Esteri
L'analisi •
Il rischio non è che la Nato collassi, ma che si trasformi prima che l’Ue sia pronta a sostenerlo
Gli Stati Uniti restano la riserva strategica, ma lasciano agli europei la difesa convenzionale. Il problema è il tempo: in Italia siamo ancora fermi al due per cento del pil
8 LUG 26

Foto ANSA
Ad Ankara i leader della Nato si sono riuniti per quello che i comunicati ufficiali chiameranno un vertice storico. L’aggettivo è di solito un modo per nascondere la mancanza di contenuti reali, ma questa volta descrive qualcosa di preciso e meno confortante: per la prima volta dalla fine della Guerra fredda, l’alleanza sta formalmente rinegoziando i termini della propria esistenza, non perché sia in pericolo di dissolversi, ma perché sta diventando un’altra cosa, e i protagonisti lo sanno.
Il ministro degli esteri polacco Radoslaw Sikorski ha dato un nome alla sequenza. La Nato 1.0 era la deterrenza contro l’Unione sovietica. La Nato 2.0 era la lunga ricerca di una missione dopo il 1989: Afghanistan, antiterrorismo, medio oriente. La Nato 3.0, quella che si sta costruendo adesso, è un’alleanza in cui l’Europa si occupa della difesa convenzionale del continente e gli Stati Uniti rimangono sullo sfondo come riserva strategica, “cavalleria all’orizzonte”, nelle sue parole. La transizione avviene per necessità, non per scelta.
Il progressivo disimpegno americano dalla difesa convenzionale europea ha ormai assunto una forma concreta. Il Wall Street Journal ha documentato che il Pentagono ha già cancellato schieramenti pianificati: la brigata corazzata verso la Polonia dalla base di Fort Hood, in Texas, un battaglione con missili a lungo raggio in Germania, la rimozione di una brigata di fanteria dalla Romania l’anno scorso. Più significativo ancora, ha ritirato la promessa di inviare in Europa, in caso di crisi, capacità garantite per decenni: bombardieri strategici a lungo raggio, rifornitori aerei, portaerei. Non si tratta di abbandono, ma di un riorientamento strategico che lascia l’Europa senza il tempo necessario per colmare i vuoti.
Le valutazioni tedesche e di diversi funzionari Nato convergono su una stima che non circola abbastanza nel dibattito pubblico italiano: una Russia reduce dalle battaglie in Ucraina sarebbe pronta per una guerra contro la Nato entro il 2029. Tre anni. Nel frattempo, al vertice dell’Aia del 2025, gli alleati europei hanno concordato di raggiungere gli obiettivi di spesa entro il 2035. Dieci anni. Il divario tra le due date non è una questione contabile: è la finestra durante la quale l’Europa deve costruire da sola ciò che gli americani stavano fornendo, sapendo che potrebbe dover usarlo prima di averlo completato.
Gli americani stanno ritirando soprattutto gli “abilitatori strategici”, cioè quelle capacità che l’Europa non è in grado di sostituire rapidamente: rifornitori aerei, bombardieri strategici, satelliti militari. Un satellite militare americano richiede in media nove anni dalla progettazione al dispiegamento operativo, un orizzonte che nessuna decisione politica può comprimere.
La questione del comando è la più difficile da risolvere. La Nato è stata costruita attorno a un comandante supremo americano (Saceur, Supreme Allied Commander Europe) che coordina simultaneamente le forze di tutti gli alleati. In Europa non esiste un equivalente: ogni generale risponde al proprio governo, non a una struttura comune. Un ex funzionario Nato di alto rango ha sintetizzato la logica in una frase che sembra ovvia solo dopo averla sentita: “Se rimane un solo americano in Europa, deve essere il comandante supremo”. Il Pentagono ha accettato questa impostazione e l’idea di un comandante supremo tedesco o francese è stata accantonata. Il risultato è una contraddizione strutturale: la catena di comando europea dipende ancora da Washington anche in uno scenario in cui Washington si è ritirata dalla difesa convenzionale, e il vertice di Ankara non la risolverà.
Max Bergmann, del Center for Strategic and International Studies (istituto di ricerca con sede a Washington), ha posto questa contraddizione in termini operativi: se c’è una crisi, con truppe russe che si concentrano su un confine Nato e gli americani assenti, come organizza l’Europa una risposta unitaria? La simulazione di guerra condotta nel dicembre 2025 all’Helmut Schmidt University di Amburgo, l’università militare tedesca, ha reso quella domanda concreta. Franz-Stefan Gady dell’Istituto internazionale di studi strategici (Iiss) ha interpretato il comandante russo, ha attaccato la Lituania e ha vinto sfruttando un solo vantaggio: sapeva che la Germania avrebbe esitato.
