Esteri
250 anni di america •
Il sogno perduto del vagabondo americano
L’America è sempre un uomo che scappa da una cultura troppo compiuta, apre uno squarcio, e si perde. O forse non più: che fine ha fatto il mito dell’artista nomade, antisociale, che dorme su un autobus nella prateria o in un vicolo della metropoli? Si è estinta l’idea violenta e solipsistica di libertà, e le piazzate scandalose di Iggy Pop ora le fa il Kennedy ministro
4 LUG 26

Questo articolo è stato pubblicato sul Foglio Review n 49, in edicola dall'ultimo sabato di febbraio 2026
Un uomo di cinquant’anni in giacca e camicia siede al bancone di un bar con un bicchiere di scotch in una mano grossa e callosa e tiene gli occhi su una partita di pallacanestro mentre mi parla di un artista suo amico appena morto. Fuori, cantieri illuminati, operai, taxi, zone buie attraversate da binari.
Ha gli occhi cisposi, grandi e dolci, pochi capelli che si aggrappano alle pareti di un cranio ogni anno più grosso e deforme. Sempre una smorfia sul viso a metà fra l’incomprensione e la gentilezza. Non biascica troppo. Non so come parla normalmente, non ricordo di averlo mai visto in altri con testi che non fossero un bar lungo una strada vuota, che si svuota un’ora dopo l’al tra; poi chiede a me e all’altra persona rimasta con me, una persona amica o che lo ammira, se vogliamo continuare in un altro bar, o a casa di qualcuno.
Non dirò che lavoro fa. A detta di tutte le persone che frequento in quella città americana, lui è uno dei migliori nel suo campo, che è un campo creativo o artistico. Non è riuscito a farci dei soldi perché ragiona solo un lavoro per volta, senza strategie, e infatti gli viene tutto molto bene. È famoso ma è povero. Improvvisamente a volte ha in tasca un rotolo di banconote di un lavoro in nero. Se ha casa me la offre se vengo in città, poi quando gli dico che sto arrivando l’ha già persa e passerà un mese in est Europa nel paese da cui viene la famiglia. A volte si sposta da un albergo all’altro, si presenta al bar con due valigie che deve poi portare da un’altra parte solo per quella notte o per una settimana. Guardando la partita con il mento all’insù e i gomiti sul tavolo racconta dell’europea che gli ha mangiato il cuore poche settimane prima di sposarsi con un altro, e di un artista alcolizzato senza talento che era finito per strada in un’altra città e ora in clinica (io quel ragazzo non lo vedo da quindici anni, da quando viveva con una ragazza ricca). Non litiga con gli amici, ma certi amici in carriera gli si allontanano o avvicinano secondo l’equilibrio delle loro paure. È uno dei pochissimi americani che conosco che invece di diventare un adulto sposato e responsabile continua a vivere di niente. È venerato dalle persone giovani appena arrivate in città. Un ventenne, una ventenne possono vedere incarnata la loro vocazione sedendosi con lui al bancone, o accelerando il passo tra i semafori pedonali nella notte, dietro alla sua lunga falcata. Un angelo moribondo pieno di energie, che a volte trema, ipnotizzato dalla partita di pallacanestro che all’una di notte ancora non finisce, bustine di coca in tasca, e un lavoro appena consegnato al committente prima di uscire per venire a bere con noi, un lavoro che quando vedrà la luce riempirà di ardore i cuori di ragazze e ragazzi che ancora non sanno se, diversamente dal loro eroe senza macchia né paura, loro a trenta cinque anni andranno a vivere un po’ lontano dal centro con una persona seria e un impiego stabile per farsi un rifugio, altri menti l’America li spazzerà via con i suoi avvocati, i suoi piani regolatori, le tasse, le prigioni private, la sanità privata, il giudizio della gente.
Il vagabondo americano è sempre stato una parte importante della mia mitologia. Il ragazzo perduto che dorme su un autobus in mezzo alle praterie, una macchina parcheggiata nel deserto, un artista nascosto in un vicolo, sotto una scala antincendio, a fare cose illegali. Persone che hanno vissuto per me un’idea violenta di libertà.
