L'Ucraina non è un paese per vittimisti. La testimonianza della Nobel Matviichuk

Il fondamento dell’esistenza ucraina è la dignità, dice la premio Nobel per la Pace, non la condizione di vittima. E la dignità è azione, che è alla base della resistenza. La nostra è una storia che afferma la vita

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Sono un’avvocata per i diritti umani. Sto documentando i crimini di guerra commessi nella guerra che la Russia ha scatenato contro l’Ucraina. Mentre questa guerra trasforma le persone in numeri, noi restituiamo loro i nomi. Perché le persone non sono numeri. La vita di ogni persona conta. Lasciatemi raccontare una storia tratta dal nostro archivio. E’ la storia di un bambino di dieci anni, Illya, di Mariupol. Quando le truppe russe circondarono la città, non permisero al Comitato internazionale della Croce Rossa di aprire un corridoio umanitario per evacuare i civili. Così Illya e sua madre si nascosero nella cantina della loro casa per sfuggire ai bombardamenti russi. Come molti abitanti della città, scioglievano la neve per avere acqua e accendevano fuochi per cucinare qualcosa. Quando le scorte finirono, furono costretti a uscire e si ritrovarono esposti ai bombardamenti russi. La madre fu ferita alla testa, e la gamba del bambino fu dilaniata. Con le ultime forze rimaste, la madre trascinò il figlio fino all’appartamento di un’amica.
Non c’era assistenza medica. I russi avevano già distrutto i reparti degli ospedali e l’intera infrastruttura sanitaria di Mariupol. Così, nell’appartamento, si sdraiarono sul divano e si abbracciarono. Rimasero così per diverse ore. Illya ha raccontato a una mia collega che sua madre morì e si irrigidì tra le sue braccia. Ho una domanda. Come faremo noi, esseri umani del Ventunesimo secolo, a difendere le persone, la loro vita, la loro libertà e la loro dignità? Possiamo fare affidamento sul diritto – o conta solo la forza bruta? E’ importante comprendere questo non solo per le persone in Ucraina, Siria, Sudan, Nicaragua o Venezuela. La risposta a questa domanda determina il nostro futuro comune.
Primo. Non so come gli storici del futuro chiameranno questo periodo. Ma l’ordine internazionale fondato sulla Carta delle Nazioni Unite e sul diritto internazionale è crollato. Questo sistema fu creato dopo la Seconda guerra mondiale per proteggere le persone dalla guerra e dalla violenza di massa. Ma persino il mio telefono ha una data di scadenza. Questo sistema non è mai stato riformato. E ora si è arenato, compiendo movimenti puramente rituali. Non torneremo mai allo status quo. Il cambiamento è la nuova norma.
Secondo. L’Ucraina si è ritrovata nell’epicentro di eventi che determineranno il nuovo ordine mondiale. Questa non è una guerra tra due stati — è una guerra tra due sistemi: l’autoritarismo e la democrazia. Vladimir Putin cerca di dimostrare che un paese dotato di una potente capacità militare e di armi nucleari può infrangere l’ordine internazionale, imporre le proprie regole alla comunità globale e persino modificare con la forza confini riconosciuti a livello internazionale. Se Putin riuscisse nel suo intento, cambierebbe ciò che le persone considerano accettabile.
Terzo. Nel mondo stiamo perdendo la libertà. Le ultime generazioni delle democrazie occidentali hanno ereditato la democrazia dai propri genitori. Hanno iniziato a dare per scontato diritti e libertà. Sono diventate consumatrici di democrazia. Intendono la libertà come la possibilità di scegliere tra formaggi diversi al supermercato. Per questo sono disposte a scambiare la libertà con benefici economici, promesse di sicurezza o comodità personale.
Quarto. Le persone iniziano a capire che c’è la guerra solo quando le bombe cadono sulle loro teste. Ma la guerra ha anche una dimensione informativa che non conosce confini nazionali. Le persone trascorrono sempre più tempo in uno spazio virtuale inquinato da fake news e disinformazione. Di conseguenza, perdono la capacità di distinguere tra verità e menzogna. Oggi gli abitanti di una piccola comunità non condividono più la stessa percezione della realtà. E senza una percezione condivisa della realtà, le persone non sono in grado di agire insieme. Senza un’azione comune, come possiamo proteggere la nostra democrazia?
Quinto. In Ucraina le persone sognano la pace. Ma la pace non arriva quando il paese invaso smette di combattere. Quella non è pace, è occupazione. E l’occupazione è un’altra forma di guerra. Occupazione non significa semplicemente sostituire una bandiera con un’altra. Significa sparizioni forzate, torture, stupri, adozioni forzate, il divieto della propria identità, l’adozione forzata dei propri figli, campi di filtrazione e fosse comuni. Non sorprende, dunque, che le persone in Ucraina sognino la pace, ma semplicemente non vogliano essere occupate.
Infine, siamo abituati a guardare il mondo attraverso la lente degli stati e delle organizzazioni intergovernative. Ma le persone comuni hanno molto più potere di quanto immaginino. Sono le persone a fare la storia.
Ho raccolto la testimonianza dello scienziato e filosofo ucraino Ihor Kozlovskii dopo 700 giorni di prigionia in Russia. Prima di allora avevo intervistato centinaia di sopravvissuti, che mi avevano raccontato di essere stati picchiati, torturati, violentati, rinchiusi in casse di legno, sottoposti a scariche elettriche sui genitali, di essersi visti tagliare le dita, strappare le unghie, trapanare le ginocchia, ed essere stati costretti a scrivere con il proprio sangue. Quindi c’era ben poco che potesse ancora sorprendermi. Eppure Ihor menzionò un dettaglio che avrebbe potuto sembrare irrilevante ai fini probatori. Ma mi colpì profondamente.
Descrisse la sua vita quotidiana in isolamento. Era una stanza nel seminterrato dove, in epoca sovietica, venivano rinchiusi i condannati a morte. La cella non aveva finestre né luce naturale ed era scarsamente ventilata, tanto da rendere difficile respirare. Le fogne scorrevano sul pavimento sporco. I topi uscivano dall’apertura delle fognature. E questo scienziato, noto in tutto il paese, mi raccontò di come tenesse lezioni di filosofia a quei topi, solo per sentire il suono di una voce umana. Dal punto di vista legale, Ihor Kozlovskii era una vittima. Era stato rapito e tenuto in condizioni disumane. Era stato torturato così duramente da dover reimparare a camminare. Eppure, nemmeno questo lo indusse a considerarsi, o a percepirsi, come una vittima. Il fondamento della nostra esistenza è la dignità, non la condizione di vittima. La dignità è azione. E sono qui per dire che, nonostante tutto, la storia dell’Ucraina è una storia che afferma la vita, perché sono tempi drammatici che, proprio per questo, generano speranza. Non siamo ostaggi delle circostanze, ma protagonisti di questo processo storico. La dignità ci dà la forza di combattere, anche nelle circostanze più insostenibili. E la speranza non è la certezza che tutto andrà bene. La speranza è la profonda consapevolezza che ogni nostro sforzo ha un senso.
Il Centro per le libertà civili guidato da Oleksandra Matviichuk ha ricevuto il premio Nobel per la Pace nel 2022. Matviichuk ha pronunciato questo discorso a “Una montagna di libri” a Cortina d’Ampezzo, l’11 luglio.