In questo contesto, Trump è arrivato ad Ankara con l’intenzione dichiarata di riconsegnare alla Turchia l’accesso al programma F-35, il caccia di quinta generazione da cui Ankara fu espulsa nel 2019 dallo stesso Trump, dopo che aveva acquistato il sistema missilistico antiaereo russo S-400. Nell’Ufficio ovale con Rutte al fianco, aveva parlato di un “regalo” che avrebbe reso Erdogan “molto felice”. Che l'annuncio formale sia arrivato o meno ad Ankara, il meccanismo politico è già in moto: quattro funzionari di alto rango dell’Amministrazione americana lo hanno confermato al New York Times, il Congresso si è già schierato contro e Netanyahu si è opposto pubblicamente, ricordando che Erdogan chiede apertamente la distruzione di Israele, occupa metà di Cipro e minaccia la Grecia. Il caso turco mostra fino a che punto la gestione politica dell’Alleanza possa divergere dalla sua architettura istituzionale: la Turchia ospita bombe nucleari tattiche americane nella base di Incirlik, nell’ambito del programma di condivisione nucleare della Nato, acquista armamenti russi avanzati e mantiene relazioni operative con Russia, Iran, Hamas e Ucraina contemporaneamente.
Il paragone con il dibattito italiano è impietoso. In Italia si discute ancora se la soglia del due per cento del pil sia stata raggiunta davvero, quanta parte derivi da riclassificazioni contabili e se il consenso politico per mantenerla esista. Il ministro della difesa Crosetto lo sa, e il 6 luglio ha detto che le risorse “ci saranno” perché “rientrano tra gli impegni presi con l’Alleanza atlantica ma soprattutto con le necessità di difesa che noi abbiamo”. La seconda giustificazione è quella giusta, ma una necessità di difesa riconosciuta non produce automaticamente una strategia di integrazione, soltanto un numero di bilancio. Il Rapporto 2025 dell’Esercito italiano contiene una diagnosi sorprendentemente esplicita delle proprie carenze: solo il nove per cento del bilancio integrato va alle spese operative correnti e i fondi ordinari per gli investimenti “non consentono di colmare il gap tecnologico accumulato nei confronti delle altre Forze armate”. Le duecentododici esercitazioni condotte nel 2025 si sono svolte tutte in formato multinazionale. La Marina conduce le proprie campagne aeronavali in integrazione con i gruppi americani e britannici, non in autonomia. Il programma Gcap (Global combat air programme), il caccia di sesta generazione che l’Aeronautica sviluppa con Regno Unito e Giappone, è trinazionale per definizione: nessuno dei tre può permettersi di costruirlo da solo. La spesa europea è cresciuta fino al quaranta per cento del totale Nato, ma il cinquantuno per cento degli acquisti militari europei tra il 2022 e il 2024 è andato a fornitori americani. L’Europa spende di più e compra americano: non è indipendenza strategica, ma una forma di dipendenza meglio finanziata.
Sul fianco sud, che il dibattito pubblico italiano ignora sistematicamente, la situazione non aspetta. Dopo la caduta di Assad, la Russia ha spostato il proprio asse strategico verso il Nord Africa, trasformando la Libia nel nodo centrale di una rete che include accesso marittimo, corridoi verso il Sahel e prossimità diretta al fianco meridionale della Nato. L’Afrika Corps, successore istituzionalizzato del Gruppo Wagner ora sotto controllo diretto del Gru (il servizio di intelligence militare russo), aveva tra duemila e duemilacinquecento effettivi in Libia a fine 2024. Un rapporto del giugno 2026 dell’Agenzia americana per l’intelligence geospaziale (National Geospatial-Intelligence Agency) documenta l’espansione su sei basi aeree libiche: nuovi hangar, piste riasfaltate per velivoli più pesanti, caserme semipermanenti. Il porto di Tobruk è stato aperto all’uso congiunto di Russia e Bielorussia nel febbraio 2025, come sostituto della base navale di Tartus in Siria. Le forze russe in Libia orientale si trovano a tempi di volo contati in minuti dallo spazio aereo di Malta e nel raggio d’azione della missilistica a corto raggio dalle infrastrutture energetiche italiane nel Canale di Sicilia. Sul fronte opposto geograficamente, l’intelligence finlandese stima che dopo la fine della guerra in Ucraina la Russia raddoppierà le truppe sul fianco nord, portandole da trentamila a ottantamila unità. La pressione non viene da una sola direzione.
Ad Ankara, ieri, si è negoziata la forma della Nato 3.0. L’Italia sta ancora formulando le domande di primo livello mentre il contesto strategico pone già quelle di secondo. Il vero rischio della Nato non è che collassi. E’ che completi la propria trasformazione prima che l’Europa sia pronta a sostenerla.
