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Ucraini e polacchi, il nemico è un altro
L'appello di cardinali e vescovi per disarmare il linguaggio che sta minando le relazioni tra Varsavia e Kyiv facendo involontariamente il gioco di Putin: “Imparate da Wojtyla”
1 LUG 26

Foto Ansa
Si appellano a san Giovanni Paolo II i firmatari dell’appello (tre cardinali polacchi e uno ucraino, nonché l’arcivescovo greco-cattolico di Kyiv, Shevchuk) in cui chiedono il “disarmo del linguaggio” che sta minando le relazioni tra la Polonia e l’Ucraina, facendo involontariamente il gioco del nemico comune: la Russia di Vladimir Putin che guarda ingolosita gli screzi al di là dei suoi vicini confini. “Con dolore osserviamo la crescita della tensione reciproca e il riaffiorare dei sentimenti di ostilità tra polacchi e ucraini. Ancora più doloroso è il fatto che ciò accade mentre l’Ucraina continua a sperimentare gli orrori della guerra e la Polonia ha dimostrato negli ultimi anni grande solidarietà con milioni di sorelle e fratelli ucraini”. Tutto questo è ancor più doloroso “nel momento in cui i cattolici ucraini celebrano il venticinquesimo anniversario dello storico viaggio in Ucraina del Papa che era polacco”.
Ed è proprio alle parole che Karol Wojtyla pronunciò nel 2003, in occasione del sessantesimo anniversario di quelli che egli stesso definì gli eventi tragici della Volinia che si rifanno i presuli firmatari. Diceva il Pontefice già arcivescovo di Cracovia che “il nuovo millennio, da poco iniziato, esige che ucraini e polacchi non restino prigionieri delle loro tristi memorie, ma, considerando gli eventi passati con uno spirito nuovo, si guardino l’un l’altro con occhi riconciliati, impegnandosi a edificare un futuro migliore per tutti”. Mettersi il passato alle spalle, insomma, anche se doloroso, e guardare avanti. “Troppe cose uniscono i nostri popoli perché ci potessimo permettere che la comune eredità vada dispersa. Imponendo agli altri una visione particolare del passato e del futuro, ci arrendiamo alla cultura della violenza e della forza che oggi domina”. Il mondo è già complicato: non è il caso di litigare per qualche onorificenza data, ricevuta e ritirata.