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C’era una volta Dubai. Catalogo dei paradisi perduti
Tutto passa dal Golfo. Dal lusso alle auto alle cripto, con il vecchio ordine internazionale si sgretolano anche i miracoli che ne erano il frutto. Un mondo scintillante che va in pezzi
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13 APR 26

L'area industriale di Sharjah City, negli Emirati Arabi Uniti, colpita dai razzi iraniani (AP Photo/Altaf Qadri)
Nulla sarà come prima. Quante volte l’abbiamo sentito? Almeno ogni volta che una crisi ha rimesso in discussione tutto quello al quale ci eravamo abituati, magari a fatica. L’invasione dell’Ucraina, i dazi, la guerra di Gaza, l’Iran, in quattro anni è precipitato quanto era stato costruito in quarant’anni. L’11 settembre 2001, la crisi finanziaria diventata mondiale nel settembre 2008 e la stessa pandemia del 2020-2022, erano state scosse tremende, ma sembrava che fossero tutto sommato momentanee, superficiali, non gli effetti di un terremoto profondo e duraturo. Che illusi. Non avevamo capito che quando l’onda della geopolitica s’abbatte sull’onda dell’economia si provocano sconquassi. E’ vero, la globalizzazione è cambiata, ma non è morta (non ancora), per molti versi aiuta ad ammortizzare gli effetti peggiori, tuttavia proprio chi ancora crede a un mondo dalle porte aperte deve elaborare il lutto e cercare una via d’uscita.
Nulla sarà come prima, ma che cosa non lo sarà e in che senso? Gli ultimi rantoli del vecchio ordine internazionale hanno l’effetto delle goldoniane ultime sere di carnevale, lasciano l’amaro sospiro delle occasioni perdute. Arrivederci Dubai, addio alla città lineare nel deserto, piangono i signori del lusso, va in corto circuito l’auto elettrica, si sgonfia bitcoin, davvero viviamo in tempi bui se per vedere un film bisogna iscriversi a Truth. Persino le italiche domeniche a piedi del 1973-74 diventano un modello al quale ispirarsi secondo il Financial Times.
Il Golfo Persico è l’imbuto attraverso il quale scorrono immense ricchezze finanziarie e industriali per lo più al riparo da sguardi indiscreti, in primo luogo quelli dei guardiani delle regole liberali. La moda, l’edilizia delle grandi opere, le auto di lusso, il turismo per ricchi e aspiranti tali, la Formula uno, il calcio per campioni sovrappeso e così via, tutto grazie ai petrodollari, cioè alle rendite del petrolio riciclate a Wall Street, nella City di Londra, a Singapore, a Hong Kong, dove lo “sterco del diavolo” condannato anche dal Corano diventa proprietà, attraverso azioni di grandi imprese o titoli di stato. I crapuloni non muoiono all’alba, ma ora diventa troppo alto il rischio di mettere i propri quattrini là dove possono essere bruciati (fisicamente, non simbolicamente) dalle bombe americane, dai missili persiani, dagli hacker israeliani, dalle promesse e dai tradimenti degli sceicchi. Chi vorrà più accomodarsi per un tè nel deserto?
La guerra all’Iran, comunque andrà a finire, è una svolta. Il regime dei pasdaran (gli ayatollah hanno ormai passato del tutto la mano) ha visto fallire la sua Gran Strategia, cioè diventare la guida di un ampio fronte di lotta all’occidente, ai suoi valori e al suo potere. Gli Stati Uniti si muovono da soli o meglio con un unico alleato, Israele, e qualche compagno di strada infido e interessato (i sauditi e gli sceicchi del Golfo Persico). L’Europa è sulla difensiva e fatica a tener testa alla Russia. La politica è tornata al primo posto come cent’anni fa prima delle “guerre civili ideologiche” prima contro il fascismo poi contro il comunismo. E il terzo conflitto del Golfo (dopo Iraq e Kuwait) ha scosso i simboli di grandi successi basati su grandi eccessi, cominciando proprio là dove il paradiso dei nuovi re Mida è diventato l’officina di Vulcano.
