Shalom, Dubai. Essere un’israeliana nella New York del medio oriente

Visitando gli Emirati si ha una sensazione di calderone di culture, di melting pot. Nella città emiratina non esiste la cancel culture contro gli israeliani, quella che dilaga in un occidente che, per una rinnovata forma di orientalismo, sta uccidendo ogni possibilità di dialogo

13 GIU 26
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Foto LaPresse

Esiste una Dubai che va oltre i selfie con il Burj Khalifa, l’architettura vertiginosa e i centri commerciali che sembrano città dentro città. E’ la Dubai che raccontano gli occhi degli israeliani che, dal primo istante in cui sono partiti i voli diretti da Tel Aviv ormai quasi sei anni fa, non hanno mai smesso di arrivare. Turismo, shopping, business e un continuo di delegazioni incentrate sul dialogo interreligioso e la cooperazione regionale a livello people-to-people. Quella pace calda che non si è mai concretizzata in quasi cinquant’anni di relazioni con l’Egitto, negli Emirati Arabi Uniti sembra aver trovato una sua dimensione. Le dinamiche mediorientali, che spesso si cerca di insabbiare tra le dune, finiscono sempre per essere raccontate dai cieli. E non solo per la concessione dello spazio aereo per offensive belliche: quasi duecento voli collegano settimanalmente Israele e gli Emirati; una tratta di tre ore, grazie al sorvolo del deserto arabico per gentile concessione dell’ancora ufficialmente nemica Riad.
La mia compagna di viaggio è Asmaa. Suo padre è nato a Gaza e ha sposato un’araba israeliana nei tempi in cui era una prassi di routine, frenata con la Seconda Intifada. Giriamo allo souk delle spezie a Deira, il quartiere storico da cui si è sviluppata la metropoli dei grattacieli che è oggi Dubai. L’unica cosa che cerco sono i tratti delle persone che incontriamo per indovinarne la provenienza, e lo zafferano che, si sa, è il settore per eccellenza dei commercianti iraniani. Il venditore ci chiede da dove veniamo. Mentre esito, in una sorta di istinto pavloviano generato dall’infinita serie di episodi di rifiuto su suolo europeo, Asmaa mi anticipa: “da Israele.” Il venditore si illumina. E’ di Shiraz. Strette di mano, sorrisi, parliamo della guerra, dei problemi che sta avendo con l’import dell’oro rosso per via del blocco di Hormuz. Poco dopo, per strada, un altro venditore, anche lui iraniano, ci sente parlare in ebraico e si fionda. Non vuole venderci qualcosa. Dice solo “Shalom Israel! Speriamo presto nella pace”. Al ristorante, il cameriere Moataz è siriano di Sweida, suo cugino è stato ucciso nei massacri del luglio scorso. La sua famiglia ha rapporti diretti con i drusi di Majdal Shams, nella parte israeliana delle Alture del Golan. Odia Jolani. Poco dopo, invece, usciamo con Ali, anche lui siriano, sunnita, di Idlib. Lui ripone fiducia nell’evoluzione dell’“ex jihadista in giacca e cravatta”, dice che è giusto dargli una chance, e ce l’ha con gli iraniani e i turchi prima di tutto.
Poco dopo, per strada, un altro venditore, anche lui iraniano, ci sente parlare in ebraico e si fionda. Non vuole venderci qualcosa. Dice solo “Shalom Israel! Speriamo presto nella pace”
In un mondo in cui le narrative dell’odio viaggiano alla velocità di un retweet, queste interazioni palpate con mano sono come una boccata d’aria quando senti che stai per soffocare. Non si è d’accordo su tutto, ma si può fare la più elementare delle azioni dimenticate da molti tra quanti si riempiono la bocca con la parola “pace”: parlare, confrontarsi, discutere. Negli Emirati non esiste la cancel culture contro gli israeliani, quella che dilaga in un occidente che, per una rinnovata forma di orientalismo, sta uccidendo ogni possibilità di dialogo. In questo senso, gli Emirati sono la vera New York del medio oriente, ben più di Tel Aviv che spesso ha ricevuto questo appellativo. Non per lo skyline o per le repliche del Louvre o del Guggenheim. Ma per quella sensazione di calderone di culture, di melting pot, come la descrisse Israel Zangwill nella sua omonima opera che racconta dell’emigrazione nella Grande Mela di una famiglia ebraica sopravvissuta al pogrom di Kishinev del 1903. E non per gli expat occidentali attratti dalle agevolazioni economiche che offre Dubai, ma per tutti i mediorientali in guerra tra loro i cui destini si incrociano qui. Un israeliano può interfacciarsi con libanesi, palestinesi, siriani, iraniani, iracheni, egiziani, pachistani, sauditi – un’interazione che in parte è forzata dalle regole ferree del paese che vieta il dissenso dalle posizioni della leadership. Sono regole di cui, chi decide di emigrare qui, è pienamente consapevole e non osa sfidare. E se tutti ti dicono “negli Emirati non si parla di politica”, a porte chiuse il dibattito è vivo, proficuo, pieno di spunti per capire se può esistere un’alternativa all’odio che parta dall’interazione umana, in un mondo dove ormai i social media hanno smesso di connettere, prediligendo le casse di risonanza e la polarizzazione.
