Kyiv e Varsavia: alleati fra i rancori

Polacchi e ucraini hanno ricominciato a rinfacciarsi i torti del passato, tutto nasce da un confine tracciato con storie di morte, rivincita e rabbia e all’ombra di Mosca che ha guardato e sfruttato ogni odio
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Bandiere ucraine e polacche in una manifestazione a sostegno di Kyiv nella città vecchia di Varsavia (Getty)

Sul tram che percorre, nel primo torrido pomeriggio, il viale accanto al Palazzo della cultura di Varsavia due ragazzini chiacchierano allegramente tra loro. Un’anziana signora si alza dal suo posto, si avvicina e dice a voce alta: “Siete in Polonia e dovete parlare in polacco!”. Uno dei due si volta e le dice in perfetto polacco: “A scuola e quando voglio lo faccio”. Erano due ragazzini ucraini. Pochi giorni prima, sempre su un mezzo pubblico, un signore che, come qualche polacco, portava appuntato al bavero una spilla con la bandiera polacca e ucraina intrecciate, si è preso un pugno in faccia. Sono piccoli fatti che raccontano di un clima che si è fatto, negli ultimi mesi, molto testo, persino nella capitale, dove gli ucraini, dopo il 2022, sono, secondo i dati ufficiali, attorno ai 200mila e si sono ormai inseriti nella vita della città, rassegnati a non tornare in patria a causa di una guerra che pare non dover finire mai. La maggioranza dei polacchi sembra aver cambiato atteggiamento verso gli ucraini. L’invasione russa pareva aver sopito i vecchi rancori e il comune nemico aveva, soprattutto il primo anno, provocato una sorprendente gara di solidarietà e numerose manifestazioni di fratellanza. Il senso di solidarietà, che comunque riguardava un 20 per cento della popolazione polacca (la più filoeuropea e di idee liberali), si è in parte attenuato: gli ucraini e le ucraine che si sono trovati una sistemazione in Polonia sono diventati spesso dei “concorrenti” e “rivali”. I nazionalisti hanno subito colto l’occasione per rinfocolare le vecchie ferite, ma prima di tutto sostenere che “gli ucraini sono parassiti e rubano il lavoro ai polacchi” e che occorre smettere di sostenere, finanziariamente e militarmente l’Ucraina. Questo sostengono politici di estrema destra come Grzegorz Braun (parlamentare europeo con il 6,34 dei voti) e l’imprenditore e parlamentare Slawomir Mentzen, esponente di spicco della Confederazione Libertà e Indipendenza. Ma certe idee sono condivise anche dal nuovo presidente della repubblica, Karol Nawrocki, eletto il primo giugno ed entrato in carica il 6 agosto 2025, che immediatamente ha fatto capire che l’atteggiamento verso l’Ucraina era mutato e che la politica estera del governo del primo ministro liberale Donald Tusk doveva cambiare, allineandosi alle posizioni di Donald Trump.
Ora i drammi di una storia violenta e molto complicata sono riaffiorati come un fiume carsico mai esaurito che torna a zampillare fuori violentemente non appena trova l’occasione. Storicamente, ucraini e polacchi si detestano (per non parlare dei russi!). Troppo vicini e troppo simili. La parte occidentale dell’Ucraina faceva inizialmente parte del Granducato di Lituania e poi, dal 1569, del Granducato di Polonia e Lituania. I polacchi erano i padroni delle terre e i cosacchi erano i loro contadini. In mezzo tra loro ci stavano gli ebrei, protetti e al servizio dei polacchi. I russi, già allora soffiavano sul fuoco del malcontento. La situazione precipitò tragicamente in seguito alle rivolte dei servi della gleba ucraini, guidati dal feroce atamano cosacco Bohdan Chmel’nitskij (1596-1657), che ottenne un importante aiuto da Alessio I di Russia in cambio della sua alleanza, sancita dal Trattato di Pereyaslav (1654), e alla Guerra russo-polacca (1654-1667), detta “Guerra di Ucraina”, che, dopo immani stragi, si concluse con una significativa espansione territoriale russa e segnò l’inizio della sua grande potenza politica e militare nella regione. Poi anche la Polonia cessò di esistere, dal 1772 spartita tra le grandi potenze: Austria, Prussia e Russia. E così l’Ucraina, che divenne parte dell’Impero russo. Nel marasma della fine della Prima guerra mondiale, e il ritorno dell’indipendenza delle varie nazioni, ci fu anche una guerra polacco-ucraina (1918-1919) e la Pace di Riga (1921) che divise la regione principalmente tra la Polonia (Galizia e Volinia) e la Cecoslovacchia (Transcarpazia), mentre l’Est finiva sotto il controllo sovietico e tolse ogni possibilità di indipendenza agli