Visti, merluzzi, metaniere: i freni al ventunesimo pacchetto arrivano da tutte le parti

Adottare sanzioni significative contro la Russia diventa sempre più complicato per l'Unione europea: alcuni stati membri, tra cui l’Italia, non sono pronti a subire un po’ di dolore economico per infliggere ulteriori danni a Mosca. Il tempo stringe
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Foto Ansa

Bruxelles. Il ventunesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia rischia di essere molto meno incisivo di quanto promesso dall’Unione europea all’Ucraina per aumentare la pressione su Mosca e convincerla a sedersi al tavolo negoziale. Alcuni stati membri – tra cui l’Italia – non sono pronti a subire un po’ di dolore economico per infliggere ulteriori danni alla Russia. Turismo, bastoncini di pesce, navi metaniere: i negoziati che si trascinano da oltre un mese sono vicini a una conclusione. Gli ambasciatori dei ventisette stati membri ieri sera erano vicini a un accordo, ma, lungo la strada delle trattative le sanzioni sono state considerevolmente annacquate. Il tempo stringe. A forza di fare concessioni all’uno e all’altro, il ventunesimo pacchetto “si sta sfaldando”, spiega al Foglio una fonte europea. Nella loro riunione di lunedì, i ministri degli Esteri dell’Ue dovrebbero essere in grado di autocomplimentarsi e annunciare l’avvio del lavoro su un ventiduesimo pacchetto. Ma adottare sanzioni significative contro la Russia diventa sempre più complicato.
Entro mercoledì 15 luglio, con un accordo all’unanimità, i Ventisette devono modificare il regime del tetto del prezzo del petrolio russo, altrimenti il “price cap” salirà improvvisamente da 45 a 65 dollari al barile. Non è stato facile nemmeno su questo. La Grecia ha sollevato obiezioni. La Commissione aveva proposto di sospendere per sei mesi il meccanismo di aggiustamento del “price cap” al prezzo di mercato. Ma, oltre alla Grecia, anche altri paesi si sono mostrati più preoccupati della situazione energetica globale che dalla guerra russa contro l’Ucraina. Così, la sospensione potrebbe essere accorciata a tre mesi. Tuttavia, sono altre tre misure che illustrano più di ogni altra cosa la difficoltà dell’Ue ad andare fino in fondo nella guerra economica che potrebbe cambiare i calcoli di Putin: un divieto di rilasciare i visti ai combattenti russi, un divieto di importazione di alcuni pesci e un divieto di vendere navi metaniere. Sui visti ai combattenti ed ex combattenti russi in Ucraina è stata l’opposizione di Italia e Francia ad aver messo in discussione il divieto proposto dalla Commissione. Roma e Parigi hanno contestato la base giuridica e avanzato argomenti tecnici. Invece di un bando totale, chiedono di modificare le linee guida dell’Ue, che non sono vincolanti, oppure di intervenire sul Codice visti, che richiede tempo. Gli altri stati membri accusano Roma e Parigi di privilegiare l’interesse nazionale legato al turismo. “Per Italia e Francia i russi rappresentano oltre 250 mila turisti l’anno”, dice un diplomatico europeo, ricordando che per il resto d’Europa i combattenti russi sono una minaccia per la sicurezza. “L’Italia è un paese il cui sostegno concreto all’Ucraina è già minimo. Non è un bel segnale”, si lamenta un secondo diplomatico.
In realtà, anche i paesi che stanziano più fondi o forniscono più armi a Kyiv frenano quando sono in gioco gli interessi delle loro industrie. La Germania ha dato battaglia per evitare un bando totale dell’importazione di Pollock dell’Alaska, una specie di merluzzo che viene utilizzata in particolare per la produzione di bastoncini di pesce. “Un divieto ha un impatto sulle catene di approvvigionamento europee ed è un prezzo troppo alto”, spiega un funzionario. Anche il Portogallo, il più grande consumatore al mondo di merluzzo per il suo famoso bacalau, si è fatto sentire. La presidenza irlandese ha deciso di togliere dal pacchetto il bando all’importazione di pesce. Quanto alle navi metaniere, sono Grecia e Malta ad aver sollevato obiezioni per non legare le mani dei propri armatori. La Bulgaria ha mantenuto il veto all’inserimento del patriarca della chiesa ortodossa di Mosca Kiril nella lista nera dell’Ue.
Lunedì i ministri degli Esteri dell’Ue discuteranno anche di un documento presentato dalla Commissione per sanzionare la politica del governo di Israele in Cisgiordania. All’interno ci sono tre opzioni per limitare o vietare l’importazione nell’Ue di prodotti dagli insediamenti illegali: bando totale, dazi proibitivi o un sistema di licenze. La misura è simbolica – gli scambi ammontano a circa 25 milioni di euro – ma può essere adottata a maggioranza qualificata perché rientra nella politica commerciale. Tuttavia la Germania è contraria, così come la Commissione, L’istituzione di Ursula von der Leyen sta cercando di guadagnare tempo per rinviare all’autunno una proposta formale, ma l’Ue faticherà a trovare una maggioranza anche solo per colpire i prodotti degli insediamenti illegali.