Non mi sono mai chiesto perché. È sempre stato un mito intuitivo, evocato soprattutto da certi film, romanzi e ascolti, che l’hanno rinnovato anche man mano che lasciavo la giovinezza. Ma l’altro giorno mi sono messo a leggere una lunghissima biografia di Lou Reed (Lou Reed: il re di New York, minimum fax) e mi sono accorto che invece mi sembrava una cosa lontana, che non esisteva più. Lou Reed prima ha fon dato i Velvet Underground, poi ha avuto una carriera solista che assomiglia alla vita del mio amico del bar – discontinua, biascicata, la ricerca di una verità personale impossibile da sistematizzare; è stato pupillo di Warhol e teppista fluido, ha inventato l’art rock. Leggendo la sua vita nei dettagli, mi sono chiesto se fosse solo un mio problema di prospettiva o se gli Stati Uniti non stessero più producendo altre versioni di quel mito. Il fattone al centro di Una battaglia dopo l’altra, interpretato da Leonardo DiCaprio, non ha la gravitas del personaggio da cui è tratto, il protagonista di Vineland di Thomas Pynchon. Infatti Paul Thomas Anderson riesce a cucirgli addosso un finale buono buono, da padre riformato, aspirante middle-class. Leggendo le disavventure artistiche sessuali chimiche e biografiche di Lou Reed ho pensato che gli Stati Uniti per me sono una fantasia europea, il proiettore delle nostre fantasie, e senza i vagabondi l’America non è più la stessa cosa, perde molto del suo significato.
Dov’è finito quell’immaginario? E soprattutto, che cos’è? A un rapido calcolo, mi viene in mente per primo Iggy Pop, ragazzo forastico, cresciuto batterista, che canta a torso nudo a Detroit e inventa il punk molti anni prima con gli Stooges. Un’altra parte di questo mito è Elliot Gould che fa l’investigatore Marlowe ma in una L. A. anni Set tanta (per Robert Altman, nel Lungo addio), per poi perdere l’anima in Centro America. C’è David Crosby che guida la moto nel de serto, e che fa i cori nei dischi dei Byrds e poi di Csny. C’è la frontiera di I cancelli del cielo di Michael Cimino, l’Ottocento mitico, e sembrano presi da lì, ma vivono la seconda metà del Novecento, gli anziani che hanno visto Dio nei film di David Lynch. C’è Bob Dylan dopo l’incidente (forse inventato) in motocicletta, la sua scusa per cambiare vita: dopo i quarant’anni diventerà uno spostato che gira per Los Angeles guidando il suo van. Dylan che non avrà mai una vita civile, e vagherà per sempre per sfuggire alla pena della sua fama degli anni Sessanta. Stesso tema dei dischi della No Wave newyorchese, giovani ispirati e impettiti che vagano per lo stesso Lower East Side di Lou Reed, stesso tema per i film di Jim Jarmusch – i suoi personaggi si perdono lungo i binari dei treni. Per me sono stati fondamentali anche i ritiri a Key West di Hemingway, le tristissime caccie al piacere di Fitzgerald, il bisogno di illuminazione di Burroughs e Ginsberg, lo scrittore punk warholiano Gary Indiana (conosciuto una notte al bar con il mio amico), i racconti di Denis Johnson, i ragazzi in fuga in “USA” di John Dos Passos, gli uomini che guidano nel deserto in cerca del sublime in Don DeLillo.
Forse è finito con Kurt Cobain che invece di diventare vagabondo vuole essere la più grande rockstar del mondo. Quell’ambizione non era esattamente la stessa dei drifter anche se lui lo era. Da lì in pochi anni arriva non per caso il rock algoritmico e archivi stico di Strokes e White Stripes; non so, non ho le prove, ma è come se fosse diventato impossibile per la società dare uno spazio mitologico al drifter.
Nella biografia di Lou Reed senti com’è la vita di una persona che può sbagliare a ripetizione, un disco improvvisato dopo l’altro, in cerca della propria voce. Sbagliare è la cosa che il risveglio nel Ventunesimo se colo ci ha detto che non possiamo più fare. Può sbagliare solo l’economia, non gli individui. Noi dobbiamo fare solo mosse calco late, e forse l’America non può più esaltare i casi umani che sono questi vagabondi. 250 anni dopo la sua fondazione, perderanno questo carattere? Diventeranno dei banali Stati Uniti?
Forse il vagabondo americano è il vagabondo perfetto perché è un uomo che affonda in un certo tipo di libertà estrema come reazione all’èra industriale. Perciò si comincia con i cowboy e si finisce con gli artisti poveri. È un erede dell’eremita? In effetti la sua qualità è sparire e riapparire (altrove). Che sia lungo una strada dritta che attraversa deserti e pianure o, all’opposto, uno che sa apparire e scomparire tra un vicolo e l’altro di metropoli impenetrabili, quest’uomo fa una rinuncia fondamentale al lavoro di coordinamento e di autoanalisi e autocontrollo della società iperorganizzata che viene da Napoleone e poi dall’industria. È irrazionalista. Quel che fa è un insieme di rinunce e di piaceri – digiuno e orgasmo.
Il vagabondo comunque è un uomo bianco, spesso di origine europea, come Lou Reed, e come il mio amico del bar. L’America è sempre un uomo che scappa da una cultura troppo compiuta e cerca di aprire uno squarcio. Perdersi, non caricarsi del fardello del l’uomo bianco.