Il paese dei balocchi
Nessuno sa chi ha composto le Mille e una notte che sta alla cultura islamica come l’Odissea a quella greco-romana. Sappiamo però che Sheherazade ha un nome persiano e Shahryar, il re irretito dalla splendida giovinetta con la sua astuta tela delle meraviglie, governava sulla Persia in un tempo indefinito, forse prima dell’anno mille (numero simbolico che ricorre come in una delle magie che per tre anni tengono appeso lo spasimante shah). Allora c’erano pochi villaggi di pescatori, però vi sbarcavano già sete cinesi, spezie dall’India, profumi in quella che veniva chiamata la via dell’incenso e soprattutto perle, principale fonte di ricchezza prima dell’oro nero. Ed ecco che come per una delle infinite magie orientali, un genio esce dalla lampada e nel giro di pochi anni diventa come la montagna composta di rubini, zaffiri, topazi sulla quale si schiantò Sinbad il marinaio in uno dei suoi fantasmagorici viaggi. Il nome non è molto sexy (Dubayy richiama una lucertola o qualcosa che striscia). Nei primi decenni dell’800 aveva poche centinaia di abitanti e l’emiro risiedeva ad Abu Dhabi, distante 130 chilometri di costa desertica interrotta da mangrovie. Oggi è una città con un milione e mezzo di abitanti, mentre Dubai ne accoglie tre volte tanti, anzi di più se calcoliamo il flusso di operai migranti che arrivano soprattutto dal subcontinente indiano. Tutto è artificiale, tutto è più grande, tutto è più costoso, un paradiso per i peccaminosi desideri degli infedeli, un paradiso fiscale.
L’indipendenza dagli inglesi arriva tardi, nel 1971, e cominciano a vedersi i frutti del petrolio sgorgato per la prima volta cinque anni prima. Ma le royalties pagate alle Sette sorelle non bastano, ci vogliono i grandi capitali che dopo il big bang finanziario di metà anni Ottanta viaggiano alla velocità di un clic sul computer. Il petrolio non conta nulla senza i petrodollari con i quali lo sceicco Maktoum bin Rashid Al Maktoum comincia a costruire la sua escrescenza dorata della globalizzazione. Nel 1985 la linea aerea Emirates, poi il golf che attira i magnati mai in vacanza dagli affari. Di più, sempre di più, nel 2001 stupisce tutti con il Palm Jumeirah, l’isola delle vacanze a forma di palma, le palme delle oasi dalle quali veniva la originaria tribù emigrata verso il mare due secoli fa. Dieci anni dopo ecco il Burj Khalifa, il complesso edilizio più alto al mondo. Su queste meraviglie degne di un faraone, non di uno sceicco, regna il nuovo emiro di fatto: Mohammed bin Rashid Al Maktoum. Ma tutto questo è già passato.
“Dubai addio” ha titolato il Corriere della Sera raccontando le misure d’emergenza decretate sotto gli attacchi iraniani. Dubai è solo lo specchio della nuova paura che ha attraversato i sette emirati del Golfo colpiti da migliaia di droni e centinaia di missili. I danni sono importanti, soprattutto quelli ai depositi di petrolio e gas, ma ancor più importante è la paura, non solo quella immediata di perdere la vita, ma quella, che diventa timor panico, di perdere la propria ricchezza, di dover abbandonare quel paradiso senza nemmeno aver mangiato il frutto della conoscenza.
