La Russia sta già minacciando l’Europa

La denuncia dell’Unione europea, gli ambasciatori convocati e il monito anche per il governo

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Foto Ap, via LaPresse

Ieri Francia e Germania hanno convocato gli ambasciatori russi. Nelle stesse ore l’Unione europea denunciava l’ecosistema di guerra informatica utilizzato da Mosca contro i paesi europei: servizi segreti, gruppi criminali, sedicenti hacktivisti e aziende private impiegati per penetrare reti governative, spiare l’industria della difesa e sabotare infrastrutture critiche. Bruxelles non è rimasta nel vago. Ha indicato il 16° Centro dell’Fsb, ha elencato i paesi colpiti e ha sanzionato nove persone e quattro entità. L’Italia non compare nell’elenco. Ma l’Europa sì.
E questo piccolo dettaglio dovrebbe interessare non soltanto Conte, Avs, Vannacci, la Lega e il Pd filo-M5s, sempre pronti a considerare credibile l’Unione tranne quando parla della Russia. Dovrebbe interessare anche il governo. L’europeismo, infatti, non può essere un interruttore. Non si può invocare la solidarietà europea sui migranti, sui fondi, sull’energia, sui dazi e poi diventare improvvisamente neutrali quando a essere colpite sono le reti governative francesi, gli enti pubblici tedeschi o le infrastrutture polacche. L’Unione non è una compagnia di assicurazione che si attiva soltanto quando il sinistro avviene a casa nostra. Per questo, anche se l’Italia non risulta direttamente coinvolta, convocare l’ambasciatore russo a Roma per fare due chiacchiere non sarebbe un’idea sbagliata. Non per alzare i toni, ma per mostrare che un attacco contro un paese europeo riguarda tutti gli altri. Francia e Germania lo hanno fatto perché sono state colpite. L’Italia potrebbe farlo perché è europea.
Conte e soci devono decidere se Bruxelles sia autorevole anche quando rovina la loro narrazione. Ma Palazzo Chigi deve dimostrare che la solidarietà europea non è soltanto una formula da vertice. La Russia non sta aspettando che l’Europa la provochi: la sta già colpendo con spionaggio, sabotaggi e intimidazioni. Davanti a una minaccia comune, il silenzio non è prudenza. È l’ennesima forma dell’europeismo a giorni alterni.