Il vagabondo comunque è un uomo bianco, spesso di origine europea, come Lou Reed, e come il mio amico del bar. L’America è sempre un uomo che scappa da una cultura troppo compiuta e cerca di aprire uno squarcio. Perdersi, non caricarsi del fardello del l’uomo bianco.
Non è una donna, perché è un mito di smaccata indipendenza e autonomia, con rischio fisico moderato (a parte quello di autodistruggersi). È una fantasia maschile. Essere liberi, non dipendere da nessuno, non avere nessuno con sé. Saltare dai treni. Vivere con il minimo necessario. Non rischiare l’incolumità né nei grandi spazi aperti né nei bassifondi. È chiaramente un mito della non dipendenza, della non relazione. (Forse proprio per mostrarne questo paradosso, Thelma e Louise mise un ragazzo perduto come Brad Pitt a fare da feticcio alle due eroine).
Forse è finito anche per questo? Se da una parte non c’è più spazio per l’errore, nel racconto che l’America fa di sé, e l’individuo deve performare, dall’altra quell’immagine dell’uomo che sopravvive nei bassifondi o negli spazi aperti è solipsistica. Forse abbiamo superato il bisogno di questo mito.
C’è in ballo qualcosa. La non relazione come unica speranza di avere un’individualità in una società altamente organizzata; ma al tempo stesso, ennesima versione del l’individualismo, forse del solipsismo, del narcisismo.
Una sera a Roma in un bar all’angolo di una strada, un rifugio di persone che fanno lavoretti e seguono scene musicali sotterranee, un posto di scappati di casa, ho chiesto a un’amica dj se nel Ventunesimo secolo c’è stato qualche drifter americano significativo. Mi ha fatto due nomi: Lana Del Rey e Anthony Bourdain.
Del Rey. Una donna, manipolatrice del l’immaginario californiano. Una donna giovane, rifatta, che allude al fascino delle dive del noir, racconta di fidanzati ragazzoni vitelloni seppelliti sui divani con i videogiochi, parla di violenza e di idillio americano, di amori decadenti. Una donna che appare e scompare, ma che non sfugge alla comunicazione di massa, si racconta, si racconta perfino come figlia di, come donna bene stante che vive come fosse postuma di se stessa. Canta l’amore con l’uomo della sua vita come fossero Polaroid del passato felice di una coppia morta tragicamente (“Norman Rockwell”). Un artista drifter oggi deve per forza comunicare e ragionare sul comuni care? Può mantenere il mistero? Il mistero è dissolto dalla comunicazione?
Bourdain. Mi ha stupito sentirle parlare di uno chef e di un personaggio televisivo. Due categorie che il Novecento non considerava parte dell’immaginario di libertà. Lei ha ribattuto che si è suicidato, era de presso, viaggiava sempre, andava alla de riva, si drogava, era pieno di amici. Viveva la vita dalle cucine e dai tavolacci, dai car retti di cibo di strada, dagli amici che ti por tano in giro a ubriacarti e mangiare, dove ogni pasto sembra fatto per assorbire l’alcol nel corpo. È vero che Bourdain assomiglia al mio amico del bar. Ed è vero che le sue trasmissioni, viste oggi, hanno qualcosa di candido, di non disperatamente autopubblicitario, come se in tv cercasse di tradurre un’esperienza sua della vita che avveniva da qualche altra parte, anche se le telecamere la stavano riprendendo proprio lì da vanti a quella taqueria a Città del Messico. A fronte di questi nomi, mi è venuto in mente RFK: il Kennedy che si occupa di eli minare i vaccini dalla salute americana, che scrive poesie sull’orgasmo all’amante, con la voce da cantante confidenziale di un film dell’orrore, è andato al podcast di Theo Von, un comico candido e spiazzante amato da un pubblico di destra. Parlando di malattie, RFK ha detto a Theo Von: «Non ho paura dei germi. Pippavo cocaina sulle tazze del water». Le piazzate scandalose che prima faceva Iggy Pop ora le fa un segretario alla Sanità.
Dicevo che è un mito di un uomo libero, in qualche modo antisociale, e penso che, in questo secolo, a sinistra, diciamo così, non si sono più canonizzati personaggi antisociali. Irrazionali. A destra, cioè nella destra alternativa, quella che ha creato la do manda di un politico come Trump, quell’irrazionalismo antisociale ha trovato lo sfogo che a sinistra non si accetta più. È un fatto della Storia. Si è scoperto che un certo spirito del rock and roll o della frontiera era intrinsecamente da maschio bianco, e ora, dove prima c’era il rito dionisiaco di un Iggy Pop che a torso nudo, contorcendosi attorno all’asta, ci faceva scoprire i nostri desideri più bradi, che noi poi chissà come riuscivamo a combinare con altri desideri, come quello di giustizia, adesso quella forza bruta l’America sembra scatenarla solamente nell’atteggiamento distruttivo della destra che chiede all’irrazionalismo la fine dei cosiddetti doveri della civiltà.