La Turchia di Erdogan dieci anni dopo il tentato golpe

Dieci anni fa una fazione dell'esercito turco provava a deporre il governo. Bastarono poche ore per decretare il fallimento del colpo di stato. Per il presidente la stessa notte ha segnato invece l'inizio di una nuova vita politica, a scapito di partiti all'opposizione, giornalistgi, docenti e autorità religiose

15 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 16:27
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Foto Getty

Le recenti conferme come leader di spicco nel panorama internazionale ottenute da Recep Tayyip Erdogan al vertice Nato della settimana scorsa, e suggellate con i revolver donati dal presidente turco ai partecipanti, oggi acquistano un significato ancora più forte. Esattamente dieci anni fa, verso le 22:30, una fazione ribelle dell’esercito turco bloccava le due estremità del Ponte del Bosforo, il primo dei due ponti sospesi che collegano la sponda europea a quella asiatica di Istanbul, simbolo fisico e geografico della cerniera turca. Iniziava il quinto tentativo di golpe dal 1960, il primo a fallire. I golpisti avevano carri armati, elicotteri e aerei, e da lì a poco avrebbero preso il controllo di diverse aree di Ankara, Istanbul e di altre tre città, e colpito vari bersagli simbolici tra cui il Parlamento. A quel punto i leader militari annunciano sui social che il golpe è contro la corruzione, irrompono nella sede dell’emittente pubblica Trt e dicono che Erdogan ha violato il diritto civile, mentre il primo ministro Binali Yildirim annuncia alla nazione quanto accaduto chiedendo ai cittadini di mantenere la calma. Viene dichiarato lo stato di emergenza.
Il tentato golpe dura poche ore, anche per via della resistenza della popolazione: alle 9 di mattina del giorno seguente, il governo annuncia che la rivolta è fallita, diffondendo un primo bilancio di 161 morti e 1.440 feriti (i dati della Commissione europea pubblicati mesi dopo parlano di 241 vittime e 2.196 feriti, altre stime sfiorano i 300 morti). Il numero degli arresti aumenta invece di ora in ora. Come mente dietro l’insurrezione viene indicato il predicatore Fethullah Gulen, in esilio volontario negli Stati Uniti dal 1999, che sarebbe poi morto il 20 ottobre 2024. Fondatore del movimento Hizmet, che sostiene l’importanza dell’istruzione e del dialogo inter-religioso, Gulen è stato un fedelissimo alleato di Erdogan fino al 2013, quando alcuni membri di Hizmet hanno contribuito a svelare casi di corruzione nell’esecutivo. A maggio 2026, poco prima del tentato putsch, Hizmet era stato designato da Ankara come organizzazione terroristica, indicato con l’acronimo Feto (Fethullah Terrorist Organisation), e bollato come “una minaccia per tutto il mondo”.
Si apre così la stagione della repressione: nei mesi seguenti, oltre 100.000 persone vengono trattenute dalle forze dell’ordine per sospetti legami con la rivolta. Tra questi vi sono ovviamente molti militari (circa 14.000), ma anche 21.000 docenti, e numerosi funzionari statali, giudici e agenti di polizia. Erdogan è molto chiaro, e proclama che “elimineremo il virus da tutte le istituzioni pubbliche”. La stampa turca arriva addirittura a prendere di mira il Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, accusandolo di legami con Gulen sulla base di un dossier poi rivelatosi falso. Il quotidiano Aksam attacca poi anche il Vaticano con motivazioni analoghe.
A ottobre lo stato di emergenza viene prorogato. Nel frattempo, il partito di governo Akp introduce una serie di misure per ridurre l’ingerenza dei militari in politica. E’ una sua battaglia fin dalla vittoria elettorale del 2002, e vanta anche un discreto seguito tra la popolazione: la Turchia ha subito colpi di stato militari nel 1960, 1980 e 1997, oltre al cosiddetto golpe del memorandum contro il primo ministro Süleyman Demirel nel 1971. Ma tra l’opposizione e gli osservatori internazionali inizia ad affacciarsi l’ipotesi che il governo turco abbia utilizzato i poteri di emergenza per limitare progressivamente i diritti civili. L’anno successivo il partito indice un referendum costituzionale, che trasforma di fatto il paese da repubblica parlamentare a repubblica presidenziale. La vittoria è tutto meno che netta (51,4 per cento) con proteste massicce e accuse di irregolarità nelle votazioni da parte di Ocse e opposizione. La riforma segna inoltre l’avvicinamento di Erdogan all’estrema destra del Partito del movimento nazionalista (Mhp) di Devlet Bahceli, braccio politico del movimento estremista dei Lupi grigi e attualmente uno dei principali alleati dell’Akp, nonostante un passato di forte criticismo.
Negli anni c’è addirittura chi ha ipotizzato che l’intero colpo di stato fosse stato orchestrata dallo stesso Erdogan per accentrare il potere nelle sue mani. Al netto di queste teorie, rimane un dato di fatto: la popolazione turca non segue ciecamente la deriva autoritaria. Come scritto dal leader dell’opposizione Ozgur Ozel in un recente intervento su Project Syndacate “i governi sicuri della propria legittimità raramente si sentono costretti a considerare il dissenso pacifico, l’attivismo civico o la possibilità di protesta come minacce all’ordine pubblico”. Chissà, forse i golpisti un tempo fieramente fronteggiati dalla popolazione un giorno saranno rivalutati, come suggeriva dieci anni fa Adriano Sofri sul Foglio.