Esteri
Bombe e colloqui •
I paradossi e gli allineamenti tra America e Israele secondo Herzog
Per l'ambasciatore gli Stati Uniti vogliono “ammorbidire la posizione iraniana” e riportare Teheran al tavolo. Israele, invece, punta a impedire al regime di ricostruire capacità missilistiche e nucleari
12 GIU 26

Michael Herzog (foto Ansa)
Tel Aviv. I media americani riferiscono che i colloqui con l’Iran sono ancora in corso, anche dopo che gli Stati Uniti hanno condotto nuovi attacchi sul suolo iraniano e il presidente americano, Donald Trump, ha detto che sono previsti altri attacchi diretti all’isola di Kharg, hub petrolifero della Repubblica islamica d’Iran, con l’obiettivo di prendere il controllo delle risorse energetiche iraniane. La campagna di pressione per un accordo procede di pari passo con i blitz aerei: un blocco navale in vigore dalla metà di aprile aveva sottratto alle entrate petrolifere iraniane circa 4,8 miliardi di dollari entro i primi di maggio.
In Israele, il ritorno dei bombardamenti era atteso. “L’obiettivo è ammorbidire la posizione iraniana per indurre il regime a tornare al tavolo e accettare un accordo secondo i termini americani. Per Israele, invece, l’obiettivo sarebbe negare all’Iran sempre più la capacità di attacco, per completare ciò che non siamo riusciti a fare durante la guerra stessa. Ci sono ancora capacità residue: il regime sta cercando di ricostruire le sue capacità di difesa aerea e quelle missilistiche balistiche”, dice Michael Herzog, distinguished fellow al Washington Institute for Near East Policy, generale in pensione e ambasciatore israeliano a Washington fino al 2025.
Parlando con il Foglio, Herzog ha illustrato come Israele veda il rapporto con gli Stati Uniti e il dossier iraniano. “Se la guerra riprende, non penso che l’obiettivo sarà il cambio di regime, perché nessuno crede che si possa ottenerlo attraverso bombardamenti aerei – dice –. Sia i leader israeliani sia quelli americani avevano parlato inizialmente di creare le condizioni affinché gli iraniani rovesciassero il regime, ma non se ne parla più. Il focus è principalmente sul programma nucleare e, naturalmente, sulla libertà di navigazione, in primo luogo”. In questa settimana in cui sono tornate le bombe, la distanza tra Washington e Gerusalemme si è manifestata in tutta la sua evidenza. Mentre Israele e Iran si scambiavano gli attacchi più intensi degli ultimi mesi tra il 7 e l’8 giugno, Trump ha telefonato al premier israeliano, Benjamin Netanyahu, per fermare i raid di risposta. Trump ha poi raccontato il suo avvertimento ad Axios: “Ho detto: ‘Bibi, stai attento, o presto ti ritroverai da solo’”. Il primo giugno, una telefonata accesa tra i due si è conclusa con la cancellazione da parte israeliana dei raid pianificati sulla roccaforte di Hezbollah a Beirut. Netanyahu ha minimizzato la frattura, definendo Trump il più grande amico che Israele abbia mai avuto alla Casa Bianca.
Herzog spiega che le azioni israeliane sono motivate dalla volontà di evitare che la questione di Hezbollah in Libano venga legata a quella dell’Iran: “Trump ha sostanzialmente accettato la richiesta iraniana di collegare i due teatri, il che significa che la libertà d’azione di Israele in Libano è in qualche misura limitata, soprattutto per quanto riguarda Beirut, al fine di lasciare spazio a un accordo tra Stati Uniti e Iran. Gli Stati Uniti hanno annunciato un cessate il fuoco in Libano, ma in realtà un cessate il fuoco non esiste. C’è solo fuoco. Abbiamo già perso settanta soldati da quando è stato annunciato il cessate il fuoco, e le comunità di confine sono continuamente nei rifugi antiaerei”.
Teheran, nel frattempo, ha risposto ai nuovi attacchi americani colpendo gli stati del Golfo e la Giordania, e la domanda su cosa voglia davvero la sua leadership aleggia su ogni tornata di negoziati. “La posizione degli Stati Uniti, e certamente quella di Israele, è che in concreto, sul terreno, l’Iran non arricchirà uranio sul proprio suolo per molti, moltissimi anni – dice Herzog –. Questo è il motivo principale per cui gli Stati Uniti e Israele sono andati in guerra con l’Iran: impedirgli di diventare uno stato dotato di armi nucleari. L’Iran era sulla soglia nucleare. In passato ha promesso di non volersi dotare di un’arma, ma sappiamo tutti che ha mentito. L’Iran accetterà davvero queste condizioni? E’ una domanda aperta. Io ne dubito”.
Negli Stati Uniti, la guerra pesa: i prezzi dell’energia hanno spinto l’inflazione oltre il 4 per cento, le borse hanno perso terreno, le questioni legate ai poteri di guerra del presidente restano aperte al Congresso e voci autorevoli della destra bollano la campagna militare come “la guerra di Israele”. Il consenso bipartisan a sostegno di Israele si sta incrinando, e questo preoccupa Herzog. “Purtroppo è stata diffusa una narrazione secondo cui Israele avrebbe trascinato gli Stati Uniti in guerra. E’ falsa. La tempistica è stata dettata dal presidente Trump. Se si parla con gli americani, sembra che noi controlliamo il processo decisionale americano. Non credo che Trump sia il tipo da farsi trascinare a fare qualcosa che non vuole fare”, dice. E conclude: “Quando si parla con gli israeliani, si lamentano del fatto che Trump nega a Israele la libertà di decisione sugli interessi di sicurezza nazionale, perché è lui che comanda. Agli occhi degli americani sembriamo controllare il loro processo decisionale. E’ un paradosso”.