ucraini, che durante la Guerra Civile, seguita alla Rivoluzione bolscevica del 1917, grazie a un forte movimento nazionalista, avevano dato vita a una Repubblica popolare autonoma, osteggiata dai comunisti russi locali e presto soffocata dal potere di Mosca (il romanzo “La guardia bianca”, dell’ucraino russofono Michail Bulgakov, del quale a Kyiv hanno stupidamente abbattuto recentemente la statua, racconta molto bene quella vicenda, anch’essa intrisa di molto sangue fratricida). Fu creata, nel marzo 1919, una Repubblica socialista sovietica di Ucraina, inizialmente con capitale Charkiv (1919-1934) e poi Kyiv. Una terra molto fertile che costituiva una grande riserva di prodotti agricoli, e soprattutto di grano. Una popolazione per la maggior parte costituita da contadini che, inizialmente si avvantaggiarono della crisi economica russa e degli incerti tentativi del potere di dare vita a un’economia socialista, ma poi divennero le prime vittime dello Stato che cercava di riprendere con la violenza il controllo totale dell’economia. Dopo la liquidazione dei kulaki (contadini con piccoli apprezzamenti di terreno privati), tra il ‘29 e il ‘30, la repressione staliniana si indirizzò contro la popolazione ucraina in generale e culminò con la grande carestia provocata (Holodomor) che costò milioni di morti. La parte occidentale, con Leopoli, con una significativa porzione di popolazione polacca, dopo la Prima guerra mondiale divenne parte della neonata Seconda repubblica polacca. Le tensioni iniziarono a esplodere violentemente allora, quando quella che era diventata la grande minoranza ucraina (circa il 15 per cento degli abitanti) fu costretta a subire pesanti politiche di assimilazione da parte dei governi nazionalisti polacchi. A queste si contrappose, anche violentemente, l’ala radicale dell’Organizzazione dei nazionalisti ucraini (Oun), guidata da Stefan Bandera. Nel 1934 venne assassinato il Ministro dell’interno polacco Bronislaw Pieracki (per questo Bandera venne incarcerato e condannato a morte nel 1936 ma fuggì nel 1939 dopo l’invasione tedesca della Polonia). I russi si ripresero la parte occidentale dell’Ucraina nel 1939 grazie al Patto Molotov-Ribbentrop. La violenta oppressione e repressione sovietica spiega perché nel 1942 gli invasori tedeschi della parte orientale dell’Ucraina vennero inizialmente considerati dei “liberatori” e molti ucraini finirono col collaborare e si macchiarono di feroci crimini verso gli ebrei. Ma la Germania nazista non accetto che venisse creato uno stato ucraino indipendente (guidato da Jaroslav Stec’ko) e il capo nazionalista Stefan Bandera venne internato nel lager di Sachsenhaasen. La maggioranza degli ucraini combatterono però coraggiosamente nell’esercito sovietico (una divisione ucraina liberò Auschwitz) e assai importante fu il movimento partigiano, una parte del quale però non si batté soltanto contro i tedeschi ma, in nome dell’indipendenza, contro i russi e anche i polacchi. Tra il 1943 e il 1945 i gruppi legati all’Upa (Ukrains’ka povstans’ka armija, Esercito Insurrezionale Ucraino) si resero protagonisti, oltre che dell’uccisione di molti ebrei, dei massacri di polacchi: circa centomila, soprattutto donne e bambini in Volinia e nella Galizia orientale (soltanto agli inizi del 2025, il governo ucraino ha revocato un divieto sulle esumazioni, concedendo alla Polonia il permesso di riprendere il recupero dei corpi delle vittime dai siti delle fosse comuni). Per realizzare il sogno di una Grande Ucraina fu messa in atto una vera pulizia etnica che i gruppi partigiani polacchi dell’Arma Krajowa (Esercito nazionale) cercarono di contrastare, uccidendo circa diecimila ucraini. La guerriglia nazionalista ucraina antisovietica durò fino al 1954, ispirata da Bandera che, riparato in Germania ovest, venne ammazzato da un agente del Kgb nel 1959 (gli ucraini lo considerano un eroe e un martire nazionale; i russi un nazista; i polacchi un nazionalista assassino). I sovietici, dopo gli Accordi di Jalta (ma già in base al Patto Ribbentrop-Molotov del 1939) si presero per la “loro” Ucraina un pezzo di territorio nord orientale polacco (i Kresy) e la Galizia con la città di Leopoli, che tra le due guerre appartenevano alla Polonia, provocando, tra il 1945 e il 1946, l’emigrazione forzata di circa un milione di polacchi, che andarono in gran parte a ricollocarsi nei cosiddetti “territori occidentali recuperati” dai polacchi in seguito allo spostamento dei confini tedeschi.