La città impossibile
Attenzione, non sono solo i ricchi staterelli (tra i quali mettiamo anche il Qatar) a vivere la loro prima crisi da quando hanno messo a frutto quel liquido bituminoso che la natura per loro benigna ha messo sotto la crosta terraquea, in difficoltà è anche la terra santa dell’Islam, l’Arabia saudita. La storia più emblematica è quella del mega progetto Neom. Sì, proprio la città artificiale lunga 170 chilometri attraverso il deserto che nemmeno la fantasia di Italo Calvino avrebbe potuto immaginare. Per il principe Mohammed bin Salman che regna sul paese, era come la piramide per il faraone Cheope: l’immagine della potenza sua, della stirpe Saud e di quel matrimonio tra Corano e modernità più volte tentato e sempre nella sostanza fallito. E’ stata chiamata Dha layn in arabo, The Line in inglese, la Linea in italiano (ma non suona molto sexy). Adesso viene ridimensionata con tagli al bilancio che rimettono in discussione parte dell’immensa opera e fanno tremare le grandi imprese di costruzioni occidentali. Lanciata nel 2017, doveva contenere anche una stazione sciistica chiamata Trojeana, seppur in mezzo a rocce desertiche, che doveva ospitare i giochi olimpici invernali del 2029. A gennaio il governo di Riad ha annunciato che non si farà più, niente Olimpiadi. Un altro gioiello doveva essere l’area industriale lungo la costa chiamata Oxagon. Un gigantesco data center era concepito come un monumento al futuro. C’è abbastanza acqua per raffreddare i mega computer e abbastanza petrolio per produrre tutta l’elettricità della quale si nutrono, ma anche questo rientra in quella che viene chiamata una “revisione comprensiva dello scopo e delle priorità del progetto”, ha scritto il Financial Times.
“Per grazia di Allah siamo determinati a completarlo, ma in ogni caso non esiteremo a cancellare o a compiere ogni necessario emendamento a ogni programma o obiettivo che l’interesse pubblico richiede”, così ha sentenziato nel settembre scorso la Shura, il supremo organo consultivo, una sorta di camera alta o di senato degli stati islamici. Tra revisione delle priorità e nuovi rischi geopolitici, un tunnel affidato alla Hyundai è stato cancellato, la malese Eversendai che doveva fornire le strutture in acciaio per il villaggio sciistico si è ritirata e ha tirato in ballo i conflitti e l’instabilità dell’intera regione, anche Webuild ha visto ridimensionare il suo contratto da 4,7 miliardi di dollari. Neom fa capo al fondo investimenti del principe Mohammed, può mobilitare fino a mille miliardi di dollari, ma rischia di essere risucchiato dalla megalomania del sovrano. L’intero portafoglio del resto è stato messo sotto osservazione, grazie alla pressione delle autorità religiose, ma anche di chi in Arabia, così come nei grandi centri finanziari del mondo, si fa la fatidica domanda: “Where’s the beef?”, dov’è la sostanza e dov’è il ritorno per i quattrini investiti?
Le lacrime di lusso
Negli ultimi anni i grandi marchi hanno investito con decisione nella regione, aprendo nuovi flagship store e organizzando sfilate ed eventi esclusivi. Come Zegna, che alla Dubai Opera House ha presentato la collezione primavera-estate 2026 o Alberta Ferretti, guest designer all’edizione autunno/inverno 2026-27 della Dubai fashion week. Il colosso francese Kering, proprietario tra gli altri marchi di Gucci e Balenciaga, ha deciso di chiudere temporaneamente i negozi negli Emirati Arabi Uniti, in Qatar, Kuwait, e Bahrain. Gran parte degli acquisti è legata al turismo internazionale, con clienti provenienti soprattutto da Russia, Arabia Saudita, Cina e India, con Dubai come principale polo commerciale. Ed è proprio dal turismo che potrebbe arrivare l’impatto più immediato della crisi, non tanto sui consumatori locali, ma sui viaggiatori, in particolare quelli catturati dagli scali aerei ormai quasi obbligati nelle rotte verso il Pacifico.
I marchi più esposti sarebbero Richemont (Cartier, Montblanc e i grandi marchi di orologi svizzeri) e Zegna, entrambi intorno al 9 per cento, mentre il gruppo francese Lvmh è invece più o meno in linea con la media del settore, quindi 5-6 per cento. Brunello Cucinelli e Ferragamo sono esposti tra il 4 e il 5 per cento, stando alle stime della banca Intermonte. Sono cadute importanti, ma non catastrofiche finora. Solo che s’abbattono come colpi di maglio su un settore che negli ultimi anni ha subito una sequenza di veri e propri choc.
