Esteri
Il caso •
I selfie di Rubio a Delcy Rodríguez sono parte dello scontro con Vance
Il segretario di stato americano è il viceré del Venezuela tanto da ordinare cosa fare via WhatsApp alla presidente. Secondo Axios, questa situazione però sta creando tensione a Washington, per via della rivalità con il vicepresidente su chi si candiderà per il dopo Trump
14 LUG 26

Foto Ansa
Secondo il New York Times, ormai è Marco Rubio il “presidente de facto” e il viceré del Venezuela, al punto da ordinare a Delcy Rodríguez cosa fare via WhatsApp. Ma secondo Axios proprio questa situazione sta creando tensione nell’Amministrazione Trump, per via della rivalità tra Rubio e J. D. Vance su chi si candiderà alla successione del presidente. Schierato col vicepresidente, il mondo Maga vede con sospetto gli sviluppi in Venezuela come possibile trampolino di lancio per il segretario di stato, e se la prende con la leader dell’opposizione María Corina Machado in quanto sua protetta. A ciò vengono attribuiti almeno due veti dell’Amministrazione al ritorno della Nobel in Venezuela, che però il presidente Donald Trump ha formalmente smentito. Ma sui social è ormai sempre più guerra tra i Maga che attaccano la Machado, e gli antichavisti che invece iniziano a prendersela con Trump.
Del resto, Rubio avrebbe l’ultima parola su chi può fare affari in Venezuela e in che modo, sarebbe coinvolto in prima persona nella riforma del settore petrolifero, avrebbe promosso l’accesso delle aziende statunitensi, e avrebbe addirittura un controllo diretto sulle sue entrate pubbliche. Lo scrive il New York Times in un articolo pubblicato sabato scorso, un’indagine che menziona oltre una dozzina di funzionari e persone vicine sia al governo di Washington sia a quello di Caracas: il segretario di stato americano e la presidente a interim Delcy Rodríguez si scambierebbero frequentemente messaggi via WhatsApp in spagnolo e discuterebbero di questioni che vanno dalle nomine governative alle decisioni economiche e politiche di più alto livello. Un ruolo che è stato paragonato a quello svolto nel 2003 da L. Paul Bremer III, l’amministratore civile nominato dall’amministrazione di George W. Bush per governare l’Iraq dopo l’invasione statunitense. Ma allora ci fu bisogno di occupare il paese, mentre ora è bastato catturare il presidente e la moglie e poi chiamare la vicepresidente al telefono, per ottenere la sua più ampia remissività.
A Delcy, Marco Rubio manda auguri di compleanno e selfie, e addirittura è stato lui ad annunciare che sarebbe andata in India per concludere alcuni accordi petroliferi. E quando il ministro degli Esteri venezuelano, Yvan Gil, si è azzardato a pubblicare una timida condanna dell’attacco americano in Iran, gli è arrivata l’intimazione che lo ha costretto a rimuoverlo poche ore dopo, in quella che il New York Times descrive come “un’ammissione che il Venezuela non stabilisce più la propria politica estera”. Rodríguez sottopone persino le bozze dei suoi articoli all’approvazione di Rubio prima di pubblicarli e, quando Fox News l’ha contattata per un’intervista, ha risposto che avrebbe dovuto avere prima il permesso di Trump.
“Il controllo diretto sulle entrate pubbliche del Venezuela, in particolare, distingue l’influenza di Washington in quel paese da quella della maggior parte degli altri paesi che dipendono dal suo potere militare e finanziario”, scrive il New York Times. Il dipartimento del Tesoro americano riceve infatti le entrate derivanti dalla maggior parte delle esportazioni venezuelane e le distribuisce gradualmente al Venezuela attraverso le banche private del paese, in un un rapporto che è descritto come simile a quello tra genitori e figli che danno la paghetta. “Rubio e il suo team stabiliscono le condizioni su come e da chi possono essere spesi questi fondi”, e il governo di Caracas dipende da questi fondi per pagare gli stipendi e sostenere la valuta nazionale, oltre che per reggere le pressioni di creditori che chiedono rimborsi per 240 miliardi di dollari.
Il terremoto ha peggiorato questa dipendenza, con gli Stati Uniti che hanno inviato 900 soldati e promesso quasi 400 milioni di dollari in aiuti. Ma ha anche complicato lo scenario di transizione, e Delcy Rodríguez ne ha approfittato per far passare la scadenza del 3 luglio dopo la quale per l’assenza del presidente eletto si sarebbero dovute convocare nuove elezioni. E ci sono stati anche i due tentativi di ritorno della Machado bloccati. “Machado è eccezionale, non le ho detto di non tornare in Venezuela”, ha risposto Trump a una domanda sul tema, pur non mancando di ricordare che il Nobel per la Pace avrebbero dovuto darlo a lui. Semplicemente, la leader dell’opposizione venezuelana sarebbe stata avvertita sui rischi di rientrare senza le necessarie misure di sicurezza. Secondo Axios, è il numero due del dipartimento di stato, Christopher Landau, a continuare a manifestare a Machado un appoggio che in realtà l’Amministrazione non garantisce. E l’analisi è stata letta appunto come un siluro a Rubio di ambienti vicini a Vance.