendere conto a nessuno”

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Roma. Gli Stati Uniti sono tornati a impiegare bombardieri B-1 per colpire l’Iran nella dodicesima notte consecutiva. Sono partiti dalla base inglese di Fairford, dopo che il nuovo primo ministro britannico Andy Burnham ha approvato l’uso delle basi militari da parte degli Stati Uniti per i raid contro l’Iran, in continuità con la politica di Keir Starmer. Più di cento medici americani sono arrivati al Landstuhl Regional Medical Center in Germania: l’ospedale è il principale centro per il trattamento delle truppe ferite in combattimento in medio oriente. I preparativi indicano che l’Amministrazione Trump sta considerando di intensificare il conflitto dopo che tre soldati americani sono stati uccisi in un attacco iraniano in Giordania.
Mentre colpisce le basi americane dalla Giordania al Kuwait al Kurdistan iracheno, l’Iran sta evitando un attacco diretto contro Israele per il timore della risposta militare. Intanto, mentre lo stato ebraico ieri è tornato ad aprire i rifugi antimissile e l’Iran annunciava il controllo dello Stretto di Hormuz, i suoi houthi nello Yemen cingevano d’assedio anche il Mar Rosso, bombardando due navi saudite. Secondo gli analisti dell’istituto di credito Standard Chartered ora siamo a un “two-chokepoint problem”: due strozzature invece di una.
Il proxy iraniano vuole il controllo di Bab el Mandeb, la “porta del lamento”, ingresso di una rotta che risale fino a Suez, da dove passano il quindici per cento del commercio mondiale e il trenta per cento del traffico container globale. “Il problema è che il memorandum firmato dagli Stati Uniti con l’Iran in Pakistan lascia agli iraniani la possibilità di controllare Hormuz in un accordo che saranno in grado di definire con gli omaniti” dice al Foglio Yossi Kuperwasser, ex direttore dell’unità di ricerca dell’intelligence militare israeliana, oggi a capo del Jerusalem Institute for Strategy and Security. “Quell’accordo riflette la disponibilità da parte degli Stati Uniti a consentire agli iraniani di avere una certa voce in capitolo sulle guerre che prevarranno nel Golfo. Ciò che intendono gli americani è una cosa, ciò che intendono gli iraniani è esattamente il contrario”.
Osama bin Laden disse che “quando la gente vede un cavallo forte e un cavallo debole, per natura preferirà il cavallo forte”. Secondo Kuperwasser, la guerra fra Teheran e Washington oggi è proprio per stabilire chi è il cavallo più forte nella regione. “E non è chiaro. Se fosse chiaro, sarebbe già risolto. Non è chiaro chi sia il cavallo forte in questo contesto, perché gli iraniani non esitano a usare la forza per imporre la propria interpretazione. E così fanno anche gli americani. Entrambe le parti usano la forza per convincere l’altra di essere il cavallo forte. E tutto il mondo deve rendersi conto che siamo noi il cavallo forte, o l’altra parte. Una volta che questo sarà risolto e concordato, allora ci sarà una soluzione. Ma fino a quel momento, l’escalation continuerà. In modo graduale, perché nessuna delle due parti vuole una guerra totale”.
Il fattore più importante ora è la pazienza. “E di solito questi regimi fanatici hanno più pazienza delle democrazie perché possono soffrire di più e non devono davvero rendere conto a nessuno”. Già il dieci per cento delle spedizioni globali di petrolio è stato interrotto dal blocco di Hormuz. Se avesse successo, la mossa degli houthi potrebbe ridurre l’offerta globale di un ulteriore sette per cento. L’Europa ha già cambiato rotta nel 2024, quando la prima campagna houthi aveva spinto i traffici a circumnavigare l’Africa. La missione europea Aspides, nata nel febbraio 2024 in risposta alla prima campagna houthi, ha il quartier generale a Larissa, in Grecia. E proprio la Grecia questa settimana ha dato il via libera finale all’acquisto di sistemi antiaerei, antibalistici e anticarro prodotti in Israele. Lo ha deciso il Consiglio di governo per gli Affari esteri e la Difesa, presieduto dal primo ministro Kyriakos Mitsotakis.
Lo scudo di Achille della Grecia utilizzerà i sistemi di difesa aerea Rafael Spyder, i sistemi antiaerei Barak MX e una versione del sistema di difesa missilistica a medio e lungo raggio fionda di Davide di Israele. Il centro internazionale di addestramento al volo di Kalamata, dove si formano i piloti greci, è stato appaltato a sistemi, simulatori e istruttori israeliani. Cipro, attaccata dai missili di Hezbollah e che può essere raggiunta anche dai razzi houthi, è già protetta dal sistema israeliano Barak MX. La Germania ha già tre batterie antimissile Arrow 3 israeliane sul suo territorio, come la Finlandia ha la fionda di Davide e la Romania sta dispiegando diverse batterie israeliane per rafforzare la difesa del fianco orientale della Nato, in particolare nell’area del Mar Nero. Dagli houthi all’Iran a Hezbollah, la sicurezza di Israele è anche la sicurezza dell’Europa.