Essendo l’Ucraina diventata, dopo la guerra, tutta sovietica e la Polonia una Repubblica popolare, strettamente legata all’Urss, di quei massacri in Volinia nessuno parlò più. Anche nella storiografia e nella pubblicistica polacca quello era un tema tabù come il massacro di Katyn. Quando i drammi non si rielaborano e si occultano poi si incancreniscono, si arricchiscono di particolari truci (molti polacchi sostengono che donne e bambini non vennero ammazzati a fucilate, ma squartatati nei modi più cruenti). Dopo il 1989 questa vicenda tornò a far parte della narrazione storico identitaria della nuova Polonia, anche se Solidarnosc e le forze democratiche e filoeuropee (ispirate dal mensile dell’emigrazione polacca a Parigi “Kultura”, diretto da Jerzy Giedroyc) hanno cercato di favorire il dialogo e tenere a bada le posizioni nazionaliste e antiucraine. Una questione molto delicata, e potenzialmente esplosiva, che Giovanni Paolo II comprendeva assai bene. Karol Wojtyla compì un viaggio in Ucraina dal 23 al 27 giugno 2001. Un viaggio a cui teneva molto (“lungamente atteso”) e dove espresse più volte l’invito a guardare al futuro e non incistarci nei drammi del passato. Definì Kyiv “culla della cultura cristiana in tutto l’oriente europeo”. Ma Kyiv, anche dopo il 1991, si è sempre rifiutata di essere considerata corresponsabile di quella tragedia, contestando anche la definizione di genocidio, avanzata dai polacchi. Ancora nel 2016, fece molto discutere il film polacco Wolyn, diretto da Wojciech Smarzowski, che ha al suo centro l’odio anti polacco dei nazionalisti ucraini che culmina nei massacri di polacchi in Volinia. Secondo lo storico Timothy Snyder quella pulizia etnica ben vista dai sovietici fu “un tentativo deliberato di impedire allo stato polacco del dopoguerra di affermare la propria sovranità sulle aree a maggioranza ucraina che facevano parte dello stato polacco prebellico”.
Quando il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha deciso di attribuire a un’unità militare ucraina il nome di “Eroi dell’Upa”, in Polonia si è scatenata una violenta campagna antiucraina che pareva non aspettasse altro che un pretesto. Campagna immediatamente cavalcata dalla destra nazionalista che ha colto l’occasione di iniziare la battaglia elettorale del prossimo anno. Del resto anche la scelta inopportuna di Zelensky è stata probabilmente dettata da un appuntamento elettorale futuro che si sta avvicinando e gli vede contrapposto un temibile avversario, il popolare ex capo dell’esercito e generale, attuale ambasciatore a Londra, Valerii Zaluzhnyi. Zelesky ha fatto capire più volte che in cambio della pace sarebbe disposto a “sacrificare” la Crimea, e forse anche qualche altro pezzetto di territorio (sotto forma di regioni autonome). Per questo deve cercare di portare dalla sua parte almeno una parte delle forze nazionaliste concedendo loro un culto degli eroi assai discutibile. Non è chiaro se Zelensky avesse messo in conto la reazione dei polacchi. Fatto sta che il presidente Karol Nawrocki ha prima annunciato e poi privato Zelensky dell’Ordine dell’Aquila bianca, la più alta onorificenza di stato della Polonia (fatto mai accaduto dopo la guerra, nemmeno nei confronti, come è stato notato da molti, dell’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, vendutosi ai russi). Secondo i sondaggi d’opinione, l’80 per cento dei polacchi è d’accordo con questa decisione che mette in crisi i rapporti con gli ucraini. E anche l’atteggiamento di diversi membri del governo liberale, a cominciare dal premier Tusk, è stato assai cauto davanti alla decisione del presidente polacco. Soltanto il vicepremier e ministro degli esteri Radoslaw Sikorski, pur criticando la scelta di Zelesnky, si è battuto decisamente affinché non si arrivasse a un gesto così clamoroso, in un momento in cui l’Ucraina difende anche i confini polacchi dalle mire espansionistiche russe, e che “il passato non torni ad ammazzare il futuro”. Il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha ha condannato la decisione del presidente polacco: “Ci dispiace che le emozioni abbiano prevalso a Varsavia e abbiano portato i politici polacchi a compiere passi ingiustificati, impulsivi e irrispettosi diretti non solo contro il presidente Zelensky, ma soprattutto contro lo stato ucraino. La decisione di spogliare il presidente dell’Ucraina dell’Ordine dell’Aquila bianca è un errore strategico che gioverà solo a Mosca”. Sybiha ha anche annunciato che stava rinunciando alla sua decorazione statale polacca, la Croce del Comandante con stella dell’Ordine al merito della Repubblica di Polonia. E da lì è iniziato un surreale balletto di restituzioni di reciproche onorificenze.
