A Washington non va bene che Machado voglia tornare in Venezuela. Il piano da rivedere

Dopo il terremoto, la leader dell’opposizione annuncia il rientro in Venezuela. Gli Stati Uniti temono che la mossa complichi il piano di transizione dopo la cattura di Maduro


29 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 17:35
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María Corina Machado (foto Ansa)

María Corina Machado ha annunciato il suo imminente ritorno in Venezuela, aprendo uno scenario che forse a Donald Trump non garba troppo. Ma anche il regime venezuelano potrebbe cercare di capitalizzare la crisi in corso per perpetuarsi al potere, e per esempio l’emergenza dovuta al terremoto devastante che ha colpito il paese gli permette ora di ignorare la scadenza del 2 luglio in cui in teoria, ai sensi della Costituzione venezuelana, avrebbe dovuto aver termine la gestione ad interim del potere, dopo la cattura a gennaio di Nicolás Maduro con un blitz americano. Una delle principali priorità della presidente ad interim Delcy Rodríguez dall’inizio della crisi è stata non a caso quella di rispondere a ciascuno dei messaggi internazionali, cercando una legittimità che andasse oltre le decisioni di Washington. 
Il tentativo della Nobel per la Pace appare dunque in qualche modo obbligato. La leader dell’opposizione venezuelana ha annunciato su Fox News il suo “pronto ritorno” a causa dell’emergenza nazionale, e ha insistito sul fatto che la sua priorità “è salvare vite umane e sostenere le famiglie colpite”. “E’ arrivato il momento. Tornerò in Venezuela molto presto”, ha detto, e ancora: “E’ mio dovere stare con il mio popolo”. Secondo Bloomberg, Machado avrebbe addirittura tentato di tornare subito dopo il terremoto, percorrendo lo stesso tragitto usato l’anno scorso per lasciare il suo nascondiglio clandestino e partecipare alla cerimonia di consegna del premio Nobel per la Pace a Oslo. Allora, però, gli Stati Uniti l’avevano aiutata. Questa volta invece Washington avrebbe esercitato pressioni non solo sul team della leader dell’opposizione, ma anche sul governo chavista e sulle autorità di Curaçao, per impedirne il ritorno. La leader dell’opposizione non possiede un passaporto e ha bisogno di un’autorizzazione consolare per viaggiare. Il New York Times ha citato due funzionari della Casa Bianca secondo cui le autorità statunitensi si dicono “frustrate” dalla richiesta di aiuto di Machado per facilitare il proprio ritorno in Venezuela dopo i due terremoti. Hanno dichiarato che le ripetute richieste di Machado erano inopportune, e un funzionario le ha definite una “manovra politica”.
L’entità della catastrofe e l’assoluta inefficienza dimostrata dal potere venezuelano per affrontarla, però, non potranno non costringere l’Amministrazione Trump a rivedere la strategia in tre fasi cui aveva pensato: stabilizzazione, ripresa, transizione alla democrazia con elezioni entro la fine del 2027. Da Delcy Rodríguez, duramente contestata quando ha provato a presentarsi in mezzo alle macerie, ai militari, ai quali è stato detto dai venezuelani che scavano a mani nude per tirare fuori i corpi dalle macerie: “Posate i fucili e prendete le pale”, l’irritazione popolare sta montando. Un sondaggio ha appena indicato che meno del 30 per cento dei venezuelani si fida delle Forze armate, un’istituzione che il regime chavista ha messo a gestire praticamente tutto, e su tutto sta accumulando un disastro dopo l’altro. Dalla distruzione della società petrolifera di stato Pdvsa alla lentezza nel rispondere al terremoto, passando per la stessa incapacità di difendere il presidente Maduro dal raid americano. María Corina Machado continua a essere in testa nei sondaggi, ma sente sempre più forte l’esigenza di mantenere un legame con i venezuelani.
Quanto a Donald Trump, il presidente americano ha forse qualche ragione nel sostenere che la pur avventurosa gestione del dossier venezuelano è stata finora un successo. Il presidente americano cerca di dire che anche l’Iran si sta avviando su un percorso simile, ma la maggior parte dei critici può ammettere che è l’unico teatro su cui ha ottenuto qualcosa. Ma questo non gli impedisce di dire cose sconsiderate anche sul Venezuela. “Al di là di questo (il terremoto), (il Venezuela) è di nuovo un paese felice, le persone sono felici, ballano per strada. Le persone che lo governano stanno facendo un ottimo lavoro”, ha detto nel fine settimana alla conferenza della Faith & Freedom Coalition a Washington. Questo proprio mentre l’incaricato d’affari statunitense in Venezuela, John Barrett, dichiarava invece che “lo scenario è devastante”: “Ho visto con i miei occhi la portata di questo disastro”. Gli Stati Uniti hanno rafforzato il loro dispiegamento con l’invio di oltre 200 militari, elicotteri e aerei, oltre all’imminente arrivo di circa 130 marine al porto di La Guaira. In qualche modo, anche per gli Stati Uniti questo è un test, su come gestire gli aiuti internazionali dopo che Trump ha smantellato la storica agenzia UsAid. Infatti, questa operazione è ora gestita direttamente dal dipartimento di stato.