Un vento contrario soffia sul lusso: prima il rallentamento della Cina, poi i dazi, più in generale un cambiamento dei gusti e degli stili di vita soprattutto in Europa - mercato ricco, ma ormai saturo. Tutto il settore è colpito da un progressivo rovesciamento dello “spirito del tempo”, tramontato l’edonismo degli anni Ottanta e in parte Novanta, messa alla briglia la globalizzazione, rischia di restare in braghe di tela. Quel che cambia è la domanda, la sua struttura, la sua dimensione, il suo insediamento sociale e geografico. Quando questo accade, anche l’offerta deve seguire. In realtà i grandi gruppi hanno reagito alzando i prezzi per salvare i margini di profitto, ciò ha provocato un effetto boomerang allontanando molti clienti, senza dubbio i ceti medi, ma non solo: nessuno vuol gettare i propri quattrini per un oggetto il cui valore è sovradimensionato. I marchi con una forte identità resistono, però si spostano sempre più nella scala alta dei consumi e dei redditi e in qualche modo si restringono. Gli altri soffrono e certo non possono più permettersi di rischiare le penne nel Golfo Persico.
La borsa ha registrato e spesso amplificato questa crisi. Il titolo LVMH a Parigi è crollato del 30 per cento nei primi tre mesi dell’anno, si tratta di oltre 55 miliardi di euro. “LVMH è diventato più di un semplice titolo del lusso, rappresenta ormai un indicatore della fiducia globale”, ha osservato la banca d’investimento svizzera Cité Gestion. “Il punto non è tanto l’esposizione diretta al Medio Oriente, quanto ciò che essa riflette: incertezza, pressione sull’effetto ricchezza e timori di un rallentamento più ampio dell’economia”. François Pinault ha messo a capo del suo gruppo Kering un manager che viene dal mondo dell’auto, Luca de Meo, il quale ha rimesso in corsa la Renault e prima per la Volkswagen ha rilanciato la spagnola Seat; è un tagliatore di costi, ma anche uno stratega d’impresa il cui compito è rimettere in piedi Gucci e ridurne l’eccessivo peso nel portafoglio. Dove andrà a finire Armani non si sa, mentre Dolce & Gabbana stanno rinegoziando debiti per 450 milioni di euro e rivedono i loro investimenti immobiliari proprio nel Golfo Persico. Secondo il rapporto di Business Fashion e McKinsey la frenata del lusso durerà ancora e c’è da attendersi aumenti del mercato molto modesti, tra l’uno e il tre per cento l’anno.
