In questi mesi, purtroppo, Israele non è riuscito ad aiutare l’America a raggiungere gli obiettivi minimi che avrebbe potuto raggiungere, non riaprire Hormuz, ma distruggere le capacità militari iraniane e fermare il processo di arricchimento dell’uranio: per stessa ammissione dei negoziatori iraniani, il regime degli ayatollah prima dello scoppio della guerra controllava 460 chilogrammi di uranio arricchito al 60 per cento e con quella quantità avrebbe potuto costruire 11 bombe nucleari. Ma nonostante questo, nel futuro prossimo venturo,
Israele resta l’unico paese che può fare qualcosa per evitare che uno stato sponsor del terrorismo torni a esercitare la sua influenza in medio oriente, provando a rivitalizzare i suoi proxy, da Hezbollah agli houthi passando per le milizie sciite dell’Iraq, e per evitare che un regime islamista possa essere dotato in futuro di un’arma nucleare. Israele lo può fare grazie a tutto quello che spaventa l’occidente, ipocrita, pigro e autolesionista. Lo può fare grazie alla
superiorità aerea e alla sua intelligence. Lo può fare grazie alla precisione chirurgica con cui riesce a neutralizzare le minacce prima che si materializzino. Lo può fare perché sa come si combattono i proxy che agiscono ai confini con Israele. Lo può fare perché sa come si distruggono le infrastrutture delle milizie terroriste. E lo deve fare perché il jihad che tornerà a essere esportato nel mondo, dopo il deal con l’America, come ha ammesso due giorni fa Hassan Khomeini, nipote del fondatore del regime islamico, Ruhollah Mostafavi Musavi Khomeini, che ha salutato il memorandum d’intesa come una grande “vittoria” per Teheran promettendo che ora avrebbe avuto inizio il “grande jihad”, ha come obiettivo principale Israele. E solo Israele può avere interesse a combattere in modo diretto e indiretto una guerra dietro la quale c’è, come capita in Ucraina contro la Russia, non solo la difesa dei confini di un paese ma la difesa dei confini delle nostre democrazie.