In un mondo in cui le narrative dell’odio viaggiano alla velocità di un retweet, queste interazioni palpate con mano sono come una boccata d’aria quando senti che stai per soffocare
Mila Viskin, che importa e distribuisce prodotti israeliani negli Emirati – in particolare birra e vino kosher con tanto di etichette in ebraico esposte in alcuni bar con licenza a Dubai – mi dice che la guerra ha complicato solo la logistica, ma non il senso di appartenenza che la fa sentire in una seconda casa a Dubai negli ultimi sei anni. “E quando voglio fare uno shabbat in famiglia, prendo un volo, tre ore sono a Tel Aviv”. La comunità ebraica locale conta ormai circa settemila anime, una gran parte è anche israeliana. Il volume del commercio tra Israele e gli Emirati non è diminuito con la guerra e continua ad aggirarsi intorno ai 3 miliardi di dollari annui (servizi e settore militare esclusi). Con un’abra – l’imbarcazione tipica che significa “attraversare”, esattamente come la stessa etimologia di ivri, ebreo, con cui viene appellato Abramo dopo aver attraversato l’Eufrate verso la Terra di Canaan – passiamo all’altra sponda del Creek e arriviamo al museo “Crossroad of Civilizations” nel pittoresco quartiere Shindagha. Il museo è una piccola perla diventata meta di pellegrinaggio per le innumerevoli delegazioni incentrate sul dialogo ebraico-musulmano. Il suo fondatore, Ahmed Obaid AlMansoori, che ha una lunga carriera nelle istituzioni emiratine, è un visionario che ha iniziato a esporre reperti di patrimonio ebraico o legati alla storia del sionismo e d’Israele ben prima della firma degli Accordi di Abramo nel 2020. Il suo è il primo museo nel mondo arabo ad avere un padiglione dedicato alla Shoah. “All’epoca, alcuni si chiedevano perché. La mia risposta è semplice: la storia appartiene all’umanità, non alla politica. La comprensione inizia con la conoscenza: se conserviamo solo il patrimonio di chi ci assomiglia, allora non stiamo preservando la civiltà, ma solo noi stessi”, dice al Foglio AlMansoori. Lo incontro successivamente al convegno “Ambasciatori di coesistenza” ad Abu Dhabi, dove è indaffarato a esporre l’ultima sua acquisizione, un antifonario proveniente dalla Penisola Iberica del quattordicesimo secolo in cui sono inglobati testi liturgici delle Sacre Scritture. “Questo manoscritto è una testimonianza: riflette una tradizione intellettuale plasmata sull’incontro tra studiosi musulmani, cristiani ed ebrei, in un mondo in cui la conoscenza veniva condivisa, tradotta e diffusa. Non è un passato idealizzato; ci racconta cosa è ancora possibile oggi”, dice Mansoori, che ha appena ricevuto al museo diverse delegazioni arrivate per la terza convention annuale sul “Dialogo tra civiltà e la tolleranza”. Centinaia di partecipanti sono arrivati da Israele per fare network con i loro omologhi della regione: ci sono, tra gli altri, le “donne per il cambiamento”, i “leader religiosi per il dialogo”, “We are Mena”, un network di organizzazioni giovanili dal medio oriente e nord Africa.
Ad Abu Dhabi incontro anche Arad Sawat, rinomato produttore israeliano che sta lavorando a un progetto di documentazione di musulmani Giusti tra le Nazioni. Al museo di Mansoori, un pannello è dedicato al medico egiziano Mohamed Helmy che salvò una donna ebrea a Berlino durante la Shoah. Un’altra delegazione in loco è quella del “Jerusalem Interfaith Center”, che ha portato oltre trenta leader israeliani attivi nel campo della “diplomazia interreligiosa”. Tra loro, anche il Qadi Dr. Iyad Zahalka, presidente dei Tribunali della Sharia di Israele (l’equivalente delle corti rabbiniche che hanno competenza su materie di diritto civile in Israele). L’obiettivo di questo dialogo, che include esponenti religiosi dall’Indonesia al Libano passando per l’Iraq e i Paesi del Golfo, è elaborare un documento che possa costituire una sorta di “Nostra Aetate” ebraico-musulmana, mi racconta il rabbino Aharon Ariel Lavi, direttore del Centro. “Il nostro messaggio è evidenziare l’importanza della cooperazione tra le fedi abramitiche nella promozione della stabilità regionale, della moderazione e della resistenza all’estremismo religioso e politico”. Gli Emirati Arabi Uniti si sono rivelati un terreno fertile per costruire partnership in questa direzione.
