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Petrolio pigliatutto. Gli affari delle big oil nel Venezuela di Delcy Rodríguez
Caracas ubbidisce a Trump e richiama Eni, Repsol, Chevron e Fondo monetario internazionale. L’obiettivo è tornare sui mercati e rinviare la transizione democratica chiesta da María Corina Machado
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9 MAY 26

Delcy Rodriguez durante un incontro con il segretario agli interni statunitense Doug Burgum a Caracas (foto LaPresse)
Il petrolio logora chi non ce l’ha. Se invece sei alla guida del paese con le più grandi riserve di greggio al mondo, il petrolio può fare qualcosa di utile: comprare tempo. Delcy Rodríguez lo ha capito. Dopo la cacciata di Nicolás Maduro, la nuova padrona di Caracas sta usando i barili venezuelani come moneta politica con Washington. Non sfida gli Stati Uniti ma asseconda le loro richieste. Apre il paese alle big oil straniere, richiama il Fondo monetario internazionale, promette ordine e aumenta la produzione.
Il Venezuela torna così al centro del mercato petrolifero nel momento giusto. Nel suo ultimo rapporto sull’America latina, il Banco de Espana, la banca centrale spagnola, descrive una regione più robusta rispetto al passato, ma esposta al contraccolpo della crisi in Medio Oriente: valute sotto pressione, tassi in rapido rialzo e mercati nervosi. In questo scenario il petrolio divide vincitori e perdenti. Per chi lo importa è inflazione. Per chi lo esporta è ossigeno fiscale, valuta più forte, potere negoziale. Il Venezuela avrebbe tutto per stare tra i vincitori, ma deve prima risolvere il suo problema principale: il petrolio ce l’ha, ma ne estrae troppo poco. Anni di chavismo, sanzioni, disinvestimenti hanno portato al collasso della compagnia petrolifera pubblica Pdvsa. Per rimetterla in piedi servono capitali, tecnologia, garanzie di pagamento e soprattutto licenze per l’esportazione americane. Di qui la svolta di Delcy Rodríguez. Prima la riforma della legge sugli idrocarburi, con l’apertura ai privati e alle compagnie estere. Poi la nuova legge mineraria, pensata per attrarre investimenti stranieri. Il tutto condito dalla rinnovata simbologia: via i ritratti di Chávez e Maduro, ringraziamenti pubblici a Trump e Rubio.
I primi a rientrare sono gli europei. La compagnia petrolifera spagnola Repsol si prepara a riprendere il controllo operativo dei suoi asset venezuelani con un accordo che prevede pagamenti garantiti e un piano per triplicare la produzione in tre anni. Per l’azienda è un’occasione industriale. Per Rodríguez è una prova politica: mostrare che il Venezuela può tornare investibile, purché resti dentro il perimetro deciso da Washington. Lo stesso vale per Eni. L’intesa con Pdvsa per riattivare Junín-5, nella cintura dell’Orinoco, riguarda uno dei giacimenti più rilevanti del paese: circa 35 miliardi di barili stimati. La joint venture resta formalmente venezuelana, con la compagnia nazionale al 60 per cento ed Eni al 40. Ma il senso è cambiato. Prima c’erano blocco, sanzioni e dispute sui pagamenti. Ora c’è una riapertura controllata dove Eni porta competenze e tecnologia. Caracas conserva la bandiera. Gli Stati Uniti tengono il telecomando.
Anche Chevron si è rimessa in movimento. La major statunitense punta ad aumentare del 50 per cento il suo output nei prossimi 18-24 mesi. Caracas, intanto, vuole portare l’estrazione nazionale da 1,1 a 1,37 milioni di barili al giorno entro fine anno. E la cura sta già avendo effetto: le esportazioni sono risalite e ad aprile hanno raggiunto 1,23 milioni di barili al giorno, il livello più alto dal 2018.
