L’Europa chiude gli occhi sulla lotta degli iraniani, ci dice la Nobel per la Pace Shirin Ebadi

“Nessuno salverà i persiani dal regime”. Dall’esilio, la dissidente iraniana vede indebolita la teocrazia ma esclude aiuti esterni e accusa l’Europa di aver sacrificato i diritti umani ai propri interessi: “Il cambiamento verrà dagli iraniani. La protesta tornerà nelle piazze”. E sul futuro del paese: “Non sarò io a guidarlo”

24 GIU 26
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La Nobel per la Pace Shirin Ebadi al festival digitale internazionale 4Gamechangers 2023 di Vienna (Foto di Heinz-Peter Bader/Getty Images)

Berlino. L’ondata di calore sull’Europa occidentale non risparmia il premio Nobel per la Pace del 2003, l’avvocatessa iraniana Shirin Ebadi, che risponde in videoconferenza alle domande del Foglio e dell’Ansa. 79 anni portati con molta eleganza, diventata un simbolo dell’opposizione al regime khomeinista, Ebadi ha i capelli appena mossi da un ventilatore che resta fuori dallo schermo. L’intervista parte dal memorandum di intesa che l’Iran e gli Stati Uniti stanno perfezionando in Svizzera. A sorpresa, Ebadi non respinge tutto il testo. “A mio avviso il punto importante e positivo di questo accordo è che non ci saranno più bombardamenti sugli iraniani e questo mi rende felice”. Dal suo esilio europeo, una nota di solidarietà non scontata con il proprio popolo che in pochi mesi ha subìto prima una sanguinosa repressione scatenata dal regime degli ayatollah e poi una guerra non risolutiva. Ebadi non critica la Casa Bianca per gli accordi con Teheran, tanto più, osserva, che se tanti punti dell’intesa sono a favore degli iraniani “questo non significa che il regime sia più forte”. Anzi, l’apparato della repressione oggi è più debole rispetto all’inizio della guerra, osserva. Però aggiunge di “non capire perché il destino del popolo iraniano debba essere legato a quello degli Hezbollah del Libano, un gruppo che gli Stati Uniti aveva dichiarato come terroristico in passato”. L’incomprensione dura solo un momento: alla più famosa dissidente iraniana è ben chiaro come nell’assicurare che gli aiuti “erano in arrivo”, Donald Trump non si era impegnato a rovesciare la teocrazia “e quando sarà necessario gli iraniani scenderanno di nuovo in piazza per protestare contro il regime”.
L’aiuto, dunque, non arriverà dall’esterno e di certo non dall’Europa, prosegue, ricordando come il Vecchio continente “ha sempre chiuso gli occhi sulla lotta del popolo iraniano e ha pensato ai propri interessi”. Il premio Nobel pensa alla visita in Italia dieci anni fa dell’allora presidente iraniano Hassan Rohani, quando, per iniziativa del governo Renzi, le pudende di alcune statue dei Musei capitolini vennero nascoste “e questo solo per non urtare la suscettibilità del presidente della Repubblica islamica”. Lo stesso presidente durante il cui mandato, ricorda ancora Ebadi, un missile iraniano colpì un aereo ucraino con a bordo molti civili (176) che rimasero tutti uccisi. Difficile per i persiani alla ricerca della libertà guardare all’Europa con speranza: “Ogni paese europeo è sceso a compromessi facendosi ricattare dal regime iraniano” con il risultato di violare i diritti dei persiani. Il premio Nobel porta un altro esempio: anni fa fu arrestato in Belgio un diplomatico iraniano dotato di sostanze esplosive e intenzionato a far saltare in aria una riunione di alcuni dissidenti del regime iraniano in Belgio. Il diplomatico è stato poi condannato a 20 anni di carcere, ma una volta che la condanna è diventata definitiva “è stato subito scambiato con un cittadino europeo che era stato preso ostaggio in Iran dal regime”. E fatto ancora più frustrante, “una volta arrivato in Iran, questo terrorista, che si chiama Assadollah Assadi, ha potuto continuare il suo lavoro presso il ministero degli Esteri”.
Quello di Ebadi non è un lamento fine a sé stesso ma serve – spiega – a ribadire come il popolo iraniano abbia ormai capito che i governi stranieri non lo aiuteranno “e deve contare sulle proprie forze”. Sul ruolo di Reza Pahlavi, l’avvocato Ebadi non si limita a ribadire che il principe non si è mai candidato a fare lo scià e punta invece ad aiutare la transizione, ma sottolinea che nei 47 anni di regime “ci sono stati molti dissidenti all’interno dell’opposizione, ma nessuno si è candidato come opzione per guidare la transizione”. Il futuro è dunque un cambiamento, non importa se repubblica o monarchia, purché lontano dalla presa khomeinista. Ogni tanto qualcuno si domanda chi saranno i prossimi leader di una Persia uscita dall’incubo teocratico: in passato Katajun Amirpur, professoressa di Studi islamici all’Università di Colonia, ha suggerito che a guidare un nuovo Iran sia proprio lei, Shirin Ebadi. L’avvocato risponde seria, sul suo volto nessuno sorriso o segno di lusinga. “Il prossimo leader dell’Iran potrà essere una donna. Ma io non sono quella donna. Il mio mestiere è un altro. E il giorno in cui tornerò in Iran tornerò a fare l’avvocata, l’avvocata per i diritti umani”.