L’obiettivo di questo dialogo, che include esponenti religiosi dall’Indonesia al Libano passando per l’Iraq e i Paesi del Golfo, è elaborare un documento che possa costituire una sorta di “Nostra Aetate” ebraico-musulmana
In una sfera parallela e complementare, Abu Dhabi è il principale paese donatore nella Striscia di Gaza, sia come aiuti umanitari, sia per gli sforzi di ricostruzione. Oltre a essere la casa di Mohammed Dahlan, l’arcirivale di Abu Mazen esiliato nel 2011 da Gaza, che oggi ha un ruolo di peso nei colloqui per il futuro della Striscia. Sono due percorsi – quello del sostegno concreto ai palestinesi e quello del rafforzamento del rapporto con gli israeliani – che al momento viaggiano su binari separati, ma che nella visione strategica emiratina, potrebbero trovare proprio nel paese del Golfo un punto di incontro. “Gli Accordi di Abramo sono pensati per creare legami tra persone, comunità e nazioni”, ha detto accogliendo la delegazione Ali Rashid Al Nuaimi, presidente della commissione esteri e difesa del Consiglio nazionale federale degli Emirati, nonché del Centro Manara per la coesistenza e il dialogo. “Purtroppo, alcune aree della nostra regione sono state strumentalizzate da forze che promuovono narrazioni di divisione, odio e sfiducia. Per questo motivo abbiamo bisogno di paladini della pace che costruiscano ponti e parlino pubblicamente e chiaramente dell’importanza di queste relazioni. Il legame tra gli Emirati Arabi Uniti e Israele è strategico, radicato non solo in mutui interessi, ma anche in una visione condivisa per un futuro migliore per la nostra regione. Dobbiamo continuare a rafforzare questa partnership per il bene delle generazioni future”. In questo senso, un ruolo chiave ha l’educazione. “La chiave per cambiare il medio oriente è l’istruzione, ed è per questo che abbiamo deciso di concentrarci su questo settore in modo strategico e scientifico”, ha aggiunto Firas Habal, presidente dell’Emirates Scholar Center che ha co-sponsorizzato la grande convention per il dialogo.
Il risultato di questo approccio è tangibile sul palco dell’Higher College of Technology di Abu Dhabi durante l’evento “Ambasciatori per la Coesistenza”, in cui vengono premiati studenti di diversi Paesi selezionati per lavori che promuovono il dialogo in contesti di forte tensione sociale. Tra questi, salgono sul palco Noa, Mika e Yehia, studenti di giurisprudenza dell’Università di Haifa. Presentano il loro “manuale per una comunità resiliente ai conflitti: lezioni da Haifa agli eventi del 7 ottobre”. Raccontano del modello da loro ideato per cercare una finestra di dialogo nel campus più misto d’Israele (50 per cento degli studenti sono arabi). Sul mega schermo alle loro spalle viene proiettato il titolo con un’immagine ispirata alla fuga dal Nova Festival durante il massacro. Una scena che difficilmente riesco a immaginare in un campus europeo, quantomeno non senza l’accompagnamento delle urla degli attivisti del movimento per il boicottaggio. La loro tutor, la professoressa Fahina Milman-Sivan, mi conferma che gli eventi a cui hanno partecipato in campus americani sono stati presi d’assalto. “Mi sembra di vivere una realtà parallela. Il mondo a rovescio. Veniamo in un Paese arabo ed è proprio qui che sentiamo parlare di pace”. Parlo con Sheikha e Naima, due universitarie emiratine che studiano ebraico perché “sono molto interessate alla cooperazione con Israele”. Anche alla Grande Moschea Sheikh Zayed di Abu Dhabi la guida che mi descrive i marmi italiani e i vetri di Murano impiegati nella mastodontica impresa, sta studiando ebraico. E’ un progetto governativo che finanzia lo studio delle lingue straniere, mi spiega. Seduto accanto a me, Ismail. Ci presentiamo. E’ di Bandar Abbas, dall’altra parte dello Stretto, la sua famiglia è ancora lì, sta bene. Ci ripetiamo la formula della pace, un giorno, chissà.