La Grecia blocca l’accordo sul 21esimo pacchetto di sanzioni alla Russia

Nella riunione degli ambasciatori, Atene ha mantenuto il veto sulle nuove misure. Vuole a tutti i costi un’esenzione per permettere ai suoi armatori di continuare a trasportare gas naturale liquefatto russo attraverso le acque e i porti dell’Ue se destinato a paesi terzi. In gioco ci sono decine di miliardi di euro

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Bruxelles. Mentre Ursula von der Leyen ieri era a Kyiv per ricevere l’Ordine d’Europa dalle mani di Volodymyr Zelensky e annunciare una nuova partnership tra l’Unione europea e l’Ucraina sull’industria della difesa, gli ambasciatori dei ventisette stati membri erano rinchiusi in una stanza a Bruxelles per cercare di trovare all’ultimo minuto un accordo sul ventunesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Invano. Con stupore generale, la Grecia ha mantenuto il veto sulle nuove misure, nonostante una scadenza alla mezzanotte che avrebbe potuto far impennare il tetto al prezzo del petrolio russo da 44 a 65 dollari al barile. Atene vuole a tutti i costi un’esenzione per permettere ai suoi armatori di continuare a trasportare gas naturale liquefatto russo attraverso le acque e i porti dell’Ue se destinato a paesi terzi. In gioco ci sono decine di miliardi di euro. Nonostante la presidenza irlandese del Consiglio dell’Ue abbia fatto numerose concessioni – l’ultima proposta prevedeva un’esenzione da rivalutare ogni anno – la Grecia non ha ceduto.
I negoziati sul ventunesimo pacchetto di sanzioni continueranno nei prossimi giorni. Gli ambasciatori hanno concordato una soluzione tecnica per evitare l’aumento del tetto al prezzo del greggio russo, che fissa la soglia oltre la quale gli operatori dell’Ue non possono offrire servizi per trasportare il petrolio. Il “price cap” resterà congelato fino al 23 di luglio. Nel frattempo, si studieranno le implicazioni economiche e tecniche di tutto il pacchetto. Gli ambasciatori degli stati membri che sostengono di più l’Ucraina hanno iniziato a mostrare la loro esasperazione e rabbia nei confronti non solo della Grecia, ma anche degli altri paesi (tra cui l’Italia) che hanno svuotato il pacchetto. In oltre un mese di negoziati, diverse misure sanzionatorie proposte della Commissione – come il divieto di importare merluzzo o di rilasciare visti ai combattenti russi – sono state cancellate o annacquate. Il ventunesimo pacchetto di sanzioni è così diventato il simbolo dei piccoli egoismi nazionali, che impediscono all’Ue di mettere sempre più pressione politica ed economica sulla Russia.
A Kyiv von der Leyen ha annunciato il lancio di una nuova partnership industriale sulla difesa Ue-Ucraina, incentrato in particolare sulla produzione congiunta di droni e sistemi anti droni. Il “Drone-Deal” sarà costruito attorno a una serie di joint venture per combinare le capacità ucraine testate sul campo di battaglia e la forza industriale europea (tra i 18 membri fondatori dell’Ue che si incontreranno a settembre a Bruxelles c’è Fincantieri, unica azienda italiana). Entro il 2028 è previsto di estendere la cooperazione industriale alla produzione congiunta di missili antibalistici. La Commissione ha anche erogato all’Ucraina un miliardo di euro per l’approvvigionamento di droni e approvato un piano di esborso da 10 miliardi di euro per finanziare ulteriori droni, missili e aerei da combattimento nell’ambito del prestito da 90 miliardi di euro. “L’Ue è al fianco del coraggioso popolo ucraino”, ha detto von der Leyen, sottolineando “la realtà sul campo di battaglia” con la Russia che appare debole e l’Ucraina che continua a resistere. “Ogni attacco non fa che rafforzare la determinazione del vostro popolo a essere libero. E rafforza la nostra volontà di sostenere voi e l’Ucraina in ogni modo possibile, per tutto il tempo necessario”. Il mancato accordo sulle sanzioni dimostra che non è così per tutti.
Eppure il pericolo della Russia si fa sempre più concreto. Il presidente della Lituania, Gitanas Nauseda, ha detto all’agenzia di stampa Baltic News Service che alcuni segnali dell’intelligence indicano un possibile attacco cinetico russo contro “infrastrutture critiche” nei paesi Baltici o in Polonia. Non sarebbe un’aggressione su vasta scala, perché Mosca non ne ha la forza, ma qualcosa di più di un sabotaggio tradizionale. Gli stessi avvertimenti sono stati lanciati dai responsabili politici della Polonia. Alla fine di giugno, l’intelligence lettone ha lanciato l’allarme sulla pianificazione da parte della Russia di una provocazione militare su piccola scala. Colpire infrastrutture energetiche o di trasporto in un paese dell’Alleanza permetterebbe a Putin di rilanciare le sue sorti di fronte alle crescenti difficoltà interne dovute allo stallo sul campo di battaglia e ai colpi in profondità dell’Ucraina. Ma sarebbe anche un modo per testare la volontà degli alleati della Nato di rispondere. In questo senso, il segnale che viene dall’Ue sul ventunesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia è pessimo.