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L’instabilità è l’effetto del divorzio dall’Ue. Dieci errori che Andy Burnham può evitare
Dal tono realistico e ottimista, fino alle prestazioni in Parlamento. Qualche lezione che il successore di Starmer dovrà tenere a mente
24 GIU 26

Foto ANSA
22 giugno 2026: è il giorno in cui Keir Starmer, premier britannico, ha annunciato le sue dimissioni da primo ministro.
23 giugno 2016: è il giorno in cui il Regno Unito ha votato per lasciare l’Unione europea. Dieci anni meno un giorno.
David Cameron. Theresa May. Boris Johnson. Liz Truss. Rishi Sunak. Keir Starmer. E ora Andy Burnham. Dieci anni. Sette premier. Sono il solo a pensare che ci sia un legame tra queste due date? Buon compleanno, Brexit. Eravamo abituati a ridere dell’Italia quando cambiava presidenti del Consiglio a ripetizione – sei tra l’ultimo mandato di Silvio Berlusconi, terminato nel 2008, e Giorgia Meloni. Con Meloni che si avvicina a quattro anni di governo, bisogna risalire a David Cameron per trovare un premier britannico che sia rimasto in carica tanto a lungo.
Durante il mandato di Margaret Thatcher, sono passati addirittura dieci presidenti del Consiglio italiani, punti bonus per chiunque si ricordi di Amintore Fanfani, Giovanni Goria o Ciriaco De Mita. No? Nemmeno io.
Allora perché, al di là della mia autodichiarata sindrome da Brexit derangement, faccio un collegamento tra la Brexit e questo lungo e crescente elenco di occupanti del numero 10 di Downing Street? La risposta è: perché la Brexit non ci ha soltanto indeboliti economicamente, ci ha indeboliti anche politicamente. E ognuno di quei nomi sulla lista, eccetto Cameron, che ha abbandonato il campo quando la sua disastrosa decisione di indire il referendum gli si è ritorta contro, ha fallito in parte per non aver saputo ammettere la verità sulla Brexit e mettere il paese di fronte ai danni che ha provocato.
Che fossero sostenitori della Brexit come Johnson e Sunak – Johnson con la sua retorica pomposa sulla Global Britain, Sunak con il suo managerialismo tecnocratico – o riluttanti come May e Starmer, con i suoi slogan “Brexit means Brexit” e “Make Brexit Work”, erano tutti fantini che frustavano un cavallo morto.
Ora, non da ultimo per via del collegio elettorale di Makerfield, favorevole al leave, in cui ha vinto l’elezione suppletiva che ha messo fine al governo Starmer, è probabile che Andy Burnham si stabilizzerà su formule simili, accantonando i suoi precedenti commenti sulla necessità di un rientro nell’Ue, e spingerà il paese a concentrarsi su altre questioni. Non fraintendetemi. Non sto dicendo che la Brexit sia l’unica o anche solo la principale ragione per cui Keir Starmer è passato da una vittoria schiacciante alle dimissioni in meno di due anni. Ma sto dicendo che è una delle ragioni per cui il paese, la nostra politica e la nostra reputazione nel mondo si trovano nel caos in cui si trovano.
A onor del vero, va detto che Starmer ha lavorato duramente, e con un certo successo, per riparare il danno alla nostra reputazione di paese serio sul fronte della politica estera. Diversi capi di stato e di governo con cui ho parlato nelle ultime settimane semplicemente non riuscivano a capire perché la sua posizione fosse diventata tanto difficile, e perché i suoi indici di gradimento fossero tanto bassi. Ma lo erano, e poi sono arrivati numeri che hanno parlato molto più forte dei sondaggi – i voti reali in urne reali, che hanno dimostrato che Burnham riusciva a fare qualcosa che pochi altri politici laburisti sembravano in grado di fare: fermare l’avanzata di Reform Uk.
E’ una fine brutale per un mandato breve, che era partito molto bene, con una maggioranza di 174 seggi. Starmer passerà senza dubbio il resto della vita a chiedersi come sia passato da quel punto a quello in cui si trova ora, e forse anche Andy Burnham dovrebbe dedicare questo tempo prima di assumere l’incarico a riflettere sulla stessa domanda, per evitare di ripetere alcuni degli stessi errori:
1. Le prime impressioni contano. I primi giorni, persino le prime ore, sono fondamentali. L’attenzione del pubblico è al massimo. La chiarezza del progetto deve essere forte. Il tono deve essere realistico, ma anche ottimista.
2. Le prime decisioni contano. I governi tendono a essere ricordati per le grandi cose che vanno bene e per le grandi cose che vanno male. Il fatto che il taglio al bonus per il riscaldamento invernale sia diventato il cambiamento politico che ha definito il primo anno di mandato di Starmer suggerisce che non si stavano prendendo decisioni sufficientemente rilevanti e coraggiose altrove.
3. La strategia conta ancora di più. Tutti i leader e i governi di successo hanno una strategia chiara e convincente, comprensibile in tutto Westminster e Whitehall, e dal pubblico in generale. Le decisioni prese dal governo devono raccontare una storia che parli all’umore del pubblico e all’interesse nazionale.
4. I parlamentari contano. 411 deputati laburisti sono stati eletti nell’onda della vittoria schiacciante di Starmer. Naturalmente, gran parte del merito per la loro elezione va a lui. Ma i parlamentari non devono essere dati per scontati. Troppi hanno cominciato a sentirsi non rispettati e ignorati. Burnham deve trovare il modo di assicurarsi che non siano semplicemente carne da cannone per i voti di partito.
5. I ministri contano. Le nomine chiave nel governo dovrebbero andare ai talenti più forti, e le altre nomine dovrebbero essere fatte per merito, ma riflettendo le diverse correnti politiche all’interno del gruppo parlamentare laburista.
6. I consiglieri contano. Starmer si è affidato troppo a un’unica linea di consulenza, quella di Morgan McSweeney, i cui talenti nella gestione di una campagna dall’opposizione non si sono tradotti bene una volta al governo.
7. Il giudizio politico conta ancora di più. Starmer ha esternalizzato troppe decisioni, non da ultimo quelle relative al personale. E’ una delle tragedie del suo mandato, per esempio, che il suo istinto non fosse quello di inviare Peter Mandelson a fare l’ambasciatore negli Stati Uniti. E’ stato convinto a fare il contrario, e da quella scelta è derivato molto danno politico. I leader devono ascoltare una varietà di consigli, ma in definitiva devono affidarsi al proprio giudizio per le decisioni più importanti o rischiose.
8. Le prestazioni in Parlamento contano. Starmer è migliorato col tempo dai banchi del governo, ma non ha mai dato davvero l’impressione di essere a suo agio e in controllo. Sarà interessante vedere se la determinazione di Burnham nell’evitare il tribalismo sopravviverà al calore della serra parlamentare.
9. I discorsi e lo stile oratorio contano. Gran parte della leadership moderna si riduce a cosa dici, come lo dici, e all’impressione che lasci nelle persone.
10. I media contano. Il panorama mediatico è cambiato fino a diventare irriconoscibile. Starmer non è mai sembrato a suo agio con questa parte del lavoro, ma bisogna dominare i media secondo i propri termini.
Alastair Campbell
Ex spin doctor di Tony Blair, oggi conduce assieme a Rory Stewart il popolarissimo podcast “The Rest is Politcs”. Questo articolo è uscito originariamente su New World.
