Esteri
alleati indispensabili •
Le bombe di Putin sull’alleanza polacco-ucraina sempre più in crisi
Al Cremlino va tutto male, ma c’è una lite su cui punta. Varsavia, Kyiv e la fine di un accordo militare
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Il confine fra Polonia e Ucraina è lungo cinquecentotrentacinque chilometri. La storia di quella frontiera è stata frastagliata, sanguinosa, oscura, ma anche eroica e soprattutto molto europea. Dal 2014, quando iniziò l’invasione russa dell’Ucraina a partire dalla penisola di Crimea, il governo polacco si spese in Europa per far capire ai paesi della parte occidentale dell’Unione che Kyiv non poteva essere lasciata sola a difendersi contro Mosca, insaziabile. Nel 2022, furono i cittadini polacchi ad andare al confine ad accogliere gli ucraini che fuggivano dalle bombe russe e il governo seguì l’ondata partita dal basso e si dimostrò solidale, attento e generoso. Le cose si sono usurate nel tempo, a ogni campagna elettorale è spuntato qualcuno pronto ad accusare gli ucraini di ingratitudine. La solidarietà è stata messa in discussione, qualche settimana fa, la disputa ha assunto una dimensione politica e adesso si è fatta sempre più rischiosa, militare.
Varsavia e Kyiv hanno iniziato a litigare sul passato, le vittime polacche in territorio ucraino sono diventate materia di una campagna elettorale molto anticipata aperta dal presidente Karol Nawrocki che ha infranto la decisione condivisa da tutti, anche dal suo stesso partito, il PiS, di rinviare la cura delle ferite storiche e la stagione delle accuse.
Ieri il ministro della Difesa polacco, Wladyslaw Kosiniak-Kamysz, ha detto che la Polonia non consentirà l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea se sceglierà di avere Stepan Bandera fra i suoi eroi nazionali. La disputa piace molto a Mosca, che sul mito del banderismo e dei nazionalisti ucraini che hanno cooperato con i nazisti ha costruito le basi propagandistiche della sua invasione e adesso vede proprio Bandera tornare utile per spaccare la solidarietà dei polacchi con gli ucraini. Il ministro polacco Kosiniak-Kamysz non ha minacciato soltanto di opporsi all’ingresso di Kyiv nell’Ue, ha anche dichiarato che le autorità polacche si sono rifiutate di trasferire all’Ucraina i Mig-29 perché gli ucraini non hanno voluto condividere con Varsavia la tecnologia dei droni. Secondo il ministro, alla base dello scambio c’era un accordo, ma Kyiv, pur avendo inizialmente dato il suo consenso, si è ritirata. Varsavia non ha più bisogno dei suoi Mig-29, in questi anni di guerra ha dato agli ucraini molto del suo vecchio arsenale e ne ha approfittato per costruirne uno nuovo. Il rifiuto è quindi simbolico, non parte da una necessità di Varsavia, ma dalla volontà di rimarcare ancora una volta che le cose con l’Ucraina vanno molto male.
Zelensky nel fine settimana ha annunciato la creazione di un Pantheon degli eroi, e a Krakowskie Przedmiescie, la via lungo la quale si trova il palazzo presidenziale di Varsavia, la decisione è suonata come un affronto. Secondo il quotidiano Gazeta Polska, Nawrocki potrebbe fare un annuncio l’11 luglio, Giornata in memoria della strage dei polacchi nelle regioni di Galizia e Volinia, e scegliere di limitare i contatti con Zelensky. Finora soltanto l’ex primo ministro ungherese apertamente filorusso Viktor Orbán aveva assunto delle posizioni tanto forti contro Kyiv e i polacchi avevano sempre contestato il suo servilismo nei confronti del Cremlino. A Varsavia più di qualcuno ha avanzato l’idea che Nawrocki si sia ispirato ai suggerimenti di canali telegram di propaganda russa quando ha deciso di ritirare l’onorificenza dell’Aquila bianca dopo che Zelensky aveva intitolato un’unità militare agli “Eroi dell’Upa”, l’esercito insurrezionale ucraino, responsabile anche dell’uccisione dei polacchi.
Ieri la Russia ha attaccato l’Ucraina, non ha colpito Kyiv, ma città più vicine al confine come Dnipro, Zaporizhzhia e Sumy. E’ stato un attacco mattutino, ci sono state più di dieci vittime. La decisione di rimandare le dispute storiche a guerra finita è ormai stata sepolta tanto da Kyiv quanto da Varsavia, Mosca la sfrutta e mentre si gode lo spettacolo di un’alleanza che si sfalda prosegue la guerra con i soliti metodi: bombe ovunque.
Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)
