Syrsky, Fedorov e la sintesi necessaria dentro all'esercito ucraino

La piazza mette il presidente ucraino Zelensky davanti alla scelta: il generale o l'ex ministro della Difesa

17 LUG 26
Immagine di Syrsky, Fedorov e la sintesi necessaria dentro all'esercito ucraino
Lo scorso anno, gli ucraini erano scesi in strada con i cartoni in mano per chiedere a Volodymyr Zelensky di mettere il veto alla legge per limitare i poteri di due importanti organi anticorruzione nel paese, il Nabu e il Sapo. Sui cartelli si leggevano varie richieste. La più frequente e semplice era: “Veto”. Le altre e più categoriche spingevano per le dimissioni di Andryi Yermak, il capo di gabinetto di Zelensky, suo amico dai tempi della precedente carriera di spettacoli e accusato di voler proteggere i suoi affari loschi limitando i poteri delle agenzie anticorruzione. Nessuno in piazza chiedeva le dimissioni del presidente. Zelensky ascoltò la protesta e mise il veto, qualche mese dopo fu costretto a cacciare Yermak, separandosi da uno dei suoi collaboratori che lo aveva seguito dall’inizio dell’invasione totale. Fece quello che chiedevano gli ucraini. 
Durante una delle prime notti di guerra, Zelensky uscì per strada per mostrare al suo paese che lui e i suoi collaboratori erano tutti al loro posto, a Kyiv. Di quelle immagini in una strada esposta alle luci fioche della città in allerta rimangono ancora pochi uomini nelle loro funzioni, Zelensky ha continuato a cambiare governo, collaboratori, ministri. Ha fatto rimpasti e ristrutturazioni e Mykhailo Fedorov era sempre rimasto nel gruppo degli irrinunciabili, fino allo scorso fine settimana.
Ieri gli ucraini sono scesi di nuovo in strada, hanno portato i loro cartoni, sui quali hanno scritto le loro richieste. La prima era quella di non toccare il ministro Fedorov che guidava il ministero della Difesa da gennaio. Memori del fatto che lo scorso anno erano stati ascoltati, hanno preteso, manifestato, gridato, senza mai chiedere al presidente di lasciare il suo posto. Zelensky si trova ancora una volta davanti alla folla, alle proteste che quando iniziano sono serie e determinate. Finora ha cercato di spiegare quanto sia difficile la situazione, ma di essere costretto a scegliere fra le qualità del ministro che sta rivoluzionando la Difesa ucraina e le comunicazioni funzionali e necessarie dentro all’esercito. Una decisione ancora più difficile rispetto a quella dello scorso anno, da prendere davanti a una piazza guardinga, abituata a fare di tutto per essere ascoltata: “Durante una guerra un presidente non dovrebbe dover fare una scelta del genere. Vorrei davvero l’unità, ma le parti non l’hanno trovata e questo non è un problema solo delle parti, ma anche mio”, ha detto Zelensky.
Le parti sono Oleksandr Syrsky, capo delle Forze armate ucraine, e Mykhailo Fedorov, ex ministro della Trasformazione digitale e fino a ieri ministro della Difesa. Il primo è un generale sessantenne, russofono, cresciuto nelle scuole dei generali di epoca sovietica, è nato nell’oblast di Vladimir, in Russia, e si è diplomato a Mosca. Suo padre era stato un generale dell’Armata rossa, tutta la famiglia ha addosso quella storia di cui l’Ucraina non vuole più sentire parlare e anche per questo Syrsky non è stato mai amato, nonostante il suo nome sia legato alle prime controffensive di successo contro la Russia e alla difesa di Kyiv nei primi mesi dell’invasione. Syrsky però non parla, è lontano anche esteticamente da questa leadership ucraina così giovane e comunicativa, si esprime con messaggi brevi, senza slogan memorabili e non ha mai conquistato un paese rimasto affezionato al predecessore, il generale Valeryi Zaluzhny, oggi ambasciatore ucraino a Londra, fra i primi alti ufficiali a non essere mai entrato nelle scuole militari sovietiche. Mentre Syrsky del sovietico ha la lingua, la nascita e i metodi duri: è accusato di coprire lo scandalo del Reggimento Skelia, in cui più di venti soldati sono morti non sul campo di battaglia, ma per presunte torture.
Ieri Fedorov, il trentacinquenne che parla con Elon Musk di satelliti, ha tenuto una conferenza stampa in cui ha rivendicato i suoi successi. Era in piedi su un palco non alto, con alle spalle uno schermo pieno di immagini di droni, indossando una felpa scura, semplice, senza nessuna insegna militare, quasi arrivasse dalla Silicon Valley e non dalle lotte di un paese in guerra. Parlando chiaro, prendendosi il tempo necessario per far sentire il peso delle sue dimissioni, ha detto che agli ucraini non serve una mano con un bastone che li costringa ad andare a combattere, hanno fermato i russi e continuano a farlo per loro decisione, hanno bisogno di riforme, nuovi contratti, rotazioni al fronte, rispetto. La forza di Syrsky, la sua vecchia dottrina dell’assalto, contro l’agilità di Fedorov che rappresenta quella generazione guerriera per necessità che sta formando la nuova Ucraina con tappe di sangue, cocciutaggine e valori: le proteste di Euromaidan prima, la resistenza in guerra dopo, tutto portato addosso come una felpa scura, senza bisogno di uniformi e con la consapevolezza mai ostentata e sempre dignitosa che libertà e morte oggi in Ucraina possono essere sinonimi. Ogni momento ha la sua guerra, Syrsky è stato l’uomo dietro le quinte delle prime fasi, quelle della forza massiccia, delle controffensive imponenti, fatte di molti uomini che muoiono all’assalto. Questa fase, secondo Fedorov, ha bisogno di agilità. Non tutti nell’esercito stanno con l’ex ministro della Difesa, qualcuno crede nei metodi di Syrsky. E’ una guerra interna, dolorosa e pericolosa del vecchio contro il nuovo, a cui Zelensky finora è riuscito sempre a trovare una sintesi.