Uno spiraglio di ripresa assennata di dialogo, a opera di due esponenti politiche donne, si è avuto la settimana scorsa a Danzica durante la quindicesima sessione dell’Assemblea parlamentare di Polonia e Ucraina, dedicata alle relazioni polacco-ucraine, all’integrazione dell’Ucraina nell’Unione europea, alla ricostruzione del paese dopo la guerra e alle questioni di sicurezza. I lavori, ai quali avrebbe dovuto partecipare Zelensky e Tusk, sono stati inaugurati dalla vicepresidente della Camera dei deputati polacca, Monika Wielichowska, e dalla vicepresidente del Parlamento ucraino, Olena Kondratiuk. Monika Wielichowska ha sottolineato l’importanza della cooperazione tra Polonia e Ucraina e il ruolo svolto dalla Polonia nel sostegno a Kyiv fin dall’inizio dell’aggressione russa. Ha evidenziato che la sicurezza dell’Ucraina è fondamentale per la sicurezza della Polonia e dell’intera regione. Ha criticato la decisione del presidente Zelensky di attribuire a un’unità militare ucraina il nome di “Eroi dell’Upa”, ma ha tuttavia ribadito che un dialogo basato sulla verità e sul rispetto reciproco è indispensabile per costruire un partenariato duraturo. Olena Kondratiuk ha ringraziato la Polonia per il sostegno fornito all’Ucraina, soprattutto dopo l’inizio della guerra su larga scala, e ha evidenziato l’importanza dell’appoggio polacco al processo di integrazione europea dell’Ucraina. Per quanto riguarda le questioni storiche, ha invitato a risolvere le controversie attraverso il dialogo e non mediante il confronto politico.
Assai interessante inoltre è quanto ha scritto la scrittrice e traduttrice polacca Anna Klara Majewska (1965): “Sia chiaro: questa non è una storia di nazionalismo e stupidità. E’ una storia del terreno su cui tale stupidità cresce così rigogliosa. Sono cresciuta in una famiglia in cui Leopoli era considerata una città sacra e la perdita dei Territori orientali un vero e proprio olocausto culturale. (...) Mio padre ricordava un’infanzia da favola, la scuola polacca e le contadine ucraine che vendevano uova in città. Indossavano gonne lunghe e ampie e non portavano mutandine. Ascoltavo quei racconti. Erano belli, erano romantici ed erano intrisi di qualcosa che nessuno chiamava per nome: un senso di superiorità. (...) I signori possedevano la terra. La servitù era locale. Nessuno parlava di ‘colonizzazione’. Si parlava di ‘civiltà’. Finché non giunse il giorno in cui i polacchi furono cacciati da quella favola. Il giorno che ha dato vita alla leggenda. Leopoli e Volinia sono luoghi di vere tragedie — da entrambe le parti, in proporzioni diverse e in tempi diversi. Ma nella narrazione polacca tramandata di generazione in generazione erano soprattutto un paradiso perduto, una terra mitica, e non un progetto politico fallito del potere. Di quest’ultima narrazione non si è mai parlato. (...) Non si tratta di un’educazione alla xenofobia in senso stretto. E’ qualcosa di più sottile: un’educazione alla gerarchia, in cui noi siamo sempre un po’ più in alto, un po’ più civilizzati, un po’ più degni di essere raccontati”.
L’invasione russa pareva aver sopito i vecchi rancori, oggi in Polonia il clima contro gli ucraini è diventato teso
“Leopoli e Volinia sono luoghi di vere tragedie...Ma nella narrazione polacca erano soprattutto un paradiso perduto”
Gli ucraini considerano Bandera un eroe e un martire nazionale; i russi un nazista; i polacchi un nazionalista assassino
Giovanni Paolo II compì un viaggio in Ucraina nel 2001, chiese di guardare al futuro e non fermarsi ai drammi del passato