La ritirata della Valchiria
Non è solo la tempesta quasi perfetta del medio oriente a scuotere i pilastri del mondo globale. L’automobile, come la moda, è stata colpita duramente dai dazi, ma soffre per un cambiamento nella domanda, anzi forse molti, troppi, repentini cambiamenti. Prima doveva andare a tutto elettrico, adesso si fa marcia indietro per allungare la vita del motore endotermico, ideologia verde e ideologia nera si combattono sulla testa, anzi alle spalle dei consumatori che così si tengono lontani. Tutte le nevrosi occidentali e i conflitti d’interesse della Trumpnomics hanno spalancato le porte alle auto cinesi, un tempo competitive per i prezzi più bassi oggi anche per qualità. Non sono gli sceicchi, dunque, ma i dragoni rossi a mettere in discussione antiche certezze come la macchina del popolo. Anche la crisi della Volkswagen, numero due al mondo dopo la Toyota e prima di Stellantis, ha origini complesse e più lontane nel tempo. Ma adesso s’è aggiunto l’effetto Porsche. Non è solo il marchio top, in fondo Porsche è la Volkswagen, è stato Ferdinand Porsche a progettare la macchina del popolo voluta da Hitler, i suoi eredi dopo pluridecennali conflitti familiari sono i principali azionisti privati prima della quota posseduta dal Land della Bassa Sassonia. Negli ultimi anni il top management ha deciso di fare della Porsche la principessa del regno elettrico ed è incappato nell’ulteriore svolta di Berlino. Il governo Merz, pressato dai costruttori automobilistici, dal ribollire della estrema destra e dalla restaurazione culturale, ha deciso di riaprire le porte al diesel antico cavallo di battaglia tedesco. Potrebbe sembrare positivo visto che la Volkswagen produce per lo più auto tradizionali con l’aggiunta di vetture ibride e di una minoranza tutte elettriche. Ma per elettrificare Porsche gli investimenti sono stati ingenti e hanno pesato per un miliardo di euro sui conti del gruppo. L’amministratore delegato Oliver Blume ha denunciato “il cambiamento della posizione di Berlino rispetto all’estensione della durata di vita dei motori a scoppio che ha avuto un forte impatto sulla casa madre”, insieme ai dazi americani e ai crolli del mercato cinese, senza negare che le cose sono andate male negli Stati Uniti, dove la Volkswagen ha mancato di raggiungere una quota di mercato del 10 per cento. L’effetto più immediato è un drastico giro di vite che colpisce in primo luogo l’occupazione: un taglio di 50 mila dipendenti in cinque anni (un lavoratore su sei impiegati), chiusura di stabilimenti, economie fino all’osso. Non c’è stato un calo consistente del fatturato che resta a circa 322 miliardi di euro, ma piuttosto un crollo della redditività: l’utile si è pressoché dimezzato da 12,4 a 6,9 miliardi. E il conflitto nel Golfo Persico ricade direttamente sui due marchi a maggior valore aggiunto, Porsche e Audi. Anche se dovesse finire nelle prossime settimane, è difficile che la curva delle vendite riprenda in modo significativo. Non sono più danni collaterali, sono vittime di guerra.
Il crocicchio digitale
Potrebbero diventarlo anche le criptovalute. Zitto zitto, piano piano, quasi senza far rumore, l’Iran era diventato un rifugio sicuro e a buon mercato per le monete digitali. Il basso costo dell’energia e le forti sovvenzioni del governo avevano reso il paese uno dei siti migliori in particolare per bitcoin. Il mining richiama le antiche miniere, ma è il modo di estrarre soluzioni ai complessi problemi matematici sulle reti digitali. Per questo occorrono giga-computer divoratori di elettricità. Israele ha danneggiato seriamente l’infrastruttura elettrica mettendo a rischio le 700 mila macchine da mining che assorbono circa due gigawatt dalla rete iraniana. Le criptovalute sono servite a controbilanciare le sanzioni; il governo le ha legalizzate nel 2019 sotto sua stretta sorveglianza e lo scambio consiste in elettricità a basso costo (mezzo centesimo di dollaro per chilowattora, in Italia sono 30-40 centesimi) per avere bitcoin con i quali commerciare. Sembra una manna, ma ha provocato nel frattempo un deficit energetico del 20 per cento, secondo le stime della società nazionale Tavanir che gestisce la distribuzione. Tuttavia il sistema cripto nel 2025 ha generato quasi 8 miliardi di dollari e fa capo ai Guardiani della rivoluzione. Più che bitcoin, vengono preferite le stablecoin come Tether (che fa capo agli italiani Giancarlo Devasini e Paolo Ardoino con una società nelle Isole Vergini), Ethereum e Tron, collegate al dollaro o all’oro. Si è creato così un sistema finanziario parallelo che ha aiutato l’Iran. Tether è una sorta di contro-dollaro pari all’87 per cento degli scambi in criptovalute in un paese diventato uno dei più grandi mercati al mondo. Il bitcoin ha subito una forte caduta di valore da 70 mila a 60 mila dollari, ma era già in discesa da mesi (nell’ottobre scorso superava i 100 mila dollari).