Anche Chevron si è rimessa in movimento. La major statunitense punta ad aumentare del 50 per cento il suo output nei prossimi 18-24 mesi. Caracas, intanto, vuole portare l’estrazione nazionale da 1,1 a 1,37 milioni di barili al giorno entro fine anno. E la cura sta già avendo effetto: le esportazioni sono risalite e ad aprile hanno raggiunto 1,23 milioni di barili al giorno, il livello più alto dal 2018.

Se il petrolio è il primo canale della normalizzazione, il secondo passa dal Fondo monetario internazionale. Perché riaprire i pozzi non basta: il Venezuela deve anche tornare credibile davanti ai mercati, ai creditori e alle istituzioni internazionali. Un report di Barclays invita però a non scambiare la ripresa dei rapporti con il Fmi per una soluzione immediata. Caracas può ambire a 5 miliardi di dollari in diritti speciali di prelievo, cioè riserve del Fmi che il Venezuela non aveva potuto usare negli anni dell’isolamento. Può anche ottenere una nuova consultazione ex articolo IV, il controllo periodico con cui il Fondo esamina i conti di un paese.
Per Caracas servirebbe a ricostruire numeri credibili sull’economia dopo anni di opacità e a preparare un eventuale programma di aiuti. In altre parole, prima di tornare a ricevere fiducia, il Venezuela deve farsi misurare dal Fmi. Anche sul debito pubblico Barclays frena gli entusiasmi. Se arriverà un programma del Fondo monetario, la ristrutturazione non diventerà più rapida. Potrebbe anzi essere più lenta e durare due o tre anni perché prima si dovrà stabilire quanta parte del debito pubblico sia davvero sostenibile. Inoltre i 5 miliardi, se sbloccati, non sarebbero soldi da spendere in libertà. Con ogni probabilità verrebbero controllati e usati per pagare vecchie passività verso altre istituzioni multilaterali. Anche qui vale la stessa regola usata con il petrolio: aiuto sì, autonomia no.
Per Caracas servirebbe a ricostruire numeri credibili sull’economia dopo anni di opacità e a preparare un eventuale programma di aiuti. In altre parole, prima di tornare a ricevere fiducia, il Venezuela deve farsi misurare dal Fmi. Anche sul debito pubblico Barclays frena gli entusiasmi. Se arriverà un programma del Fondo monetario, la ristrutturazione non diventerà più rapida. Potrebbe anzi essere più lenta e durare due o tre anni perché prima si dovrà stabilire quanta parte del debito pubblico sia davvero sostenibile. Inoltre i 5 miliardi, se sbloccati, non sarebbero soldi da spendere in libertà. Con ogni probabilità verrebbero controllati e usati per pagare vecchie passività verso altre istituzioni multilaterali. Anche qui vale la stessa regola usata con il petrolio: aiuto sì, autonomia no.
La sostituzione al vertice della Banca centrale va letta nello stesso schema. L’uscita di Laura Guerra, ex cognata di Maduro, serve a mandare un segnale a Washington, al Fmi e ai mercati. Con un’inflazione oltre il 600 per cento, il Venezuela deve mostrare di voler tornare a una politica economica meno arbitraria. È il minimo necessario per farsi riammettere nel sistema.
La scommessa della presidente ad interim è tutta qui. Più petrolio esce dal paese, più tempo resta a Caracas. Più il Fmi rientra in partita, più la transizione diventa un processo da gestire e non un voto da convocare presto come vorrebbe María Corina Machado, la leader dell’opposizione democratica venezuelana. Insomma Delcy Rodríguez, che ha lontane origini italiane, sta smontando il chavismo a rate, con lentezza. Forse sa che è meglio tirare a campare che tirare le cuoia.
La scommessa della presidente ad interim è tutta qui. Più petrolio esce dal paese, più tempo resta a Caracas. Più il Fmi rientra in partita, più la transizione diventa un processo da gestire e non un voto da convocare presto come vorrebbe María Corina Machado, la leader dell’opposizione democratica venezuelana. Insomma Delcy Rodríguez, che ha lontane origini italiane, sta smontando il chavismo a rate, con lentezza. Forse sa che è meglio tirare a campare che tirare le cuoia.
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