L’aumento dei prezzi dell’energia ha reso il mining più costoso, inoltre c’è anche il rischio che la crisi da monetaria (quindi prezzi più cari) diventi fisica (con scarsità di combustibili) come ha scritto Paul Krugman, a questo va aggiunto che la nuova inflazione spingerà in alto i tassi d’interesse. Tuttavia la guerra crea incertezza e paura, e ciò induce a cercare rifugio in beni scarsi e non sottoposti a rischi (e controlli) sovrani. Un tempo c’era l’oro, oggi si sono aggiunte bitcoin e le sue cugine. Gli attacchi israelo-americani hanno danneggiato, ma non rotto il giocattolo. Tuttavia, se i comportamenti sono ancora basati su aspettative razionali (e oggi più che mai bisogna premettere un grande Se) le criptovalute possono diventare un azzardo eccessivo; vogliono sfuggire all’incertezza del mondo di sotto, quello delle cose, e vengono colpite dal mondo di sopra, quello delle scelte politiche dei governi; il pericolo di gettare i propri risparmi in un pozzo senza fondo e senza via d’uscita diventa concreto. E’ una morsa sempre più stretta e sempre meno facile da allentare. Ecco che ancora una volta l’onda della geopolitica si scontra con l’onda finanziaria e ne scaturisce un livello molto elevato di eventi estremi. Che cos’altro dobbiamo attenderci?
Il profeta Jamie
Nella sua annuale lettera agli azionisti il capo della più grande banca mondiale, cioè Jamie Dimon, che guida la JP Morgan, ha messo a fuoco cinque rischi che già hanno preso corpo. Il primo è l’inflazione: niente a che vedere con gli anni Settanta o con la pandemia, in assenza di nuovi choc aumenterà lentamente in modo progressivo, sufficiente però a portare in alto il costo del denaro e in basso la borsa. Ma questa volta il pericolo non viene tanto dall’economia, quanto dalla politica, o meglio dal conflitto ormai aperto tra le grandi potenze. Ciò porta una competizione non solo più aspra, ma di tipo diverso rispetto al passato. Se ci limitiamo alla finanza, che in altri termini gestisce risparmi della gente, Dimon teme il proliferare di nuovi rivali non tradizionali basati su blockchain, insomma dieci, cento, mille bitcoin. Il mondo digitale è ormai dominato dalla corsa alla intelligenza artificiale, destinata a provocare in men che non si dica una trasformazione radicale della forza lavoro, ciò richiede tempestive risposte da parte dei governi e anche dal mondo degli affari, che finora nessuno ha trovato. Dopo inflazione, nuova concorrenza e AI, ecco i due pericoli tutti politici: gli americani perdono fiducia nel governo e gli alleati sono troppo deboli. Dimon è particolarmente preoccupato dall’Europa: “Sta entrando in un decennio decisivo, ma è incapace di agire”, scrive. Poi prende le distanze da Donald Trump che lo ha ormai indicato come il nemico numero uno (certamente suo se non proprio un nemico pubblico): “L’America e l’Europa hanno differenze reali, ma crediamo che un’Europa più forte, militarmente ed economicamente, sia nell’interesse proprio dell’America”. Se si presentasse tra due anni per la Casa Bianca, gli europei dovrebbero tutti chiedere la carta verde e votare per lui. A Trump, Vance, Hegseth, e allo stesso Rubio, saranno fischiate le orecchie. Ma Dimon mette in luce il punto chiave per definire un nuovo equilibrio internazionale. La guerra contro l’Iran ha mostrato che l’Europa non c’è; quella per l’Ucraina che l’Europa non basta nonostante abbia speso per Kyiv più degli Stati Uniti. E così, con moto circolare, torniamo al nostro inizio: nulla può essere come prima. L’ombrello americano cola acqua; l’orso russo non ha perso gli artigli, il dragone rosso sputa fuoco, e Bruxelles pubblica libri dei sogni.